Le notizie in evidenza sui giornali di venerdì 24 maggio 2019

Le notizie in evidenza sui giornali di venerdì 24 maggio 2019

Economia e Finanza

Cdp: maxi-cedola da 1,5 miliardi per i soci; il Presidente Tononi non si dimette. Cassa depositi e prestiti stacca una maxi-cedola per i suoi azionisti. Ieri l’assemblea dei soci ha approvato il bilancio 2018, che si è chiuso con un utile netto di 2,5 miliardi (2,2 miliardi nel 2017), e ha deliberato un dividendo da 1,55 miliardi, il 15,5% in più di quanto deciso lo scorso anno (1,34 miliardi). Un incremento che per i due soci della Cassa, il ministero dell’Economia (all’82,77% del capitale) e le 61 fondazioni bancarie (15,93%) si traduce, rispettivamente, in una cedola da 1,3 miliardi di euro (1,1 miliardi del 2017) e 251 milioni (217 milioni). Tutto come da copione, insomma, senza colpi di scena ai vertici della Cassa dopo le indiscrezioni, rilanciate da alcuni organi di stampa, sulle imminenti dimissioni del presidente Massimo Tononi. Indiscrezioni prontamente smentite dal diretto interessato che, mercoledì sera, aveva affidato all’agenzia Ansa un messaggio stringato per bollare come «totalmente privi di fondamento» tali rumors. Di un suo possibile passo indietro, per la verità, si era già parlato a marzo – e anche allora Tononi aveva stoppato le illazioni – e ora le voci sono tornate a circolare in coincidenza con l’avvicendamento al timone delle fondazioni bancarie tra Giuseppe Guzzetti e Francesco Profumo. Ma la smentita di Tononi chiude, almeno per ora, il tema di una sua uscita anticipata.Inizialmente l’ipotesi era dare le dimissioni per gli ultimi giorni di maggio. E’ probabile invece che trascorrano alcune settimane, ma il momento sarebbe arrivato. Negli scorsi mesi sarebbe stato lo stesso Guzzetti, molto legato a Tononi, a convincere il banchiere a restare. Ma ora che Guzzetti non è più al vertice di Acri le cose sono cambiate. Da quii movimenti nelle fondazioni. Il nuovo presidente di Acri, Francesco Profumo, spingerebbe verso la presidenza il capo del colosso della consulenza Ernst eYoung Italia, Donato Iacovone, come ha rivelato Donato lacovone Lettera43. Sul nome Profumo avrebbe trovato anche la sponda di Fabrizio Palenzona, l’ex dominus della Fondazione Crt di Torino. Lega e Cinque Stelle potrebbero però opporsi facendo notare, spiega una fonte, che Ernst e Young è il revisore dei conti di alcune società nell’orbita di Cdp: ci sarebbe un palese conflitto di interessi. Le strategie in vista dell’uscita di Tononi comunque si studiano già da tempo.

Petrolio e dazi: tensione nei mercati. La Borsa di Milano ha chiuso ai minimi da tre mesi sulla scia delle nuove tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, cui si è aggiunto un deciso calo del prezzo del petrolio. Ma questa volta numeri negativi non sono arrivati soltanto per investitori e risparmiatori, colpiti dal calo generalizzato dei principali listini mondiali. Costerà infatti 106 miliardi di dollari l’anno (95 miliardi di euro), per le famiglie americane, l’ultimo round di dazi imposti da Washington sulle importazioni da Pechino: lo ha calcolato la Federal Reserve di New York in una ricerca, secondo cui una famiglia tipica spenderà 831 dollari (743 euro) in più per via del rialzo, in vigore dal io maggio scorso, dei dazi al 25% dal 10% su 200 miliardi di dollari di import cinese. «Questi dazi più alti probabilmente creeranno distorsioni economiche notevoli e ridurranno gli introiti generati dai dazi stessi», si legge nella ricerca. Stime pesantemente negative sono state calcolate anche dal Fondo monetario internazionale. «A livello globale», ha spiegato il Fmi, gli ulteriori dazi annunciati da Washington e Pechino «sottrarranno circa un terzo di punto percentuale di Pil nel breve termine, la metà del quale legato agli effetti sulla fiducia delle aziende e dei mercati. Questi effetti, anche se relativamente modesti al momento, si vanno ad aggiungere a quelli dei dazi attuati nel 2018». Se Salvini è tanto combattivo è anche perché è convinto che un’affermazione della Lega e di altri partiti sovranisti alle elezioni europee contribuirà a cambiare il volto della Commissione rendendola più incline ad accettare un compromesso sul budget dell’Italia. Ma è proprio così? I gestori chiamati ad esprimersi sulle implicazioni di mercato del voto di domenica non sono dello stesso avviso. Secondo Stephanie Kelly, political economist di Aberdeen Standard Investments, è difficile che la Commissione possa tollerare «la sregolatezza fiscale italiana». Una modesta indulgenza nella politica fiscale da parte della Commissione è da mettere in conto ma per l’economista non basterà a evitare «un altro scontro tra Roma e Bruxelles ad ottobre». Ancora più pessimista Elliot Hentov, responsabile politico di State Street Global Advisors, secondo cui la frammentazione del panorama politico europeo che è prevista emergere dal voto spingerà «i partiti tradizionali a unire le forze contro le sfide dei populisti». Il che non giocherà certo a nostro favore: «Quando i problemi dell’Italia torneranno sotto i riflettori – spiega Hentov – ci saranno minori spinte verso soluzioni di compromesso».

