di Massimo Calise

Affinché il referendum sia un passaggio che incida positivamente sulla vita del Paese occorrono, a mio avviso, tre condizioni.

La prima è che la campagna referendaria non sia politicizzata; ossia l’approvazione o la bocciatura della riforma non indichi parti vincitrici o perdenti ma visioni diverse che si sono confrontate con pari dignità e con il medesimo spirito di servizio. Purtroppo la riforma stessa è stata voluta e portata avanti dal Governo anziché dal Parlamento e Renzi per primo ha personalizzato il referendum: “con me e con il Paese o contro di me e contro il Paese”. Un errore al quale non si deve rispondere con un errore di segno opposto. In realtà la forte volontà espressa dal premier ci sta conducendo ad un risultato che più volte è stato tentato senza successo. Tutti, Governo e maggioranza in primis, devono contribuire a spoliticizzare il confronto. A tal fine occorre anche evitare di marcare il possibile risultato referendario come catastrofico o salvifico a seconda della propria visione. Certo, come nel Gioco dell’Oca, se vince il no si tornerà alla casa di partenza; ma ciò non può essere l’unico argomento per il si e può essere evitato attuando il secondo punto.

Non bisogna chiedere ai cittadini di pronunciarsi con un si o con un no su un pacchetto chiuso di modifiche costituzionali; costringerli cioè ad un atto di fede: votando si pur in presenza di punti non condivisi o, viceversa, votando no bocciando anche punti valutati positivamente. Imporre un voto unico è una limitazione della democrazia; porre più quesiti è tecnicamente difficile ma non impossibile. Gli italiani potrebbero essere chiamati a votare su pochi punti che sicuramente risulterebbero più comprensibili dell’intera riforma. Chi, ad esempio, non condivide la riforma del Senato può essere favorevole alla modifica del Titolo V, alla abolizione del CNEL, …. . Ciò favorirebbe una campagna referendaria che entra nel merito delle questioni, si eviterebbe la logica “prendere o lasciare” con il rischio, secondo si voti si o no, di dover accettare o rinunciare a malincuore a delle modifiche. Il risultato, alla fine, potrà vedere alcuni punti approvati altri no; comunque, si sarà fatto un passo avanti.

Terzo punto. Riconoscere che la legge elettorale non può prescindere dalla Costituzione vigente e quindi, sulla base dell’esito referendario e delle eventuali modifiche costituzionali, essere pronti a mettervi mano.

In conclusione, ricordato che i referendum costituzionali non prevedono il quorum, va detto che anche una bassa percentuale di votanti sarebbe un segnale negativo che darebbe alle norme riformate un carattere di provvisorietà. L’attuazione dei punti esposti potrebbe trasformare il referendum da scontro plebiscitario a opportunità condivisa dai cittadini.