Quando la Sicilia si rivoltò contro l’Unità

Sto presentando il libro di Tommaso Romano, Sicilia 1860-1870. Una storia da riscrivere, edito da Isspe. Prima della rivolta del “Sette e mezzo” di Palermo occorre ricordarne altre come quella del 19 marzo 1866 di Canicattì, di Monreale, dove i rivoltosi esibivano come loro simbolo il Crocifisso, il ritratto di Francesco II, di Pio IX, le bandiere gigliate e tricolori senza stemma sabaudo. Altri centri insorsero come Villabate, Bagheria; cruenta l’insurrezione di Misilmeri a pochi chilometri da Palermo, qui i rivoltosi gridavano Bedda Matri, viva la Religione, Viva S. Giusto. Dal 22 settembre al 2 ottobre si svolsero ad Adernò (l’odierna Adrano) le cosiddette cinque giornate. Infine, altre rivolte a Santa Maria dell’Ogliastro, Lercara Freddi, Villafrati, Corleone, Bisacquino, Piana dei Greci, Partinico, Montelepre e tanti altri centri. “Comune a tutti gli insorti era quindi il nemico principale contro cui insorgere e contro cui ribellarsi e che il popolo, senza tante disquisizioni ideologiche o istituzionali, sentiva come il morso impellente che l’attanagliava, insieme alla nuova povertà frutto anche di un liberalismo economico e centralista che privilegiava solo i possessori di capitali, i grandi manovratori di interessi, gli usurai che pure erano attivissimi, i nuovi capitalisti alleati con gli inglesi anche in Sicilia, trasformisti che da repubblicani e federalisti, come Crispi, si ‘scoprirono’ monarchici e unitaristi”. (pag.127)

Ritorniamo alla rivolta del “Sette e Mezzo” a Palermo, il generale Cadorna ammise che dal momento dell’inizio della rivolta “le bande siano rimaste padrone della città, eccettuato il forte di Castellamare, il carcere, le finanze, il palazzo reale ed il palazzo di città, che restarono sotto il controllo dell’autorità militare”. Le principali vie di Palermo erano in mano gli insorti. “Scontri violenti si svolsero in quei giorni fra gli insorti e le truppe di Masi, Angioletti e Riboty (quest’ultimo alla testa dei marinai) particolarmente nella zona dell’Orto Botanico, di Piazza Marina, dei Quattro Canti di Campagna. Dal convento di San Francesco di Paola si aprì il fuoco contro i governativi – scrive Romano – al comando del generale Cadorna per sedare la rivolta, gli effettivi raggiunsero la quota di 40.000 uomini. Inoltre, la città fu cannoneggiata dalle navi della Regia Marina ed anche da una nave inglese (!) presente nel porto di Palermo”. (pag.143)

In quei giorni Palermo fu teatro di una guerriglia vera e propria, “la città fu un campo di battaglia, con larga partecipazione di tutti i ceti sociali alla rivolta, ma con preponderanza del ceto popolare e con significativa presenza di religiosi, lo stesso Cadorna attesta infatti che ‘parecchi frati hanno preso parte nei combattimenti, in mezzo alle squadre di malandrini”. Gli insorti gridavano indifferentemente nelle strade viva la Repubblica, evviva Santa Rosalia e i monasteri, Evviva Francesco, innalzando bandiere rosse e bianche, il crocefisso e gli stendardi delle Confraternite defraudate dalle leggi avversive”. (pag.145) L’ideologo della rivolta, secondo Romano, fu monsignor Gaetano Bellavia, borbonico noto a Questure e Prefetture e poi naturalmente Vincenzo Mortillaro. Le operazioni della rivolta erano in mano a Francesco Bonafede. Alla fine della rivolta si contarono un migliaio di morti tra i rivoltosi, i caduti governativi invece furono circa 200, 87 feriti gravi e 142 leggeri. Dopo la rivolta si registrarono atti di brutale violenza, crudeltà e vendetta da parte dei regi, con uccisioni indiscriminate. Il 25 dicembre il Questore di Palermo ripristinò la famigerata “carta di circolazione”, un passaporto interno, per delimitare i quartieri palermitani, oltre i quali il documento era necessario.

