Le notizie in prima pagina: la manovra, le primarie del Pd, ultimatum Fca sull’ecotassa

Le notizie in prima pagina: la manovra, le primarie del Pd, ultimatum Fca sull’ecotassa

Le notizie in evidenza sulle prime pagine dei quotidiani di giovedì 13 novembre 2018

Politica interna

Primarie Pd, in sei ai nastri di partenza. A consegnare per primo le firme degli iscritti a sostegno della sua candidatura alle primarie dem è stato Francesco Boccia, poi a seguire Maria Saladino, l’outsider donna, quindi Nicola Zingaretti il favorito di queste primarie e Maurizio Martina il segretario uscente, seguiti dal trentenne Dario Corallo. In corner, pochi minuti prima della scadenza alle 18, con due scatoloni di mail a supporto si sono presentati Roberto Giachetti e Anna Ascani, i renzianissimi che non si sono rassegnati a confluire su Martina, dopo la rinuncia alle primarie di Marco Minniti. Ai nastri di partenza del congresso del Pd sono sei i candidati. Oggi la commissione per il congresso verifica la correttezza e ufficializza. Nel caos di un Pd all’angolo, con gli orfani di Renzi divisi sul da farsi alle primarie e l’ex segretario che ha un piede fuori dal partito, piomba il caso Sicilia: a 4 giorni dalle primarie regionali, la candidata Teresa Piccione, espressione dell’area Zingaretti, si è ritirata lasciando da solo il renziano Davide Faraone: «Competizione falsa e senza regole: non sono le primarie del Pd – attacca Piccione – ma del partito fondativo di Renzi». Piccone aveva ravvisato, in viasta delle primarie Pd, una mobilitazione di massa di Forza Italia e del movimento dell’ex ministro Salvatore Cardinale. Dalla colonne della Stampa, intanto Maurizio Martina si augura che Renzi non costruisca un nuovo partito, perché «ogni divisione è un regalo alla destra». «Propongo – spiega Martina – che la prossima Assemblea nazionale Pd lanci un percorso costituente che coinvolga dopo le europee tante energie del campo riformista e democratico che sta fuori da noi». Il nodo per il direttore del Foglio Claudio Cerasa riguarda una domanda politica che nessuno in Italia sembra essere in grado di intercettare: l’opposizione a questo governo e a questa opposizione. Il candidato ad occupare questo spazio è, per Cersa, Carlo Calenda. Qualche giorno fa, alcuni imprenditori amici e sostenitori di Calenda hanno commissionato un sondaggio per testare la popolarità dell’ex ministro e il risultato di quel sondaggio ha spinto Calenda a rompere gli indugi e a pianificare un percorso fatto di tre tappe: creazione di un nuovo contenitore a gennaio per dare la possibilità a tutti gli altri soggetti europeisti (compreso il partito di Emma Bonino) di federarsi all’interno di un’unica struttura, campagna elettorale super antisovranista, disponibilità in vista del voto del 26 maggio a trasformare il fronte repubblicano in una sorta di lista dell’europeismo sul primo modello Ulivo.

Berlusconi: un gruppo di M5S pronto a sostenerci. Pensa di candidarsi alle Europee, in «tutte le circoscrizioni come capolista, seguito in ognuna da una donna», perché la sua sola presenza — assicura — «ci porterebbe secondo i sondaggi tra i 3 e gli 8 punti in più». E con altrettanta baldanza Silvio Berlusconi è convinto di poter rovesciare le sorti della legislatura: portando un «gruppo di responsabili» che è convinto possa formarsi con fuoriusciti del M5S, che sostenga un esecutivo di centrodestra anche «a guida Salvini, come da nostri accordi precedenti alle elezioni». Mostra ottimismo il leader di Forza Italia, intervistato da Antonio Polito e Virman Cusenza in occasione della presentazione del libro di Bruno Vespa Rivoluzione. Perché alla durata del governo attuale non crede, nonostante l’accordo a Bruxelles che eviterebbe la procedura di infrazione: «La loro marcia indietro è una buffonata, certo meglio evitare l’infrazione, ma la manovra resta tutta da riscrivere. Va cambiato il governo». Il Cavaliere mette il dito nella piaga, stimola l’agitazione nel Movimento su fughe che potrebbero seguire quella di Matteo Dall’Osso. E dopo aver lanciato la provocazione sullo scouting azzurro nella truppa gialla, Berlusconi ripete il suo appello al leader della Lega, perché stacchi la spina all’esecutivo Conte: «C’è un’assoluta necessità di centrodestra». Premier di un eventuale nuovo governo, sottolinea il Cav, «dovrebbe essere Salvini, per l’accordo che avevamo preso prima delle elezioni». Subito dopo, però, una stilettata al Capitano: «Abbiamo detto a Salvini: «Prova a fare il governo ma tieni nel programma il centrodestra. Questo non è accaduto. Siamo a una situazione in cui Salvini non rispetta gli impegni con la Lega. Ha stipulato un contratto privato con M5S, ma un altro pubblico con migliaia di elettori». Berlusconi fa anche una precisazione sul Quirinale, dopo la smentita alle sue parole alla convention azzurra di Roma, l’altra settimana. «Non ho mai attributo al presidente della Repubblica che affiderà il mandato al governo di centrodestra. Io ho detto che qualora ci fosse una crisi ci sono due strade: formare nuova maggioranza o andare a elezione. Conoscendo il presidente credo che non passerebbe alle elezioni, ma considererebbe una nuova maggioranza per il Paese».

