Le notizie in prima pagina sui giornali di domenica 9 giugno 2019

Le notizie in prima pagina sui giornali di domenica 9 giugno 2019

Economia e finanza

Altolà ai minibot. A Roma arriva di prima mattina il «no» secco di Tria ai mini-Bot rilanciati venerdì dal sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. L’inquilino di Via XX Settembre ricorda il «parere negativo» già dato dal suo ministero in risposta alla mozione parlamentare approvata la scorsa settimana alla Camera per impegnare il governo a usare anche i mini-Bot per pagare i debiti commerciali delle imprese. Nel merito, Tria richiama l’alternativa indicata dal presidente Bce Mario Draghi: «Se sono debito non servono», dice in sintesi, mentre se voglionodiventare una valuta alternativa «ovviamente non possono essere fatti perché ci sono i trattati». Le repliche politiche arrivano in breve. «Nessuno ora può far finta di niente. Non me ne frega nulla di quale strumento verrà usato, basta che si trovino i soldi per pagare quegli italiani che hanno lavorato per la Pubblica amministrazione, hanno fatto delle forniture e aspettano da anni di essere pagati», afferma con forza Matteo Salvini. Ma c’è qualcosa di più contro il ministro dell’Economia. Tria era stato invitato in commissione Finanze del Senato dal presidente leghista Alberto Bagnai. Sarebbe dovuto andare domani per discutere delle prospettive economiche legate alla procedura di infrazione, ma si è rifiutato, preferendo invece presentarsi martedì nell’aula di Palazzo Madama su richiesta del Pd sullo stesso argomento. Il problema è che, fanno notare i suoi critici, in Aula la discussione si concluderà senza mozioni o risoluzioni, cosa che invece ci sarebbe stata in commissione. Allora, si chiedono i leghisti, con quale mandato Tria pensa di affrontare l’Ecofin?

Il G20 verso una tassazione ai giganti del web. Al G20 finanziario sono state annunciate le prime proposte per imporre una tassazione più equa ai colossi del web. L’idea è quella di cominciare a lavorare per un sistema il più possibile armonizzato di tassazione da presentare al G20 dell’anno prossimo sotto forma di accordo finale. Lo schema di base prevede due pilastri. Il primo vuole introdurre una tassazione sulla base del luogo in cui i ricavi di gruppi come Google, Amazon e Facebook vengono realizzati (localizzazione dell’utente/ cliente finale) anche nel caso in cui la società non abbia una sede legale nel Paese in questione. Il secondo servirebbe ad arginare eventuali e nuove forme di elusione stabilendo una tassa minima digitale su scala globale. Nel mirino ci sono le Faang (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google), ma anche altre società che si rifugiano in paesi a bassa imposizione fiscale. Il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha dichiarato che deve nascere una strategia comune per mettere fine alle fughe fiscali dei mastodonti di Silicon Valley. «Non ci devono più essere luoghi dove nascondersi», ha annunciato il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, aprendo il Simposio sulla tassazione internazionale. Bisogna trovare un «nuovo modello» ha confermato il ministro dell’Economia e delle Finanze francese, Bruno Le Maire, che si fondi su scambio di informazioni per ridurre la fuga dall’imposizione fiscale. E Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere britannico ha osservato che «è importante che la tassazione ci sia dove si crea valore». Anche per il ministro delle Finanze giapponese, Taro Aso, «siamo a un punto di svolta. Potrebbe essere la più grande riforma dello schema di riferimento internazionale in oltre 100 anni».

Politica interna

Manovre nel M5S. Il Garante e il Capo politico non si erano più visti dopo la scoppola delle Europee, solo comunicazioni telefoniche. «Beppe – raccontano gli uomini del vicepremier – ha dato la bollinatura alla riorganizzazione del M5S». Ritornato a Roma, Di Maio ha incontrato a Palazzo Chigi 200 consiglieri comunali c’è stato anche il via libera alla deroga per il secondo mandato: si potranno candidare (solo loro: né i parlamentari, né i consiglieri regionali) ancora. Nel caso dei sindaci – tema non ancora sciolto – ci potrebbe essere una deroga per tentare il bis. Un’opportunità (o forse un freno) per le ambizioni di Chiara Appendino a Torino e soprattutto di Virginia Raggi, inquilina del Campidoglio. Quest’ultima sulla carta potrebbe correre per il Parlamento o tentare di nuovo nel 2021 la conferma in Comune. Un’altra intenzione di Di Maio è quella di rendere la maggior parte delle cariche interne al Movimento elettive: un ritorno alle origini. Ciò significa anche, per esempio, che i capigruppo che ora sono scelti a discrezione dal capo politico saranno votati dall’assemblea dei parlamentari, così come accadeva nella passata legislatura. Anche i doppi incarichi in seno al Movimento saranno fortemente limitati (non a caso due probiviri su tre hanno rimesso il mandato). Quasi certamente Di Maio con Grillo ha ammesso gli errori della strategia post Politiche, ha ascoltato la replica del garante (sempre molto diretto) e ha discusso del ventilato rimpasto e della possibilità di «sacrificare» alcuni ministri, a partire da Danilo Toninelli e Giulia Grillo. Ma lo showman venerdì si era speso in un vero e proprio endorsement per il ministro della Salute, lodando il «risultato storico della nostra Giulia Grillo» ottenuto sul fronte della trasparenza del prezzo dei farmaci.

