L’Altro Risorgimento: perchè è da riscrivere la storia della Sicilia dopo il 1860

 

Ognuno festeggia a modo suo il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, io l’ho fatto leggendo il libro di Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870. Una storia da riscrivere, pubblicato da ISSPE (Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici), Palermo 2011 (pp.251). Alcuni capitoli, soprattutto quelli riguardanti le insorgenze, le rivolte del popolo siciliano contro il nascente Stato liberale sabaudo che dopo aver conquistato la Sicilia, imponeva tasse e la leva obbligatoria indiscriminata, con città e paesi in stato d’assedio, mi ricordano tanto le recenti rivolte dei forconi del gennaio scorso. Non per nulla sui giornali, in televisione, si evocavano vecchi fantasmi dell’indipendentismo siciliano, del brigantaggio, dell’insorgenza clericale-borbonica degli anni subito dopo il 1860. A questo proposito scriveva in quei giorni il quotidiano online siciliainformazioni.com: “Mentre nelle piazze i Forconi, Forza d’Urto e Vespri agitano vecchie e nuovi problemi siciliani e tipicamente meridionali, il web è teatro di una guerra combattuta da sigle ‘extraparlamentari che si richiamano alle ragioni delle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia. Ci sono siti e blog sulfurei, che affiancano, ma non troppo, i movimenti parapolitici: le associazioni e i movimenti duosiciliani e borbonici. ‘Sud indipendente’, la sigla più gettonata, e Insorgenza, culturalmente di Destra”.

Certo non intendo forzare gli eventi facendoli diventare quello che non sono: la rivolta dei forconi contro il caro benzina non è una rivolta legittimista borbonica, indipendentista o autonomista, però leggendo le pagine del libro di Romano, qualche similitudine traspare qua e là.

Il libro consta di 10 capitoli e di ben 27 pagine di bibliografia, basterebbe solo questo dato per scrivere che il testo può essere definito culturalmente e scientificamente corretto e ben documentato.

Il processo di conquista del nuovo Stato liberale in Sicilia si è attuato attraverso gli apparati burocratici a cominciare dai Prefetti giunti nell’isola affiancando direttamente il dittatore Garibaldi, prima con Antonio Mordini e poi con tutti gli altri. Il regime che si instaurò in Sicilia fu subito caratterizzato da pesanti restrizioni alla libertà personale, con tasse e misure come la coscrizione obbligatoria, che apparvero subito al popolo, logico compimento di una sostanziale e ferrea occupazione, in cui Prefetti, Questori, Polizia e Forze armate reprimevano anche violentemente – come si documenta nel libro – moti popolari, insorgenze spontanee.

Di queste rivolte, il testo di Romano fa un elenco circostanziato dei vari movimenti più o meno organizzati che si ritrovarono a combattere, magari strategicamente insieme, contro il nuovo statalismo prevaricatore del neonato Regno d’Italia. Troviamo, da una parte, repubblicani, radicali, garibaldini delusi e dall’altro fronte, clericali, cattolici, regionalisti, vecchi e nuovi autonomisti, indipendentisti, e poi il cosiddetto Partito Borbonico e Legittimista, che “non era in realtà – scrive Romano – composto da un gruppo ristretto di nostalgici e che comunque, forse per comodità o per reale paura, veniva indicata dalle autorità del regno sabaudo, nei rapporti ministeriali e in quelli di politica interna, come ‘regista’ (anche sotto mentite spoglie, addirittura repubblicane) di ogni sommossa, di ogni critica o dissenso”. (pag. 14)

Dopo l’unificazione, per almeno un decennio, in Sicilia, ma anche a Malta e a Marsiglia, troviamo diversi esponenti borbonici, anche se la gran parte, in particolare i nobili come i Tancredi Falconeri o i Consalvo Uzeda, protagonisti dei romanzi del Gattopardo o del Vicerè, erano già transitati nel nuovo regime per difendere vecchi e nuovi privilegi insieme ai grandi proprietari terrieri e agli speculatori fattisi ricchi con nuovi “affari”. La Chiesa Cattolica, dopo una prima infatuazione “patriottica” e filogaribaldina, la maggior parte si ritrovò nel fronte conservatore e tradizionale e in più casi, in quello legittimista e borbonico, patendo persecuzioni e arresti per tutto il decennio.

Nel Parlamento a Torino o a Firenze a opporsi contro i misfatti e le angherie del Regno sabaudo c’era Vito D’Ondes Reggio e Emerico Amari. Da ricordare il marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena, capo dei legittimisti, una grande personalità del mondo culturale siciliano e protagonista della vita palermitana, robusto studioso e intellettuale vivace. Buon conservatore, cattolico in politica e tradizionalista nelle idee. Nel libro, Romano lo contrappone all’altro studioso siciliano, Michele Amari, che essendo agli antipodi della concezione politica ed etica di Mortillaro, ebbe maggior successo e quindi è più conosciuto.

La Sicilia ebbe pure il suo brigantaggio interno, originato per la gran parte da renitenti alla leva e da contadini disperati dalle tassazioni spropositate, i quali coadiuvarono – come avvenne per la rivolta del Sette e mezzo a Palermo nel 1866 – i ribelli. Brigantaggio che, oggettivamente, ebbe caratteri diversi rispetto al brigantaggio meridionale, di cui molto si è già scritto, anche se in questo ulteriore caso ricerche e ipotesi rimangono per gran parte sul tappeto e tutte da esplorare, andando oltre i rapporti di polizia e dei Prefetti, fonti importanti ma, certamente, di parte”. (pag.15)

Il professore Tommaso Romano, fondatore e direttore della Casa editrice Thule, nel 2011 si è festeggiato il quarantesimo compleanno, ci tiene a precisare che l’obiettivo di “Sicilia 1860-1870. Una storia da riscrivere”, non è quello di “alimentare nostalgie incapacitanti, ma guardare all’avvenire della Sicilia e del Sud, ripercorrendo le tappe di una realtà tragica che ancora scontiamo pesantemente”. Pertanto ci sentiamo parte integrante della Storia italiana, ma nello stesso tempo, vogliamo conservare l’onore del nostro essere meridionali, non per inutili rivendicazioni o per un semplice ritorno del maltolto (che pur ci spetterebbe!)

Nel 1° capitolo, “Dopo l’invasione: Bronte e non solo”, già nel titolo, l’autore fa intravedere che non c’è da ricordare solo la pur nota rivolta contadina di Bronte con conseguente eccidio, “in quella torrida estate del 1860 – scrive Romano – non pochi furono i tumulti in vari paesi poveri della Sicilia a seguito delle mancate promesse: Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Castelnuovo, Capaci, Castiglione, Collesano, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni, Pedara. Tumulti che nascevano appunto dall’illusione, dalla constatazione della mancata promessa di abolire la tassa del macinato e altre imposte e balzelli, nonché dal tradimento dell’atto del 2 giugno 1860, firmato da Francesco Crispi, dall’inganno relativamente alla divisione delle terre dei demani comunali molti dei quali, invece, assegnati ai garibaldini combattenti o ai loro eredi, se caduti”. (pag. 20)

DOMENICO BONVEGNA

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