Politica estera

Brexit, leader Theresa May ottiene la fiducia Tory. Theresa May si salva dalla ribellione interna: la premier si è infatti vista confermare ieri sera la fiducia come leader Tory da 200 deputati su 317: uno in più dei 199 con cui conquistò la guida del partito nel 2016. Brexit, dunque, ora potrebbe salvarla. La premier britannica è passata al contrattacco avvertendo che senza di lei Brexit potrebbe fallire. «Combatterò con tutte le mie forze», ha detto, perché l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue potrebbe essere rinviata o annullata se non sarà più leader del partito. «Un cambiamento al vertice del partito metterebbe in pericolo il futuro del nostro Paese e creerebbe incertezza proprio nel momento in cui non ce la possiamo permettere – ha detto la May-. Settimane passate a combatterci serviranno solo a creare divisioni quando dovremmo restare uniti per servire il Paese». La “premier zombie”, come la definisce il Financial Times, non è ancora morta, essendo sopravvissuta al voto di sfiducia indetto dai dissidenti Tories. Al prezzo, tuttavia, di annunciare che non si ricandiderà alle prossime elezioni: darà le dimissioni prima del ritorno alle urne nel 2022, se la legislatura arrivasse al termine, o più verosimilmente entro pochi mesi, se ci saranno elezioni anticipate. E con quasi mezzo partito contro più che un’anatra zoppa, per usare il tradizionale gergo politico anglosassone, diventa un’anatra pre-cotta. Il cui cammino rimane irto di ostacoli che appaiono insuperabili. La Ue non farà modifiche sostanziali al piano per la Brexit concordato fra Londra e Bruxelles. Nel parlamento britannico non sembra esserci una maggioranza per approvare l’intesa così com’è. E il laburista Jeremy Corbyn insiste affinché si voti al più presto: appuntamento che il primo ministro è sicura di perdere, se anche i ribelli interni e gli unionisti nord-irlandesi le voteranno contro. Il suo lungo addio al potere, annunciato ieri sera, potrebbe dunque essere assai breve. Non per nulla uno dei capi della rivolta, Jacob Rees-Mogg, la esorta a rimettere immediatamente l’incarico nelle mani della regina.

A Tripoli torna Buccino, l’ambasciatore del dopo-Gheddafi. Il “puzzle” libico fa sempre molta fatica a ricomporsi tra voci, smentite, misteri ma anche qualche novità. Tra queste ultime c’è da registrare la decisione presa ieri dal Consiglio dei ministri di designare il nuovo ambasciatore italiano a Tripoli dopo che, nell’agosto scorso, l’ex capomissione italiano, Giuseppe Perrone, era stato richiamato a Roma per non meglio specificati “motivi di sicurezza” a seguito di polemiche sorte a Bengasi per sue presunte dichiarazioni sulle elezioni libiche. Al posto di Perrone andrà Giuseppe Maria Buccino Grimaldi, attuale direttore generale per le politiche dell’Unione europea della Farnesina che ha già guidato l’ambasciata a Tripoli in momenti molto delicati, dal 2011 (subito dopo la rivoluzione libica) al febbraio del 2015 quando la rappresentanza venne chiusa per motivi di sicurezza e tutti gli italiani fatti rientrare in patria. Un blitz in piena regola. Che suona come una vendetta della Farnesia all’indomani delle dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini sugli «Hezbollah terroristi», frasi che hanno scosso la linea italiana di politica estera nell’area. A qualche migliaio di chilometri di distanza, da Gerusalemme, il vicepremier leghista non l’ha presa bene. Offeso dallo sgarbo, l’ha giurata a Moavero, ministro moderato ed europeista su cui fin dalla nascita del governo si è concentrata la diffidenza del Carroccio: con il suo benestare, racconta chi conosce bene il vicepremier, il ministro degli Esteri non diventerà mai cornmissario italiano in Europa. Si risolve così una vicenda che da settimane ormai stava in cima alla lista dei problemi di politica estera da affrontare per il governo. E intanto la ministra della Difesa Elisabetta Trenta dopo la polemica scatenata da Salvini contro Hezbollah, ribadisce la necessità di evitare provocazioni. «Il governo – spiega – è compatto, io ho solo detto che è indispensabile calibrare le parole, soprattutto quando si opera in contesti internazionali dove sono impegnati i nostri uomini. E una questione di sicurezza per i militari. Ne stiamo impiegando 13.700». Quanto alla proposta, sempre di Salvini, di spostare l’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme, trenta afferma: «Io credo che debbano esserci due popoli e due Stati, lo ha ben chiarito il presidente della Camera Roberto Fico. In ogni caso eviterei ogni intervento che possa rompere equilibri già precari».

