Quando la Sicilia fece guerra all’Italia

Una guerra civile mai dichiarata, spesso negata, ma ferocissima, bagnata dal sangue di quasi duemila morti: carabinieri, sindacalisti, poliziotti, comunisti, banditi, fascisti, soldati, comunisti, poveri cristi. E’ quella combattuta in Sicilia dallo sbarco degli alleati (10 luglio 1943) all’uccisione di Salvatore Giuliano (4 luglio 1950), il bandito più famoso dell’epoca, la cui fama aveva toccato New York e New Delhi.

QUANDO LA SICILIA FECE GUERRA ALL'ITALIA - LIBRO DI ALFIO CARUSO

 Sette anni durante i quali l’isola fu il laboratorio degli accordi, che avrebbero poi condizionato l’esistenza dell’Italia fino ai nostri giorni. Di volta in volta cambiarono i pupi, mentre il puparo rimase sempre il Partito unico siciliano (dall’illuminante acronimo, Pus): imprenditori, professionisti, politici, mafiosi, uomini delle Istituzioni cementati dall’appartenenza alle logge massoniche, rinate proprio in Sicilia sin dall’inizio del 1944, uniti dalla gestione di un potere capace di superare qualsiasi differenza ideologica.

Furono sette anni di anarchia e terrore indiscriminato con lo Stato ospite indesiderato. Militari e forze dell’ordine divennero i bersagli di ogni malumore, di ogni rivalsa. Spesso erano privi dei mezzi più elementari. Nelle caserme dei carabinieri, la norma era di un paio di scarponi per due: servivano per coloro che andavano di pattuglia; i primi mitra furono quelli strappati ai banditi uccisi negli scontri.

Inizialmente a muoversi furono gl’indipendentisti, guidati da Finocchiaro Aprile: passava per antifascista perché Mussolini aveva respinto le sue suppliche di nominarlo prima senatore e in seguito direttore generale del Banco di Sicilia. Finocchiaro Aprile, del quale si diceva fosse affiliato alla famiglia mafiosa di Palermo Centro, arruolò boss come Vizzini, nobili come i duchi di Carcaci, grandi proprietari terrieri come Lucio Tasca autore di un esplicito libello Elogio del latifondo siciliano indicato quale imprescindibile strumento di civiltà e di progresso assieme alle sue tradizioni, compreso l’aratro a chiodo <<molto più utile di ogni attrezzo meccanico>>.

Quando Roosevelt e gli Stati Uniti fecero pollice verso nei confronti dell’indipendentismo il Pus mosse le sue altre pedine: gli agitatori fascisti per sabotare la leva obbligatoria in favore dell’esercito della nuova Italia; i poveracci esasperati dalla politica dell’ammasso, dalla miseria dilagante, dalla mancanza di ogni alimento.

Così scoppiarono la guerriglia per il pane, la ribellione di Catania, di Comiso – dove per un paio di settimane fu dichiarata la Repubblica Indipendente – di Piana degli Albanesi, di Vittoria, di Ragusa, di Giarratana, di Scicli, di cento altri comuni. L’esercito per ristabilire l’ordine fu costretto a utilizzare mitragliatrici, cannoni, blindati. Dalla lontana Salò Mussolini conferì al comune di Comiso la medaglia d’argento al valor militare. A Palermo un reparto della divisione Sabauda aprì il fuoco sulla folle inerme: 20 morti e oltre 100 feriti.

Tra gli agenti del vecchio regime figurava anche il bandito più sanguinario, Salvatore Giuliano, che tra un omicidio e un sequestro di persona, tra un’estorsione e una rapina inseguiva la nomea di novello Robin Hood. Viceversa era già un manichino nelle mani della mafia italo-americana. Vito Genovese, futuro numero uno di Cosa Nostra, all’epoca interprete di fiducia del governatore della Sicilia, Charles Poletti, si era scomodato per raggiungerlo a Montelepre e farsi fotografare con lui in posa da padrino.

DE GASPARI

Giuliano divenne l’esecutore di qualsiasi affare sporco, buono per qualsiasi compito, anche l’addestramento dei militanti ebrei dell’Haganah e dell’Irgun. Con lui un enigmatico ufficiale repubblichino, il probabile regista dei suoi attacchi mordi e fuggi, della sua azzeccata tattica: faceva disperare quanti dovevano dargli la caccia e al contempo lo trasformava nel presunto paladino dei derelitti.

