Economia e Finanza 

Decreto Crescita. Passa «salvo intese» al consiglio dei ministri il decreto crescita. II testo da una parte si è arricchito con n nuove norme presentate dallo Sviluppo economico dall’altro ha perso il pacchetto più delicato sui risparmiatori, rinviato alla prossima settimana. Dopo un lungo scontro Mise-Mef, inoltre, dovrebbe essere saltata la norma sui Pir (piani individuali di risparmio), che diluiva in più anni l’obbligo di investimento del 7% sulle aziende quotate all’Aim e sul venture capital. Via libera al ritorno del superammortamento, dal 1° aprile al 31 dicembre 2019, al taglio progressivo dell’Ires, all’aumento della dedudbilità Imu sugli immobili strumentali, all’obbligo di applicazioni della ritenuta per chi è in regime di «flat tax». Viene potenziato il regime di vantaggio per il rientro dei “cervelli” e semplificata la disciplina del patent box. Per spingere la crescita dimensionale torna il bonus per aggregazioni di imprese, mentre per regioni, comuni e città metropolitane arriva la rottamazione di multe e tributi locali. Arrivano anche l’obbligo di fatturazione elettronica per le operazioni con San Marino e le regole sul credito d’imposta perle commissioni riferite a pagamenti elettronici da parte di distributori di carburante. Previste anche misure di sostegno allo sviluppo dell’attività dei liberi professionisti. Via libera alla norma su Alitalia, che dovrebbe consentire di convertire una parte del prestito ponte in equity. Secondo quanto filtrato in serata, avrebbe inoltre avuto il via libera anche la norma che limita l’immunità penale per i manager e i commissari straordinari dell’ex Ilva.

Salta intesa sui risparmiatori truffati. I risparmiatori truffati dalle banche dovranno attendere per ottenere i rimborsi. Serve un Consiglio dei ministri di tre ore per arrivare all’evidenza che non ci sono le condizioni per inserire nel decreto Crescita le modifiche alla norma sui rimborsi predisposte dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Eppure per tutta la giornata di ieri il premier Giuseppe Conte si era detto ottimista che una soluzione sarebbe stata individuata. La lunga riunione a Palazzo Chigi si conclude con l’approvazione del provvedimento che dovrà stimolare la crescita dell’economia con la formula «salvo intese». Un esito che soddisfa Conte. Secondo un retroscena del quotidiano La Repubblica però, c’è Luigi Di Maio che urla, letteralmente. Pronuncia parole grosse, qualcuno dice sproporzionate rispetto al contesto. I presenti si guardano basiti, come racconteranno appena lasciato Palazzo Chigi. Il primo bersaglio del leader grillino è Giovanni Tria, come da copione: «Da un mese ti sottrai alla firma del decreto sui risparmiatori truffati dalle banche, chi pensi di prendere in giro?». Gli ricorda anche che sarà ministro soltanto finché lo vorranno le forze di maggioranza. Il secondo target è Giuseppe Conte, clamorosamente: «Sei il Presidente del Consiglio, assumiti le tue responsabilità. Vai tu a spiegare alle associazioni che alcuni non saranno risarciti. Io questo fango non lo prendo…».

Politica Interna

Multata la Piattaforma Rousseau. La piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio – leader de facto del Movimento – «non gode delle proprietà richieste a un sistema di evoting», e non dà le adeguate garanzie «che prevedono la protezione delle schede elettroniche e l’anonimato dei votanti in tutte le fasi del procedimento elettorale elettronico». Insomma, per l’Authority italiana per i dati, il voto è manipolabile. La piattaforma non garantisce né sicurezza, né segretezza. La multa è di 50mila euro, blanda vista la gravità dei rilievi mossi – ma è una scelta comprensibile del Garante, per evitare una lettura politicizzata della sentenza. Che infatti puntualmente il blog gestito alla Casaleggio dà, in serata: «II garante italiano della privacy è Antonello Soro, un politico italiano del Partito Democratico». La realtà è che le infrazioni sono tecniche, nulla di politico, e particolarmente gravi in Europa dopo l’approvazione del nuovo regolamento sui dati, il GDPR. Intanto, alle 22 di ieri sera si è chiuso su Rousseau il voto del secondo turno delle Europarlamentarie, per selezionare i futuri candidati pentastellati alle europee. Lo scorso 18 febbraio, sulla stessa piattaforma dell’omonima associazione, gli iscritti al Movimento 5 Stelle si sono detti contrari a processare il vicepremier Matteo Salvini per il caso dei migranti della Diciotti, dando un parere determinante per la sopravvivenza del governo gialloverde. In entrambi in casi, e in tutti gli altri in cui il sistema di voto elettronico dell’Associazione di Davide Casaleggio è stato utilizzato, quindi, non si possono tecnicamente escludere «possibili alterazioni» dei risultati imputabili alla scarsa sicurezza della struttura, che persiste nonostante la rimozione di alcune delle vulnerabilità segnalate in precedenza, soprattutto a causa «dell’obsolescenza dei sistemi in uso».