Economia e Finanza

Conte: deficit al 2,04%. La Ue riconosce «progressi». È stato un incontro positivo quello tra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il premier italiano Giuseppe Conte a Bruxelles ieri pomeriggio, durante il quale Roma ha proposto un nuovo obiettivo di deficit per il 2019 del 2,04% del Pil. Un accordo definitivo sulla Finanziaria non è stato trovato, ma c’è il desiderio delle parti di continuare il colloquio. È ancora incerto se il governo Conte riuscirà a evitare che Bruxelles raccomandi ai paesi membri di aprire una procedura per debito eccessivo. Il premier Conte ha presentato ai suoi interlocutori bruxellesi un obiettivo di deficit del 2,04% del PII, rispetto al target precedente del 2,4%, grazie a nuove privatizzazioni e a stime inferiori di spesa pubblica (oltre 7 miliardi di euro). Quanto al deficit strutturale, l’aspetto più monitorato da Bruxelles, il premier ha detto che «calerà». Non era chiaro ieri sera se si tratterebbe di una riduzione rispetto alle previsioni precedenti del governo, o una diminuzione rispetto all’anno precedente. Alla fine di un incontro durato un’ora e mezzo e a cui hanno partecipato anche il vicepresidente Valdis Dombrovskis, il commissario agli affari monetari Pierre Moscoviti e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, una portavoce della Commissione ha spiegato: «Il presidente Junker ha ascoltato attentamente il premier Conte e i suoi argomenti. È stato compiuto un buon progresso. La Commissione valuterà le proposte ricevute questo pomeriggio». Dietro la vicenda si coglie il ruolo del Quirinale. Non ha fatto la trattativa. «Quella la conduce e la chiude il governo», ci tiene a precisare Sergio Mattarella. Ma nel pranzo di ieri con metà esecutivo il presidente della Repubblica ha offerto dei suggerimenti così precisi, così informati da far apparire chiaro a tutti il suo ruolo nella riscrittura della manovra. Primo: «Occorre trovare un accordo. La procedura di infrazione rischia di creare problemi pesanti all’economia del nostro Paese». Tradotto: attaccarsi a un decimale in più significa poi pagare una multa superiore al valore di quel decimale. Senza contare il prezzo che si sconta sui mercati, legato allo spread e all’andamento della Borsa.

Ecotassa, Fca rivedrà gli investimenti in tutta Italia. Fca esce allo scoperto contro l’ecotassa sulle auto diesel e benzina. Per la prima volta da quando è stata introdotta la misura del bonus-malus, ieri Fiat Chrysler Automobiles ha deciso di rompere definitivamente gli indugi: se il provvedimento non verrà modificato evitando le penalizzazioni, il gruppo sarà costretto a rivedere il piano di investimenti da 5 miliardi di euro in Italia. Un programma ambizioso che prevede il lancio di 13 nuovi modelli o il restyling di quelli esistenti e nuove motorizzazioni con l’impiego di tecnologie ibride ed elettriche. Il Lingotto ha maturato questa decisione ieri mattina dopo un tavolo sull’auto con risultati deludenti, convocato martedì a Roma dal ministero dello Sviluppo. Le aperture del ministro Di Maio a metter mano all’ecotassa non sono bastate a rassicurare non solo Fca ma l’intero mondo dell’auto. Tant’è che a insorgere ieri sono state anche le associazioni dei costruttori Anfia, Unrae e Federauto, ribadendo la loro netta opposizione alla proposta e puntando l’indice soprattutto sul danno che si verrebbe a creare sul fronte dei posti di lavoro. La misura, avvertono le associazioni, «si tradurrebbe in un serio fattore di destabilizzazione per il settore, mettendone anche a rischio l’occupazione». Ma a lanciare per primo il sasso ieri mattina è stato il responsabile per l’area Emea (Europa, Medioriente e Africa) di Fca Pietro Gorlier. «Al momento — ha detto il responsabile Emea del Lingotto — non abbiamo ancora visibilità su quale sarà lo scenario normativo nei prossimi anni». Il governo ha però ha cercato di rasserenare gli animi. «Troveremo una soluzione e io sono convinto del fatto che possiamo fare bene nella lotta all’inquinamento, negli incentivi all’auto elettrica, ibrida e a metano, senza danneggiare o provocare shock nei piani industriali delle aziende», ha tranquillizzato il vicepremier Luigi Di Maio. Compatti i sindacati dei metalmeccanici nel chiedere di non mettere in discussione il programma di investimenti di Fca. «Penso sia una cosa da evitare perdere 5 miliardi di investimenti, non possono assolutamente essere persi e una penalizzazione per chi voglia acquistare un auto Fca è assolutamente sbagliata», ha commentato il segretario Fim Cisl Ferdinando Uliano Pure la Fiom si schiera con le altre sigle: «Per noi è fondamentale che non si metta in discussione il piano ma anzi serve una implementazione, che può essere assicurata da ulteriori investimenti dell’azienda e anche da parte del governo», ha avvertito Michele De Palma, responsabile per la Fiom-Cgil del settore automotive.

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