Le notizie in evidenza sui giornali di domenica 21 ottobre

Politica interna

M5s-Lega, accordi e dissapori

. L’accordo sul condono, che rimane seppur ristretto, non ci sarebbe stato senza questa rassicurazione offerta da Luigi Di Maio a Matteo Salvini durante il vertice a tre con il premier Giuseppe Conte, prima del Consiglio dei ministri: «Mi occuperò io degli emendamenti presentati dai miei parlamentari sul decreto sicurezza». Si parlava dei famosi 81 emendamenti. Un affronto per Salvini che andava subito sanato, prima ancora di parlare di pace fiscale, di nero, di chi ha montato il pasticcio sul decreto fiscale e su quale sarebbe stata la migliore soluzione per uscire dalla crisi di governo. La riunione è servita solo ad avere una ratifica verbale di una decisione che in realtà Di Maio aveva già preso e confidato ai suoi più stretti collaboratori: «I nostri parlamentari devono capire che se non ritiriamo gli emendamenti e non passa il decreto di Salvini come lo vuole lui cade il governo. E dopotutto Salvini si è turato il naso e ci ha votato il Decreto dignità, come facciamo noi a non votargli il suo?». Ma non sono mancate le frecciate. Di Maio ha rimproverato a Salvini un trio fuori controllo: «Giorgetti, Garavaglia e Bitonci fanno di testa loro». Salvini ha replicato parlando di«pressappochismo» e di «invadenza». Nel mirino ci sono Laura Castelli e Stefano Buffagni.

Minniti: “Non mi candido perché non c’è una data”. Tranne Zingaretti gli altri possibili candidati restano in surplace. A fine giornata, dopo una apparizione alla Leopolda, con la bocca cucita, «sono qui per ascoltare», al telefono con gli amici Marco Minniti ripete ciò che ha detto a Renzi nel retropalco: «Al momento non sono candidato perché manca una data». Quando ci sarà questa data, allora l’ex titolare dell’interno scioglierà la riserva. Sia come sia, il candidato in pectore sta proseguendo la sua istruttoria: gira l’Italia, è stato a Venezia, a Trento, prima di Milano farà altre due tappe, poi andrà al forum programmatico milanese sabato: e una volta sentite le intenzioni di Martina tirerà le somme. Gran parte dei renziani è in rivolta: non vogliono Minniti e tifano per il rinvio. «Meglio tenersi Martina perché solo così Matteo potrà ancora avere il partito nelle sue mani», dicono. E sperano nella bocciatura della manovra da parte della Commissione europea. Potrebbe arrivare già martedì. E allora con l’impennarsi inevitabile dello spread e l’aggravarsi della situazione il gruppo dirigente del Pd potrebbe prendere in seria considerazione l’idea di uno slittamento del congresso.

Politica estera

Migranti, tensione al confine con la Francia

. Scaricare migranti oltre il confine italiano come cani sull’autostrada «è una prassi». Questa l’imbarazzante spiegazione data dalla prefettura delle Hautes Alpes in seguito alla pubblicazione del video che inchioda i gendarmi francesi riguardo ai loro blitz in val di Susa. Il filmato è stato realizzato venerdì. Eppure pochi giorni prima da Parigi erano arrivate scuse per i precedenti interventi. E anche garanzie: «Non accadrà mai più nulla di simile», aveva giurato Emmanuel Macron in persona a Giuseppe Conte. Qualche ora dopo, tuttavia, il traffico sulle montagne era ripreso e i galletti avevano ricominciato ad accompagnare alla frontiera tutti i migranti pizzicati nelle loro valli. Da ieri c’è almeno una postazione fissa della polizia italiana a presidiare Il confine con la Francia a Claviere. E altre auto di pattuglia, sempre coordinate dal commissariato di Bardonecchia, effettuano controlli nei dintorni. La decisione è stata presa dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini: «La Francia ha comunicato di voler consegnare un gruppo di immigrati alle 9.49 – ha dichiarato Salvini – , peccato li avesse già abbandonati in territorio italiano. Non solo. Non c’è alcun accordo bilaterale Italia-Francia che consenta questo tipo di operazioni. Se Parigi parla di prassi ne deve rispondere il governo precedente: ora l’aria è cambiata».

Settecentomila inglesi in piazza contro la Brexit.
Si aspettavano un fiume di gente, è arrivato un oceano: 700 mila persone hanno invaso ieri il centro di Londra per chiedere un secondo referendum sulla Brexit, in una delle più grandi manifestazioni mai avvenute nella capitale britannica. Ufficialmente l’obiettivo della marcia non era chiedere un secondo referendum tout court: il voto c’è già stato nel 2016 e non può essere semplicemente ripetuto. Si tratta piuttosto di ottenere un «voto del popolo» sull’accordo finale che Theresa May concluderà con Bruxelles: ma non è un mistero per nessuno che nel cuore e negli animi dei dimostranti c’era la ferma intenzione di rovesciare la Brexit. Non ci sono i tempi tecnici nè i voti in Parlamento. Ma la clamorosa partecipazione di massa, la più grande del secolo in Regno Unito dopo il milione di persone contro la guerra in Iraq nel 2003, è un enorme cuore che pulsa per l’Europa, nonostante lo spirito sovranista del tempo e nonostante questo sia uno dei Paesi storicamente più euroscettici.

Economia e finanza

Decreto fiscale, c’è l’accordo tra Di Maio e Salvini

. La guerra e pace fiscale dell’ultima settimana si chiude con l’accordo tra i due leader della maggioranza con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che fa da speaker sui punti dell’intesa (ri)trovata. Che si traducono nello stralcio di ogni scudo penale, nella cancellazione di qualunque riferimento a beni e ricchezze all’estero e, soprattutto, nell’impegno a declinare in Parlamento la difficoltà economica che ha impedito al contribuente di versare le imposte dovute, pur essendosi dichiarato al Fisco. In pratica, il «saldo e stralcio» della Lega inserito nel contratto di Governo e rivendicato dal suo leader Matteo Salvini: «Nella prima versione del decreto fiscale non c’era e il Parlamento lo recupererà». I due vice premier inoltre si sforzano di confermare che «non lasceremo l’euro e la Ue» e di rassicurare i risparmiatori (qui a parlar chiaro è il ministro dell’Interno) che in caso di choc «non ci sarà la patrimoniale».

Manovra, il rapporto deficit-Pil resta al 2,4%. Al deficit tendenziale senza le clausole Iva, che Bruxelles peraltro non considera nelle sue previsioni macroeconomiche, la manovra aggiunge “solo” quattro decimi di indebitamento. Metà di questo spazio serve a finanziare il «piano straordinario» sugli investimenti pubblici chiamato a sostenere il Pil insieme alle «riforme strutturali»: quelle che costano, come il reddito di cittadinanza pensato anche come spinta ai consumi interni, e quelle «a costo zero», dalla giustizia civile agli appalti fino ai nuovi tentativi di liberalizzazione, a partire dai servizi pubblici locali. Ruota intorno a questi argomenti la lettera con cui domani Roma risponderà alle obiezioni Ue su deficit e crescita messi nel programma 2019. Salvini e Di Maio si sarebbero opposti ad un ritocco del deficit, convinti infatti che l’Ue boccerebbe comunque la manovra: non si può fare dietrofront sul deficit al 2,4%. A firmare la risposta sarà il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che ieri ha portato in consiglio dei ministri le bozze della lettera.

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