NOTE IN MARGINE / POST COVID – Che cosa insegna la quarantena della didattica

Nunzia Di Maria insegna Matematica all’Istituto Alfonso Casanova ed è presidente dell’Associazione “Matematici in città” di Napoli. Comincia da oggi la sua collaborazione con il Sudonline.it

Le settimane di quarantena mi hanno fatto tornare in mente i negativi delle foto di un tempo non lontano. Fino ad una ventina di anni fa, le foto andavano sviluppate e il fotografo consegnava in un’unica custodia i negativi insieme alle foto.E solo in quel momento si poteva vedere “quelle venute bene”, quelle belle assieme alle altre che forse, potendole selezionare, non avremmo sviluppato. Ricordo che mi divertivo a trovare la corrispondenza tra i negativi e le foto.

Ebbene le settimane di didattica a distanza io le ho vissute come i “negativi della didattica in presenza”.Come se fosse stato possibile vedere dietro quelle foto, a volte belle, altre meno interessanti, fino a quelle che si vorrebbe evitare di stampare. Mi spiego. Con la didattica a distanza sono emerse in maniera forte le criticità che sta vivendo la scuola in questi anni. L’incapacità di arrivare a tutti. La difficoltà a creare le condizioni per ridurre le diseguaglianze. Come i negativi separati dalle foto di una volta, ci sono stati ragazzi che hanno avuto spazi, strumenti e supporto familiare per affrontare la didattica dell’emergenza e quelli che, viceversa, con un cellulare e una connessione instabile si connettevano chiedendo magari ai familiari “di non fare confusione”. E poi quelli di cui non si è riusciti a sapere nulla. Ancora una volta anche da casa si è riprodotta la distanza tra quelli che in classe seguono con attenzione ed interesse, quelli che cercano di superare le difficoltà e quelli che non riescono a trovare un proprio spazio di espressione.

Ma c’è di più. È stato possibile vedere in controluce anche la spaccatura profonda nella classe docenti: quelli che cercano di costruire un percorso educativo investendo tempo ed energie e coloro che si defilano a discapito di colleghi e studenti.

Io credo che, così come nel mondo della fotografia è avvenuta una rivoluzione profonda in questi anni, sarebbe necessario ripensare profondamente la scuola: ripensare i luoghi, le metodologie, le relazioni. Superare l’isolamento delle classi costruendo una dimensione collettiva, una responsabilità condivisa.

I dipartimenti delle diverse discipline dovrebbero costruire percorsi didattici da realizzare concretamente insieme nelle classi e non solo limitarsi a scrivere in maniera superficiale per riempire carte.

L’eterogeneità di metodologie della classe docenti, fatta eccezione di quelli che forse dovrebbero riconoscere di aver sbagliato scelta, potrebbe diventare una risorsa per la didattica.

Ripensare gli spazi, dicevo. Costruendo dei laboratori permanenti per i diversi dipartimenti, in cui le lezioni si svolgono dividendo le classi in piccoli gruppi e in presenza di più docenti della stessa disciplina con specificità differenti per garantire la personalizzazione dell’intervento didattico in un rapporto molti a molti (tre o quattro docenti ogni venti o venticinque alunni)  e non più uno a molti.

Si potrebbero creare così le condizioni per una reale condivisione di intenti, per delle sinergie didattiche arrivando così a una responsabilità educativa condivisa.

È importante infine ripensare anche le relazioni, aprendosi realmente alle realtà e ai luoghi del territorio senza spaccare ulteriormente la scuola tra la didattica della mattina e i progetti pomeridiani ma costruendo un percorso integrato, progettato, realizzato e valutato insieme.

Così forse potremmo provare a stampare le foto, evitando quelle che non trasmettono emozioni, non lasciano un ricordo positivo e che tolgono spazio alle altre.

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