A conclusione del capitolo VIII, il professore Romano fa parlare Salvatore Natoli e Maria Rosaria De Stefano Natoli che nel loro libro, La Nazione che non fu, scrivono: “sei anni dopo l’annessione, la situazione siciliana di quel momento ha molte analogie con le guerre di insurrezione della Vandea e la rivolta del Sette e Mezzo ha molti punti in comune con la battaglia di Savenay specie nelle cause; anche il fatto scatenante è l’obbligo di leva per trecentomila francesi: è il 1793, settantatré anni prima”. Dunque le sette giornate di Palermo del 1866 non possono essere ridotte a un episodio anarcoide o di malandrinaggio collettivo, certamente si trattò di vera Insorgenza popolare. (pag. 156)

Il libro di Romano dà molto spazio alla repressione e all’azione anticlericale contro la Chiesa del nuovo governo sabaudo piemontese. Le vere vittime della rivoluzione risorgimentista furono le case, gli istituti religiosi, i monaci, le monache e i sacerdoti. “Mai in Sicilia, scrive Maria Teresa Falzone, se si esclude il periodo della dominazione araba, vi era stata una soppressione così violenta e di così ampia portata”. Il nuovo regno d’Italia, attraverso leggi di spoliazione e di laicizzazione colpì pesantemente la Chiesa in Sicilia e proprio queste leggi “furono ulteriori causa di malcontento e indignazione popolare che sfociò in insorgenze vere e proprie, per ciò che si appalesava come un attentato alla fede millenaria, alla tradizione, all’identità profonda e alla stessa sussistenza che le opere di carità della Chiesa favorivano per migliaia di persone con il lavoro nelle chiese e nelle istituzioni cattoliche (circa diecimila persone solo a Palermo).

Sulla soppressione (sarebbe più esatto scrivere ladrocinio) degli istituti religiosi, il più esaustivo e mirabile studio-ricerca è quello di Salvatore Cucinotta, col suo Sicilia e Siciliani. Dalle riforme borboniche al rivolgimento piemontese. Soppressioni (Edizioni Siciliane, Messina, 1996). “Un volume di oltre settecento pagine ignorato dagli storici conformisti che nonostante abbia veramente colmato una grave lacuna risulta tuttavia assai difficile da reperire”. Molti anni fa ne ho visto una copia da padre Giuseppe Tatì a S. Alessio.

Il 18 febbraio del 1861, Vittorio Emanuele II, ai 47 deputati siciliani ricordò la necessità di nuovi fonti finanziarie, che significava che “non solo si attingeva alle riserve auree copiose sottratte dall’ex Regno delle due Sicilie, ma si puntava al cuore delle casse e del vasto patrimonio della Chiesa per armare lo Stato, imporre la lunghissima e costosa coscrizione obbligatoria, onde usarla contro i briganti e i legittimisti del Sud”. (pag. 180) Non solo ma la finalità del nuovo Regno, secondo molti suoi autorevoli esponenti, era la completa laicizzazione dell’Italia; per Romano, ma anche per tanti altri studiosi e storici obiettivi, si puntava dritti al cuore della Cristianità, per disintegrarla e poi annientarla. “Non sarà inutile ricordare che nel 1860 ben sessanta vescovi furono cacciati dalle loro diocesi nel Meridione perché accusati di legittimismo filo-borbonico e che, nel 1863, finirà in carcere per aver difeso i diritti del Papa Pio IX, il vescovo di Spoleto Giovanni Battista Arnaldi. Destino che toccherà nel 1867, anche al vescovo di Monreale, Benedetto D’Acquisto”. Con le leggi sulla soppressione- cancellazione di tutti gli ordini religiosi, secondo il Cucinotta, furono calpestati i principi del diritto naturale, dello Statuto e del Codice Civile (…)L’obiettivo era -sempre secondo Cucinotta – di azzerare quel tessuto socio-religioso che per secoli, in unità di libero e gratuito servizio, aveva unito il laicato e il mondo religioso, per cui con le soppressioni, in Sicilia non vi è più storia della Chiesa come storia della società”. (pag. 188)

Il mio racconto si ferma, non mi resta che invitarvi alla lettura del libro.

DOMENICO BONVEGNA

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