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La parità di genere resta un obiettivo lontano. A lanciare l’allarme è Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza Università di Roma, che in una riflessione dedicata al gender gap richiama l’attenzione su un dato simbolico ma eloquente: ai ritmi attuali, la piena parità globale tra uomini e donne verrebbe raggiunta soltanto tra 123 anni. Un orizzonte troppo distante, soprattutto per le giovani generazioni che oggi frequentano università e luoghi di formazione.

Il punto di partenza dell’analisi è chiaro: qualcosa si è mosso, ma non abbastanza. Negli ultimi anni il divario di genere si è ridotto in diversi indicatori, eppure il progresso resta troppo lento per rispettare gli obiettivi internazionali. Secondo Polimeni, il problema non è solo quantitativo ma strutturale: le donne continuano a scontare una disparità che attraversa tutto il percorso di vita, dalla formazione al lavoro, fino alla pensione.

L’Italia, osserva la rettrice, si conferma tra i Paesi europei in cui il gap è ancora più accentuato, soprattutto sul fronte salariale e nella presenza femminile nei ruoli apicali. Una dinamica che emerge con evidenza anche nelle elaborazioni riportate nell’analisi: le donne sono maggioranza tra i laureati, ma questa superiorità numerica non si traduce in un equilibrio nel mercato del lavoro né nell’accesso alle posizioni decisionali. Al contrario, lungo la traiettoria che porta dallo studio all’occupazione stabile, le distanze si ampliano.

Le infografiche allegate mostrano un quadro netto. Le donne sono prevalenti tra i laureati, ma risultano più esposte al part time involontario, ai contratti intermittenti e a una minore presenza nei vertici del settore privato. Anche sul piano retributivo il divario resta marcato: in media, gli uomini percepiscono salari giornalieri superiori rispetto alle donne, con differenze ancora più forti in alcuni comparti professionali e tecnici. Il riflesso finale di queste disuguaglianze si vede nelle pensioni, dove gli importi femminili risultano sensibilmente inferiori.

Per la rettrice, non si tratta di una semplice anomalia del mercato, ma dell’effetto di un contesto culturale profondo, in cui alle donne sono stati storicamente assegnati ruoli marginali o funzioni di cura che ancora oggi incidono sulle possibilità di carriera. Per questo, sostiene, il cambiamento deve essere insieme culturale, formativo e organizzativo. Non bastano enunciazioni di principio: servono strumenti concreti che aiutino ogni donna a esprimersi pienamente sul piano personale e professionale.

In questo scenario, l’università può giocare un ruolo decisivo. Polimeni rivendica il compito degli atenei come presìdi educativi e sociali, luoghi in cui la parità deve trovare applicazione reale e non solo teorica. Alla Sapienza, spiega, sono state messe in campo azioni specifiche per contrastare discriminazioni e violenza di genere, a partire da figure di supporto e strutture dedicate all’ascolto e all’assistenza. In questa cornice si inserisce anche il nuovo Equity Plan 2025-2027, presentato come prosecuzione del percorso già avviato con il Gender Equality Plan.

Tra le iniziative citate spicca anche “Libere di studiare”, misura che prevede l’esonero totale dal pagamento dei contributi universitari per le vittime di violenza di genere e per gli orfani di femminicidio. Un provvedimento che punta a rimuovere almeno una parte degli ostacoli materiali che possono impedire la prosecuzione degli studi e l’autonomia personale.

L’analisi della rettrice si sofferma inoltre sul tema della violenza maschile contro le donne, definita un’urgenza non più rinviabile. In questo passaggio il ragionamento si lega anche all’esperienza recente dell’ateneo e al valore pubblico dell’impegno universitario nel promuovere consapevolezza, tutela e cambiamento sociale.

Il messaggio finale è netto: i dati indicano un miglioramento, ma il ritmo attuale non consente alcun compiacimento. Il divario economico e professionale resta profondo e, senza continuità di impegno, rischia di perpetuarsi ancora a lungo. Per invertire davvero la rotta, conclude Polimeni, occorrono lucidità, responsabilità e azioni concrete capaci di riconoscere e valorizzare le differenze come una risorsa collettiva, non come un fattore di esclusione.

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