Polemiche nel Csm. Il braccio di ferro che qualcuno temeva s’è aperto ufficialmente. I quattro componenti del Consiglio superiore della magistratura autosospesi perche coinvolti nelle riunioni con altri magistrati e dei deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti sui futuri assetti delle Procure,, Procura di Roma in primis, non hanno dato le dimissioni. Anzi, per tre di loro appartenenti alla corrente moderata Magistratura indipendente — Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre — è arrivato l’invito del gruppo a tornare al lavoro. Vacilla dunque la tregua che era stata cucita nel Consiglio superiore della magistratura dopo la pubblicazione degli atti dell’inchiesta di Perugia. Martedì nella riunione straordinaria del plenum tutti i consiglieri togati e laici «sgomenti e amareggiati» avevano condiviso un documento che denunciava comportamenti dei colleghi da cui «prendere con nettezza le distanze». Dei cinque membri del Csm coinvolti, Luigi Spina (Unicost, indagato a Perugia) si è dimesso. Gli altri (Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli di Magistratura Indipendente; Gianluigi Morlini di Unicost) in quanto non indagati si erano autosospesi. Una formula ambigua – ed estranea all’ordinamento – che aveva evitato una cruenta resa dei conti. L’indomani da affollate e rabbiose assemblee di toghe (soprattutto giovani) in tutte le principali città e dalla riunione dell’Associazione nazionale magistrati, il sindacato a cui aderisce il 90% della categoria, era emersa una linea più dura, con la richiesta di dimissioni immediate. Sfidando chi ha chiesto e continua a chiedere il passo indietro che libererebbe l’organo di autogoverno dei giudici da un’ipoteca che rischia di continuare a comprometterne l’immagine. Sulle modifiche alla composizione e al sistema elettorale dell’organo di autogoverno non ci sono ancora proposte chiare né condivise, ma questo appartiene al futuro. II presente è un Consiglio che pur in grado di continuare a lavorare regolarmente, si ritrova comunque azzoppato. I componenti autosospesi sono stati già sostituti negli importanti incarichi che ricoprivano nelle commissioni consiliari, e spostati in altre di rilevanza molto minore.

Politica estera

Accordo Usa-Messico. «I dazi contro il Messico che dovevano entrare in vigore da questo lunedì sono sospesi a tempo indeterminato. In cambio il Messico accetta di prendere misure forti per fermare la marea di migranti verso il nostro confine meridionale». Il tweet di Donald Trump annuncia che la guerra commerciale col vicino del Sud è rientrata. È anche un proclama di vittoria, che viene confermato dalle autorità messicane. Non scatta dunque quell’escalation di dazi che dovevano cominciare dal 5% e arrivare fino al 25%, per “punire” il mancato controllo dei flussi migratori. In cambio il presidente di sinistra Andres Manuel López Obrador (abbreviato in Amlo) fa concessioni sostanziali. Amlo mobilita la sua Guardia Nazionale al confine col Guatemala per bloccare gli ingressi di chi vuole raggiungere gli Stati Uniti. Così in breve Stati Uniti e Messico hanno trovato l’accordo sulle iniziative da prendere per frenare l’immigrazione illegale, evitando almeno per ora i dazi minacciati dal presidente Trump, che avrebbero messo in ginocchio l’economia del collega Lopez Obrador, ma avevano anche provocato la rara opposizione degli stessi parlamentari repubblicani. L’intesa prevede che il Paese centramericano invierà circa 6.000 soldati della Guardia nazionale lungo la frontiera con il Guatemala, per frenare i flussi in arrivo, e ospiterà una parte degli illegali che faranno richiesta di asilo negli Usa, in attesa della risposta alla loro domanda. In cambio Washington accelererà gli investimenti promessi per circa 6 miliardi di dollari, allo scopo di favorire lo sviluppo nel Messico meridionale e nelle nazioni vicine da cui arrivano i migranti.

La rinascita dei Verdi in Europa. In Germania la vittoria alle elezioni europee di Die Grünen, che conquistando il 20,5% dei voti per la prima volta nella storia a livello federale è diventato il secondo partito in Germania prima dei socialdemocratici, è stata definita di portata epocale, come la rivoluzione giovanile del ’68, tale da poter stravolgere lo scenario politico tedesco. Ma i leader dei Verdi tedeschi, un partito fondato negli anni ’80 con i suoi primi parlamentari pacifisti e ambientalisti che si rifiutavano di indossare giacca e cravatta nel Bundestag, ne hanno fatta di strada da allora, sono entrati nella politica del fare e non del promettere, sono in governi di coalizione in sette Länder e nel Baden-Württemberg hanno il primo ministro. Sono ora consapevoli della grande sfida che li attende: pur rappresentando sulla carta un quinto dell’elettorato, in Parlamento hanno soltanto 67 seggi su 709, equivalenti all’8,9% dei voti presi alle politiche del settembre 2017. In Francia, poi, nel 2017 il movimento non aveva ancora trovato pace. Il Parti ecologiste era diviso tra i sostenitori di Macron, e quelli dei socialisti; Eely, cercando il rilancio sotto la guida di Yannick Jadot – ex responsabile delle campagne di Greenpeace – decise, subendo qualche defezione, di sostenere alle presidenziali il candidato socialista Benoît Hamon. Alle successive legislative fu eletto un solo deputato, Eric Alauzet, a Besançon. Con il sostegno dei macroniani, però, che gli è costato il ritiro dell’investitura da parte del suo stesso partito. Macron è, nei fatti, un avversario dei Verdi. II presidente – che ha la sua base nelle grandi città – ha molto a cuore la questione ambientale. il ritiro degli Usa dal trattato sul clima di Parigi gli ha anche permesso di rivendicare una leadership globale su questo tema, mentre la necessità di smantellare, nel tempo, le 58 centrali nucleari, lo ha spinto a seguire, di fatto, una politica che il marketing elettorale può far passare come ecologista.

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