Rischio scontri nelle altre periferie romane. La rabbia sociale di chi vive in luoghi dimenticati dall’amministrazione capitolina ha colpito il Campidoglio in pieno volto. E ora l’amministrazione di Virginia Raggi si trova a ripetere: «Attenzione a come procedere con gli spostamenti delle persone». Perché i comitati di altri quartieri, dove il Comune ha pensato di trasferire i nomadi, sono in fermento e pronti ad alzare le barricate, perché oggi è stato convocato un Comitato per l’ordine e la sicurezza in Prefettura e perché gli stessi funzionari che in queste ore si trovano a gestire la delicata situazione di Torre Maura lo ripetono da due giorni: «La protesta scatta anche altrove». Ieri tra le stanze di Palazzo Senatorio in più di un’occasione si è ripetuta questa frase che scopre tutta la fragilità del Campidoglio a guida cinquestelle e svela la reale preoccupazione che sta montando: quante altre micce come quella di Torre Maura potrebbero accendersi? La narrazione di Raggi si è concentrata fino ad ora sempre sugli estremisti di destra in strada per fomentare gli animi. «Bestie», li ha apostrofati la pentastellata. Che continua a martellare su questo punto, omettendo la situazione di degrado in cui versa questa zona. Nel frattempo, il cerchio si è chiuso con una mossa già vista in Campidoglio: far saltare la testa al dirigente responsabile del procedimento.

Politica Estera

Libia, il generale Haftar in marcia verso Tripoli. Il generale Kalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ha dato ordine al suo esercito di avanzare sulla capitale Tripoli per liberarla dalle milizie rivali. In un audio postato su Facebook, con la scritta «Operazione per la liberazione di Tripoli», il generale libico ha lanciato il suo messaggio. «Eccoci Tripoli… È venuto il momento del nostro appuntamento con la conquista». Haftar ha poi promesso di risparmiare i civili, le istituzioni dello Stato e i cittadini stranieri, chiedendo ai miliziani di deporre le armi e issare «bandiera bianca per garantirsi la sicurezza». Immediata la risposta delle forze del Governo di Accordo nazionale (Gna), l’Esecutivo riconosciuto e sostenuto dalla Comunità internazionale, in prima linea dall’Italia, guidato dal premier libico Fayez al-Serraj, che controlla, anche se a fatica, la capitale della Libia e laTripolitania. Il colpo di mano a sorpresa del maresciallo Khalifa Haftar assomiglia sempre di più a quello del suo ispiratore politico, Muammar Gheddafi. Nel 1969  l’allora capitano sorprese tutti nel mettere fine dalla monarchia di re Idriss, aiutato da un manipolo di giovani ufficiali, compreso lo stesso Haftar, destinato a diventare dalia poco il suo braccio destro e il supervisore delle forze armate. Gheddafi, pur nella sua megalomania, si diede in seguito il grado di colonnello, mentre Haftar si è appuntato il massimo, quello di maresciallo di campo. Lo stile di vita, in compenso, è più sobrio. La sostanza però è la stessa: usare tutti i mezzi per arrivare al potere e mantenerlo. Haftar, dopo aver lanciato nel 2012 l’«Operazione dignità», ha lavorato per anni nel coltivare amicizie e alleanze, in patria e all’estero. L’asse inossidabile è con l’Egitto di Abdel Fath alSisi e con gli Emirati arabi del principe Mohammed bin Zayef.

Brexit. Ieri le attività parlamentari sono state sospese perché la Camera dei Comuni si è allagata dopo un violento nubifragio. E il simbolismo non poteva essere più acuto: la Gran Bretagna imbarca acqua e loro continuano a ballare sulla tolda del Titanic. Il clima all’interno del partito conservatore sarà ancora più tempestoso se la premier Theresa May, dopo la controversa decisione di negoziare con l’opposizione laburista, toglierà il veto a un secondo referendum. L’opzione di una seconda consultazione è stata discussa ieri nei negoziati tra Governo e partito laburista per trovare un compromesso, definiti «dettagliati e produttivi». Secondo voci credibili, la May sarebbe ora disposta a contemplare l’idea di un voto e lo avrebbe scritto in una lettera al leader dell’opposizione Jeremy Corbyn. Sarebbe un segnale importante della volontà della premier di sbloccare l’impasse, dato che finora la May è stata fermamente contraria all’ipotesi di un secondo voto dichiarando che sarebbe un «tradimento della volontà espressa dagli elettori» nel giugno 2016. Ma il tempo stringe: incombe la data del 12 aprile, giorno in cui la Gran Bretagna uscirà automaticamente dalla Ue, accordo o non accordo. Gli europei aspettano da Londra proposte concrete, altrimenti si andrà al no deal, oppure a un rinvio lungo che costringerebbe i britannici a partecipare al voto per l’Europarlamento.