Politica Interna

Abuso d’ufficio: contro Lega-M5S. Ultime schermaglie prima delle Europee tra M5S e Lega. «A me sembra che il Carroccio stia chiedendo il voto per dire vogliamo più forza per buttare giù questo governo», sentenzia Di Maio. Che continua: «Vogliono sfiduciare Conte». «Io porto pazienza. Non sento questi rumori di sottofondo. Essere attaccato dagli alleati non è normale ma conto che da lunedì si rilassino tutti quanti», prova a rassicurarlo Salvini. Lo scontro per il post voto si sposterà sui provvedimenti. Flat tax, Autonomia, sblocco delle grandi opere a partire dalla Tav, riforma della giustizia, dl Sicurezza bis: Salvini prepara il conto per il dopo Europee. E nel menu finisce anche l’abolizione del reato di ufficio. «Gli amministratori sono alla merce dei pm, con la mannaia della legge Severino che incombe su ogni loro atto amministrativo», è il refrain del partito di via Bellerio. Ieri il leader della Lega ha rilanciato la proposta: «Via il reato che blocca l’Italia. Se blocchiamo subito per paura che qualcuno rubi allora mettiamo il cartello affittasi ai confini dell’Italia e ci offriamo alla prima multinazionale cinese che arriva. Io voglio scommettere sulla buona fede dei cittadini, degli imprenditori, degli artigiani, dei sindaci. Abbiamo paura di firmare atti, aprire cantieri e sistemare scuole, ospedali». «Quando un ministro come Salvini dice che vuole abolire l’abuso d’ufficio e ha un governatore indagato per quel reato – attacca Di Maio – sta dando un pessimo segnale al Paese». Avanti così, con la reciproca intenzione di far male. Il ministro del Lavoro consiglia al leader della Lega di «non pensare alle poltrone, ma al bene dell’Italia». Il ministro dell’Interno assicura che va a caccia di voti per cambiare I fronti l’Europa: «Non chiedo mezza poltrona in più». Ma se la Lega risulterà primo partito, la flat tax «sarà la priorità». Di Maio ha trovato l’arma per il rush finale e non la molla. Prima provoca su Facebook: «Per evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione? Per noi il governo va avanti, ma a un patto: più lavoro e meno stronzate!». Poi si dice contento che «Salvini abbia fatto marcia indietro» sulle «leggi ad partitum» e assicura che non lo sta insultando: «Sto solo cercando di farlo ragionare». Ci prova, per il M5S, anche il presidente dell’Antimafia Nicola Morra, intervistato da Ilaria Sotis su Rai Radio1: «Io invito il ministro Salvini a pensare con più ponderazione a certe sue esternazioni».

Lega. Salvini-Giorgetti: le due tesi sul voto. AI redde rationem mancano ormai 98 ore. E, al di là dello stucchevole scambio quotidiano di recriminazioni e insulti tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il clima che si respira nella maggioranza è quello di un’attesa inquieta. Il risultato che uscirà dalle urne domenica, infatti, potrebbe incidere in maniera determinante sia sulla tenuta della ma oranza gialloverde che dei due partiti che la sostengono. Soprattutto per quanto riguarda la Lega. A questo punto, dunque, meglio aspettare. Lo sanno bene a via Bellerio. Dove nelle ultime ore le voci che chiedevano di mollare il M5s si sono andate affievolendo. Non perché in Lega la convinzione che continuare a governare con Di Maio sia una sciagura abbia perso sostenitori. Ma perché in tutti c’è la consapevolezza che se Salvini toccherà quota 30%, il suo sarà un successo pieno e soprattutto personale. Al punto da zittire qualunque malumore. Ecco perché ormai i riflettori sono puntati sugli exit pool e le prime proiezioni di domenica notte, per capire davvero che margini ci sono per convincere il leader del Carroccio a far saltare il banco. Su questa posizione, infatti, restano saldamente i tre governatori del Nord. La Lombardia di Attilio Fontana, il Veneto di Luca Zaia e il Friuli Venezia Giulia di Massimiliano Fedriga contano quasi 17 milioni di abitanti. Quello che conterà è che da lunedì verrà messa alla prova quella dichiarazione che si è sentita per tutta questa campagna elettorale, come un ritornello che intervallava risse feroci: cioè che questo Governo dura e non ci saranno crisi. Lo diceva Salvini mentre sparava a zero sui griIlini e lo diceva Di Maio mentre lanciava bordate contro l’inefficacia dei rimpatri o la mancanza di coperture sulla flat tax. L’unica voce contraria è stata quella di Giancarlo Giorgetti che ancora ieri sembrava il più pessimista sulle sorti dell’Esecutivo. La sua tesi – su cui spinge Salvini a strappare – è che l’amalgama tra i due partiti non c’è e che questo porterà a uno stallo soprattutto in vista della legge di bilancio quotata già a 30 miliardi. E poi, già all’indomani del voto potrebbe arrivare la lettera della Commissione Ue con cui si chiede all’Italia di spiegare quali sono le ragioni rilevanti che hanno impedito di abbassare il debito e che potrebbe innescare la procedura d’infrazione. Un altro carico al difficile cammino verso la manovra. E qui sta la strategia di fuga di Giorgetti: la certezza che questa maggioranza sia incapace di sostenere una prova finanziaria così impegnativa.

