“Mandiamo i meridionali in Patagonia”, ecco il piano di deportazione dei Savoia

Contro il brigantaggio i Savoia misero a punto un vero e proprio piano di deportazione dei meridionali che fallì per l’ostilità delle potenze straniere a ospitarli. Vediamo quali sono le tappe di questa vicenda ricostruite attraverso i documenti.

Diciamo subito che sul piano c’è ancora il segreto di Stato: i documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina non sono consultabili. E’ caduto il segreto sulla strage di Ustica. Ma sull’Unità d’Italia no…

La nostra storia comincia nel 1868, quando infuria la resistenza dei “Briganti”. Il protagonista è il presidente del Consiglio italiano, Luigi Federico Menabrea, nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese. Per il capo dell’esecutivo «I meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio».

Menabrea, per la verità, si rivolse prima agli inglesi: voleva un’area del Mar Rosso. Poi, però, cambia idea, e il 16 settembre del 1868 contatta il Ministro Della Croce a Buenos Aires. Obiettivo: ottenere la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia». Ma l’Argentina si rifiuta.

Menabrea torna alla carica. Il 10 dicembre contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, per stabilire in Africa una colonia penitenziaria italiana. Per ospitare chi? Provate a indovinare…. Ma arriva l’ennesimo rifiuto.

A questo punto Menabrea torna alla carica degli inglesi. Del resto non sono stati loro i primi artefici dell’invasione del Regno delle Due Sicilie?

Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo.

A dar man forte a Menabrea c’è anche il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri che incontra il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere e gli confessa: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte». Ma l’ex ministro non si ferma qui. Ecco il discorso conservato negli archivi della Farnesina:

«Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti. Bisogna dunque pensare – disse il Ministro della neonata Italia – ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».

Nulla da fare: gli inglesi non vogliono diventare complici di un piano di deportazioni. E si defila anche l’Olanda.

Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, Ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, Ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto. Nel frattempo, le carceri dell’Italia Unita traboccano di meridionali e i briganti continuavano a combattere.

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