Agguati, sparatorie, esecuzioni divennero in Sicilia la norma. In una misteriosa imboscata venne ucciso il personaggio più singolare di tutti, il professore universitario Antonio Canepa: nella sua breve vita aveva preparato un attentato a Mussolini, ne era diventato uno sperticato agiografo, aveva guidato la cellula dello spionaggio britannico nell’isola, aveva infiammato con un libello i cuori degli indipendentisti, si era clandestinamente iscritto al Pci.

A intorbidare viepiù le acque provvidero la congiura per instaurare a Palermo una monarchia con i Savoia e l’arruolamento nell’Esercito dei volontari per l’indipendenza siciliana (Evis) della banda Giuliano a ovest e della banda dei niscemesi a est. Proprio costoro si macchiarono della prima strage, il 26 gennaio ’46, del dopoguerra: la fucilazione, al termine di ricatti e sporche manovre, degli otto carabinieri della stazione di feudo Nobile. Solo uno dei colpevoli arriverà vivo al processo.

 Bandito Giuliano

I democristiani siciliani convinsero De Gasperi a concedere un incredibile Statuto Speciale, un condensato di assurdi privilegi, mai agognati nemmeno da Bossi, agitando la falsa minaccia dell’imminente rivolta indipendentista. Le elezioni regionali della primavera ’47 costituirono l’antefatto dell’eccidio di Portella delle Ginestre: dopo settant’anni ancora si discute su chi sparò davvero, ma sono evidenti le responsabilità di Giuliano, sempre più strumentalizzato dal Pus, che lo portava al guinzaglio con la promessa di garantirgli un rifugio sicuro in America.

Dopo quella carneficina la posta in gioco divenne altissima; in vecchiaia l’ex ministro dell’Interno Scelba confiderà: <<Giuliano era la pistola puntata dagli Stati Uniti alla tempia dell’Italia. Ogni volta che Truman dissentiva da un provvedimento di De Gasperi, Giuliano ammazzava tre carabinieri>>.

 PALMIRO TOGLIATTI IN OSPEDALE DOPO L ATTENTATO DI LUGLIO FOTO ANSA

La Dc, Cosa Nostra e i carabinieri ricevettero da Washington il compito d’impedire l’accesso al governo del Pci, il cui segretario Togliatti scriveva sull’Unità che sarebbe stato giusto cedere Trieste alla Jugoslavia, ma essendo Tito un amico si accontentava di Gorizia. Giuliano si trasformò nell’incubo delle forze dell’ordine: l’Ispettorato Generale di Pubblica Sicurezza annaspava nonostante l’enorme disponibilità di uomini, mezzi, quattrini. Intrighi, complotti, doppi giochi caratterizzarono i mesi a cavallo delle elezioni nazionali del ’48.

truppe americane a comiso sicilia nella secoda guerra mondiale luglio del 1943

Il trionfo della Dc e l’inserimento dell’Italia nel sistema atlantico favorirono l’accordo tra Roma e Palermo. Il suggello della pace era costituito dalla consegna di Giuliano. Dopo averlo trasformato nel pericolo pubblico numero uno, il Pus poteva contrattare il prezzo più alto possibile. E naturalmente Turiddu mai sarebbe potuto arrivare vivo in un’aula di tribunale: era detentore di troppi segreti, aveva incontrato troppi insospettabili.

Si sviluppò l’ennesima trattativa fra gli uomini delle Istituzioni e i boss del palermitano. Un sistema inaugurato da Garibaldi subito dopo la battaglia di Calatafimi, ne era discesa la strage di Bronte, e che si era poi replicato nei decenni. Nel 1950 la portarono avanti i carabinieri del colonnello Luca, responsabile del Corpo forze repressione banditismo (Cfrb), creato appositamente per catturare Giuliano e i suoi banditi. Tuttavia anche nel siglare la pace, il 4 luglio 1950, la messinscena dell’uccisione di Turiddu fu così pacchiana da scatenare immediatamente l’ennesimo affaire. Di conseguenza passò sotto silenzio lo scioglimento immediato del Cfrb, come se Giuliano fosse stato l’unico bandito cui dare la caccia in Sicilia. Poteva così iniziarsi al meglio la proficua collaborazione tra i mammasantissima e i rappresentanti dello Stato, che sarebbe proseguita per oltre mezzo secolo.

il campo americano dopo linvasione della Sicilia

fonte: Dagospia

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