Politica Estera

Elezioni europee: in testa i laburisti. Il primo voto – nella quattro giorni delle elezioni europee in corso nei 28 Paesi membri dell’Unione – potrebbe vedere il partito liberale del premier europeista Mark Rutte sorpassato a sorpresa dai laburisti del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e seguito dai sovranisti-euroscettici-anti-immigrati dell’emergente Thierry Baudet. Il risultato scaturisce dagli exit poll diffusi alla chiusura dei seggi olandesi dalla tv nazionale Nos, basati su un campione limitato. Ma è l’unica indicazione consentita prima della diffusione dei dati definitivi domenica 26 maggio dopo le 23, quando avranno chiuso le votazioni tutti gli Stati (l’ultimo è l’Italia). I laburisti sono accreditati di 5 euroseggi sul totale di 26. Rutte ne prenderebbe quattro. Baudet arriverebbe a tre, facendo di fatto scendere a un solo seggio il concorrente Partito della Libertà del sovranista Geert Wilders, già alleato in Europa con la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement national della francese Marine Le Pen. Anche i Verdi conquisterebbero tre eurodeputati. Se domenica queste prime rilevazioni saranno confermate, batte dunque un colpo il centrosinistra europeo. Ai laburisti olandesi appartiene tra l’altro lo Spitzenkandidat del Pse, il candidato dei Socialisti e Democratici europei alla presidenza della Commissione. Più in dettaglio, in base all’exit poll realizzato da Ipsos per la televisione Nos, il Pvda otterrebbe 5 dei 26 seggi che spettano al Paese (due in più rispetto alle scorse elezioni europee), il Vvd e il Cda 4 (rispettivamente +1 e -1 rispetto al 2014), 3 il Forum per la democrazia (nato nel 2016 e quindi non presente cinque anni fa) e i Verdi. Buona l’affluenza: 41,3%, in crescita rispetto al 2014.

Elezioni in India: vince Modi. Kurta color cachi e gilet, sotto una pioggia di petali rosa a celebrare una vittoria trionfale, oltre ogni aspettativa. ll premier indiano Narendra Modi, leader del partito nazionalista indù, è uscito dalle urne ancora più forte: ha ottenuto oltre 300 seggi, almeno 20 in più che nel 2014, mentre ne bastavano 272 per avere la maggioranza assoluta in Parlamento. A spoglio ancora non finito si è precipitato a togliere la parola «Chowkidar», (guardiano, in hindi) dal nome del suo profilo twitter. Come dire: missione compiuta. Modi si era dato quel soprannome nel vivo di una accesa campagna elettorale in cui si era proposto come «custode» della nazione. A far esplodere la sua popolarità è stata proprio la reazione muscolare avuta a poche settimane dal voto con l’arcinemico Pakistan: si era temuta un’escalation del conflitto tra le due potenze atomiche, invece l’alta tensione ha alimentato una narrativa del pericolo rilanciata dalla potente macchina comunicativa del partito che usa con destrezza i più moderni sistemi di comunicazione, dalle app ai social. «Bharat ki vijay! Bharat M vijay!». L’India vince ancora! gridano forte dal palco il premier Narendra Modi e il presidente del partito religioso Bjp Amith Shah. «Modi! Modi!» risponde una folla in visibilio davanti al vero autore del trionfo. Lo hanno appena inghirlandato, riempito di inchini e petali di rosa lanciati a manciate mentre lui saluta sorridente con due dita alzate. L’Apocalisse elettorale della destra induista e del suo cavaliere NaMo già annunciata dagli exit poll ha scardinato i dubbi elettorali della vigilia sul malcontento del popolo per le promesse di lavoro e di sviluppo mancate, o per il nazionalismo anti-islamico. E forse nessuno si aspettava che nel suo discorso della vittoria e della riconferma SuperModi avrebbe annunciato addirittura la fine di un sistema secolare come quello delle caste del quale il suo partito è stato da sempre sostenitore. «Ora stiamo costruendo una nuova India e la prima cosa che finirà sarà questo sistema di caste che ci trattiene e ci divide – ha detto – Da qui in poi ci saranno soltanto due caste, una casta “povera” e l’altra formata da quanti aiutano chi ha bisogno».

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