Le infrastrutture della vergogna, così il Nord ha fatto il pieno e il Sud è rimasto al palo

Le infrastrutture della vergogna, così il Nord ha fatto il pieno e il Sud è rimasto al palo

Una decina di anni fa, per andare da Roma a Milano, occorrevano, più o meno, sei ore. Lo stesso tempo necessario per raggiungere Reggio Calabria partendo dalla Capitale. Oggi, per arrivare nel capoluogo lombardo, occorrono meno di tre ore. Per arrivare alla punta dello Stivale, non è cambiato praticamente nulla: sei ore di viaggio, se tutto va bene e si scelgono i treni più veloci.

Basta dare un’occhiata all’orario ferroviario per capire, meglio di tante statistiche e studi, il gap infrastrutturale che separa le due Italie. Con il Nord che negli anni ha continuato a fare il pieno degli investimenti e il Sud che ha ricevuto solo le briciole.

GLI INVESTIMENTI

Fra il 2008 e il 2018, fa sapere la Banca d’Italia, gli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione, anche per effetto delle politiche di rigore, sono calati del 20%, attestandosi a quota 37 miliardi, un taglio netto di dieci miliardi. E i sacrifici maggiori, neanche a dirlo, sono al Sud.

Stesso copione anche nelle tabelle sugli investimenti pubblici in rapporto alla popolazione: la quota destinata al Mezzogiorno è risultata sistematicamente inferiore rispetto al Centro-Nord. Tra il 2008 e il 2016, sempre secondo i dati di via Nazionale, il calo degli investimenti al Sud è stato del 3,6% annuo; più debole e in maggior flessione rispetto al resto del Paese è stata anche l’attività di progettazione di opere pubbliche.

Non basta? Per avere un quadro ancora più preciso della grande ritirata dello Stato Costruttore dal Sud, è sufficiente osservare la curva degli investimenti pubblici destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. Fra il 1950 e il 1960 la dote era pari allo 0,84% del Pil. Fra il 2011 e il 2015 è crollata a uno striminzito 0,15%.

I NUMERI DEL DIVARIO

C’è qualcosa che davvero non quadra se dei 1.350 chilometri di rete ferroviaria ad alta velocità, solo il 16% arriva nel Sud, dove risiede invece il 34% della popolazione. Così come è davvero intollerabile pensare che nelle regioni del Meridione ogni impresa può contare in media su meno di 20 chilometri di infrastrutture (strade, autostrade, linee ferroviarie), circa la metà di quelli a disposizione nel Nord-Ovest. E non tutto il Sud se la passa allo stesso modo. La Puglia, ad esempio, secondo uno studio elaborato da Nomisma, è fanalino di coda con appena 7,9 chilometri di infrastrutture per azienda.

Prendiamo la rete autostradale: a fronte di una media nazionale di 23 chilometri ogni 1.000 kmq, nel Sud si scende a 20 km/1.000 kmq, con la Basilicata ferma a 3km e il Molise bloccato a 8km.

Anche la dotazione di linee ferroviarie risulta inferiore nel Mezzogiorno, con 36 km ogni 1.000 km quadrati nelle isole, mentre a livello nazionale la media è di 55 km. Il risultato è che al Nord i treni sfrecciano fino a 250 chilometri all’ora e nel Sud arrancano, quando va bene, attorno ai cento chilometri.

Così, non è un caso se fra Crotone e Reggio Calabria, poco più di cento chilometri, occorrono circa 3 ore. Fra Firenze e Bologna, stessa distanza, appena 38 minuti e 162 treni programmati quotidianamente. Per non parlare, poi, delle grandi incompiute, strade ferme da decenni, come la Maglie-Leuca in Puglia: la prima ideazione è di 24 anni fa, il progetto arriva solo nel 2005, in campo c’è un finanziamento di 300 milioni ma, di fatto, il cantiere non è mai partito a causa del contenzioso nell’assegnazione delle gare. Stesso discorso sul versante Jonico, con la statale 106. In Calabria, secondo le ultime stime, le incompiute sono almeno quindici.

VANTAGGI ANCHE AL NORD

Eppure, secondo uno studio della Banca d’Italia, un incremento degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno pari all’1 per cento del suo Pil per un decennio, ossia 4 miliardi annui, avrebbe effetti espansivi significativi per l’intera economia italiana.

Al Sud il moltiplicatore degli potrebbe raggiungere un valore di circa 2 nel medio-lungo termine, «beneficiando della complementarità tra capitale pubblico e privato e dei guadagni di produttività connessi con la maggiore dotazione di infrastrutture», ha spiegato il direttore generale dell’istituto di via Nazionale, Fabio Panetta.

Ma anche l’economia del Centro Nord ne beneficerebbe per via della maggiore domanda nel Mezzogiorno e dell’integrazione commerciale e produttiva tra le due aree. Insomma, aumentare gli investimenti pubblici al Sud arricchirebbe anche il Nord, con incremento del Pil fino allo 0,3%.

RICOGNIZIONE FANTASMA

In base all’art.119 della Costituzione l’operatore pubblico deve destinare risorse aggiuntive ed effettuare interventi speciali per il perseguimento di finalità di riequilibrio territoriale. Nel dare attuazione a tale disposizione, la legge 42 del 2009 aveva anche stabilito che si dovesse prioritariamente procedere a una ricognizione dei fabbisogni infrastrutturali sul territorio (relativamente alle strutture sanitarie, assistenziali e scolastiche, alla rete stradale, autostradale e ferroviaria, a quella fognaria, idrica, elettrica, di trasporto e distribuzione del gas, nonché alle strutture portuali e aeroportuali). Questa ricognizione non è mai stata realizzata.

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