L’altra storia: le vite parallele di Aldo Moro e Peppino Impastato

L’altra storia: le vite parallele di Aldo Moro e Peppino Impastato
moro impastatodi Christian Marra
Ci odiano. Ci odiano per quello che siamo. Peggio ancora, ci odiano per ciò che non siamo. E che non vogliamo essere. Tentano di piegarci. Ci minacciano. Minacciano di farci del male. Minacciano addirittura di ucciderci. E potrebbero farlo, da un momento all’altro. Ci minacciano, ma non ci spaventano. Dicono che la linea che divide il bene ed il male è sottile. Dicono che non è come vogliamo noi che va il mondo. Provano a convincerci, ma non ci riescono. Nessuna trattativa. Non si tratta col male. Nessun compromesso. Ogni compromesso, quello sì, sarebbe la morte. Non è questione di politica. La politica non c’entra. La politica è il mezzo, non il fine. C’entra il modo in cui siamo fatti. C’entra il posto dal quale veniamo. Chi viene dal Sud, come noi, sa che dovrà combattere una battaglia in più degli altri. Vite parallele, partite dallo stesso binario e destinate a non incontrarsi mai, se non all’infinito. Ed è all’infinito, che c’incontrammo.
Cinquantacinque giorni

Ogni uomo sa che deve morire. Così, quando mi misero quel cappuccio nero sulla testa, ero assolutamente tranquillo.
“Venga, Presidente, la trasportiamo altrove”.
La morte è una cosa infame, ma ci si abitua, prima o poi. Col tempo, ci si abitua a qualsiasi cosa. Anche all’idea della morte. Me ne parlarono per la prima volta da bambino, della morte, la stessa volta in cui mi dissero di Dio. Quando te ne parlano, da bambino, la morte non ti riguarda. Poi ho continuato a pensarci tutta la vita. Non si arriva mai pronti, ad una cosa del genere. Me ne sono accorto solo da grande. Sono stati i cinquantacinque giorni più lunghi della mia vita.

Ora di cambiare

Le elezioni comunali erano alle porte. Era la volta giusta per cambiare le cose. È un peccato, parlarne ora, ma era davvero la volta giusta. Dicono che non puoi cambiare il sistema dall’esterno, il sistema si cambia soltanto da dentro. Devi entrarci, se vuoi cambiare le cose. Quando mi sono candidato, comunque, non avrei mai pensato di ricevere così tanti voti. Non avrei mai pensato nemmeno di essere eletto. Non in quel modo, almeno.

Un ultimo favore

Rimasi chiuso in auto non so per quanto tempo. Ma il tempo non importava già più. Mi resi conto che era pomeriggio soltanto quando vennero ad aprire la macchina. Ci misero un po’, perché temevano ci fosse collegata una bomba alle portiere. Bisognava andarci cauti. Ci erano sempre andati cauti. Per tutti i cinquantacinque giorni. Non si tratta con i terroristi. Lo Stato non scende a compromessi. Vero. Non si tratta col male. Anche se a rimetterci sono io. Non vi biasimo, per questo. Forse avrei fatto lo stesso. Fosse toccato a me, fossi stato io al posto vostro, fossi stato ancora io lo Stato, forse avrei fatto quello che avete fatto voi. Non badate alle mie lettere. Non pensate più alle mie lettere. Sappiate che non ce l’ho con voi. Solo un ultimo favore. Ricordatemi di non invitarvi al mio funerale.

Elezioni comunali

Se c’era una cosa che funzionava, tra Cinisi e Palermo, era il diretto delle 15:55. Una delle poche cose, in Sicilia, sulle quali potevi contare. Avevano voluto espropriare le terre dei contadini per costruire la terza pista dell’aeroporto di Palermo. Avevano voluto togliere loro le terre, perché avevano bisogno dell’aeroporto. I loro commerci stavano crescendo, e così la “Tano seduto & Co.” aveva bisogno di una terza pista. Ma noi non l’avremmo permesso. Se mi avessero eletto in tempo, io non l’avrei permesso. Il sistema si combatte dal di dentro. Lo Stato non tratta. Lo Stato non basta.I siciliani hanno bisogno d’acqua, e lo Stato costruisce la terza pista per Tano Badalamenti. Se mi avessero eletto, non lo avrei permesso. Ormai mancava così poco alle elezioni comunali. In Sicilia, in questa parte di Sicilia, lo Stato è altrove. Anche Dio si fa vedere poco.

Il verdetto

Ci accusavano di essere lontani. Ci accusavano di non capire i problemi della nostra gente. Mi avevano tirato giù dalla nostra torre d’avorio. Mi avevano trascinato nella polvere, pensando di rendere giustizia. Quello che non sapevano è che ero già stato polvere prima e che, presto, nonostante loro, polvere sarei ritornato. Sapevo di andare incontro al verdetto di Dio dal giorno in cui me lo presentarono, ed a quello mi ero preparato, a quello solo pensavo, dell’altro non ne riconoscevo alcuna autorità. Le loro pallottole mi uccisero, ma non mi ferirono. Quando mi caricarono sulla Renault 4, ero già morto.

Vite parallele

L’imperscrutabile legame che tiene insieme le vite di sconosciuti, linee dirette all’infinito che corrono una di fianco all’altra senza riconoscersi. Il binario scorre inesorabile verso l’unica meta possibile, senza che chi viaggia sulle rotaie debba incontrarsi mai. Eppure la storia fa deviazioni improvvise, imprevedibili. Quando il diretto tra Cinisi e Palermo delle 15:55 passò, puntuale come sempre, dov’era parcheggiata la sua auto, Peppino Impastato era sui binari ad aspettarlo. In quel momento, un uomo dei Servizi stava aprendo l’ultima missiva ricevuta: “Andate in via Caetani, c’è una Renault rossa, troverete l’ultimo messaggio”.

I PERSONAGGI DEL RACCONTO

Aldo Moro e Peppino Impastato: due personaggi così distanti accomunati dalla loro triste fine avvenuta nel medesimo giorno. Quel 9 maggio 1978 che portò l’Italia fuori dall’infanzia. La notizia del ritrovamento del cadavere del Presidente Moro oscurò, suo malgrado, la notizia dell’omicidio di Peppino Impastato, storie diverse di uomini del Sud, morti pressoché allo stesso modo. E se nel caso di Impastato (che fu simbolicamente eletto al Consiglio comunale nelle elezioni che si tennero alcuni giorni dopo la sua morte) furono provati tentativi di depistaggio da parte pelle forze dell’ordine nell’accertamento della verità, anche per Moro stanno recentemente emergendo dettagli sul coinvolgimento dei servizi segreti nel suo rapimento.

Share this post