Recenti fatti di cronaca, che hanno avuto come protagonisti pazienti psichiatrici, hanno sollecitato in qualche nostro nuovo ed inesperto governante la voglia di manicomio. Di nuova segregazione, di espulsione così come peraltro viene richiesto, giorno dopo giorno, in una monotona quanto asfissiante campagna mediatica, contro diseredati, bambini e donne costretti,  per mille ragioni,  a lasciare le loro case.

Temiamo si apra, con il passare dei mesi, un fronte più ampio.

Ora è la volta dei matti!

Contro questa tendenza che ci farebbe tornare indietro di decenni, agli anni tremendi delle violenze manicomiali e precipitare nell’abisso (questa sì sarebbe violenza) è indispensabile ed urgente che quanti in questi 40 anni di riforma psichiatrica hanno dimostrato, nei fatti, che il manicomio era “un dolore inutile” per dirla con la poetessa Alda Merini, ribadiscano con forza e determinazione  che la via maestra per rispondere alla sofferenza mentale (ed anche alla sicurezza) resta la costruzione di risposte articolate e differenziate sul territorio. Ma per fare questo si deve esaltare il ruolo del Servizio pubblico dotando le realtà territoriali di personale e di adeguate risorse economiche. Una recente indagine del Ministero per la Salute ha evidenziato che sono ben 9000 gli operatori che mancano per fare funzionare i Servizi, e, così, continuare il percorso che tanti ottimi risultati ha dato nel corso degli anni. Anche a Napoli, con la chiusura dei due manicomi cittadini e l’attivazione di 10 unità di Salute Mentale ( ben differenziati nelle risposte), si dimostrò, nei fatti, che era possibile coniugare quell’universalismo – che consiste nell’allargamento della cittadinanza e la diffusione dei diritti – con quello della tutela e la valorizzazione delle differenze individuali.

Bisogna, perciò, rilanciare una nuova operatività e contrastare a muso duro l’idea della ineluttabilità della malattia mentale: l’antico, perverso gioco, che schiaccia le persone tra incurabilità (e quindi pericolosità) e cronicità. Ma proprio perché consci di questa grave situazione, occorre investire in questa città, a partire dalla Salute Mentale e dalle fasce di sofferenza maggiore. Lanciare un pressante invito all’impegno collettivo, una sfida che dia forza e voce alla voglia di cambiamento che, seppur flebile, sale dai vicoli e dalle strade: “Napoli, afferma De Crescenzo, è l’ultima speranza dell’umanità per sopravvivere”. Psichiatria Democratica, chiede a gran voce di sostenere gli sforzi degli operatori che pur in grande difficoltà e con scarse risorse continuano ad impegnarsi per dare risposte concrete a pazienti e familiari, ed a rischiare sulla propria pelle questo loro quotidiano e faticosissimo impegno e chiedono, a Regioni e AASSLL quanto segue:

  • adeguare gli organici del personale pubblico;
  • Realizzare programmi per una diversa accoglienza abitativa (dai gruppi – appartamento alle case supportate);
  • Attivare, finalmente, tutti i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura;
  • Garantire il rafforzamento dei Centri Diurni di Riabilitazione;
  • Valorizzare il ruolo della cooperazione sociale, come processo emancipativo e di reinserimento degli utenti nel tessuto socio-lavorativo;
  • Promuovere lo sviluppo costante di gruppi di ascolto destinati all’area del disagio adolescenziale;
  • Attuazione di attività di tutoraggio (svolte da tutors formati nei Servizi pubblici) per pazienti in grave difficoltà, su progetti sperimentali, individualizzati  e a tempo;
  • Promuovere un “Patto per il lavoro”, che coinvolga le associazioni degli artigiani, industriali, enti locali, i sindacati ed il mondo della cooperazione, per garantire ai sofferenti psichici una continuità nel lavoro che li renda effettivamente autonomi.

Psichiatria Democratica chiede a tutti i cittadini, al mondo della politica, della cultura, dello sport, ai giovani, al fecondo mondo dell’associazionismo, a uomini e donne che tengono a cuore il destino di quanti sono costretti  in condizioni di grave disagio e solitudine, di esserci a fianco in questo momento di grave attacco ai diritti, anche costruendo, qualora si rendesse necessario, comitati per la difesa e lo sviluppo della legge 180, quale patrimonio collettivo.