RIFLESSIONI. Il 25 aprile e la qualità della nostra democrazia

RIFLESSIONI. Il 25 aprile e la qualità della nostra democrazia

liberazione

di Massimo Calise

Il 25 aprile 1945 segna una tappa fondamentale nella storia del nostro Paese. Un’occasione per riflettere su quegli eventi, sulle origini della Repubblica democratica, sull’attuale condizione del nostro Paese.

Fare un bilancio sarebbe complicato per chiunque e non è questa la sede. Infatti questi 70 anni sono stati contrassegnati da una notevole complessità, da luci ed ombre, da decisi passi in avanti ma anche da annosi ed irrisolti problemi. Fra quest’ultimi, penso saremo tutti d’accordo, uno dei più gravi è la crescente sfiducia degli italiani nei confronti dei propri governanti, dei partiti e del ceto politico. Questo clima di generale sfiducia verso la politica e le istituzioni è ben illustrato dal “Rapporto 2014 – Gli italiani e lo Stato” della Demos. Ho estratto alcuni dati: solo 3 italiani su cento intervistati hanno fiducia nei partiti, l’indice di fiducia nelle istituzioni politiche si attesta al 21%, solo il 66% degli intervistati ritiene la democrazia preferibile a qualsiasi altra forma di governo e, infine, il 50% degli intervistati crede che la democrazia possa funzionare senza i partiti. Tutti gli indicatori riportati segnalano un peggioramento rispetto agli anni precedenti.

Ora, come è noto, siamo in un regime di democrazia rappresentativa in cui i cittadini delegano a rappresentarli “i migliori”. Quest’ultimi dovrebbero formulare e realizzare programmi di governo che perseguano l’interesse generale, ossia che siano sintesi delle domande che i cittadini hanno liberamente formulato. I partiti assolvono al ruolo fondamentale di associare i cittadini al fine di concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale, come previsto dall’articolo 49 della Costituzione.

Il contrasto fra questa formulazione, incontrovertibile nella sua semplicità, e gli indicatori  su esposti (e la realtà) è evidente. Una così marcata sfiducia negli eletti, in coloro che noi stessi abbiamo scelto è paradossale; penso, ad esempio, che un amministratore di condominio oggetto di tanta sfiducia sarebbe destituito in poche ore.

Dovremmo porci la domanda: come mai non abbiamo fiducia nelle persone che noi stesso abbiamo ripetutamente scelto? Constatiamo, purtroppo, l’esistenza di un circolo vizioso: la qualità della politica è proporzionale alla qualità della cittadinanza e viceversa. Una spirale perversa che richiama, infine, la qualità della nostra democrazia. Problema tanto concreto quanto trascurato.

Se pensiamo, come credo, che la democrazia sia un pilastro, un presupposto allo sviluppo ed al benessere della nostra collettività, la mobilitazione dovrebbe scattare spontanea. Bobbio, non a caso, indicava l’educazione alla cittadinanza fra le sei promesse non mantenute dalla democrazia (Norberto Bobbio “Il futuro della democrazia” ed. Einaudi). E sempre Bobbio ci metteva in guardia dal considerare la democrazia acquisita per sempre, scontata: “Abbiamo la convinzione profonda che una democrazia può essere uccisa dalla violenze esterna, ma muore anche per interna consunzione”.

Ora chi potrà mai interrompere questa spirale? Non credo il ceto politico che, in gran parte, preferisce il cittadino non attivo. Siamo governati da oligarchie essenzialmente tese a garantire la propria continuità ed a tutelare i propri interessi. Anche i tentativi, non sempre riusciti, di perseguire l’interesse generale, sono tesi al mantenimento del consenso.

D’altra parte credo che ci troviamo in presenza della desertificazione dello spazio pubblico, la sfiducia spinge molti cittadini ad isolarsi, a disinteressarsi della cosa pubblica.

Allora cogliamo l’occasione del 25 Aprile per celebrare una ricorrenza fondamentale ma, anche, per (ri)avviare una riflessione sullo stato della nostra democrazia.

È necessario rilanciare l’associazionismo e rigenerare la cultura civica sottolineando che la sfiducia nella politica, pure se fortemente motivata, non può essere l’alibi per l’apatia e lo sterile vittimismo. Il problema, evidentemente, non si risolve con atteggiamenti diffusi riassumibili in “Basta politica! Basta partiti”. Occorre che i politici e i partiti abbiano l’interesse comune come scopo esclusivo e ciò sarà possibile solo e se un gran numero di cittadini torneranno ad occuparsi della politica.

Una democrazia rivitalizzata da una cittadinanza partecipe che metta “il fiato sul collo” agli eletti non potrà che migliorare la qualità della politica e spezzare la spirale perversa. Ciò è un presupposto essenziale per lo sviluppo, per un benessere non effimero.

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