INTERVISTA / Angela Procaccini: La lettera D. Apologia del dolore e della dolcezza femminile

di Gilda Soccodato

Semplicemente “D”. Una lettera: tante storie. Di donne, innanzitutto. Ma anche “D” di dolcezza, dolore, dono, disperazione, danno, dignità, determinazione… Il libro di Angela Procaccini (“D”, Graus Editore) mette insieme tanti profili che raccontano storie di donne che ce l’hanno fatta, al di là delle odissee della vita e delle bufere attraversate seguendo la luce dell’amore. “La donna è allo stesso tempo microcosmo e macrocosmo – racconta Angela Procaccini, dirigente scolastico in Istituti Nautici ma che oggi collabora con l’Assessorato al Lavoro ed alle Attività Produttive del Comune di Napoli – ed ha sempre assaporato la vita in maniera più intensa e forte di come gli uomini riescono a fare”.

Le donne non hanno mai avuto vita facile: è questo il punto di partenza del libro, vero?
“Certo. Prima di tutto per una questione culturale: l’organizzazione patriarcale della società imponeva un uomo-dominus, che decideva della vita e delle azioni della sua donna, bloccandone le scelte, condizionandone la volontà, talvolta soffocandone le ambizioni. La tenacia delle donne è stata vincente. La tenacia e il silenzio. Come sostiene lo scrittore e regista spagnolo Arturo Pèrez Reverte ne Il giocatore occulto: la memoria educativa e culturale della donna è stata quella di guardare, osservare in silenzio, quasi un’eredità genetica la sua”.

Eredità difficile, quella femminile…
“Mi piace risponderle con un’altra citazione molto suggestiva. Quella tratta da un film celeberrimo, Memorie di una geisha, la cui protagonista, appunto una geisha del Giappone del 1929 che vive traversie di ogni genere, ad un certo punto dice di sé stessa: Mia madre mi ripeteva che io ero come l’acqua che quando è intrappolata si crea un nuovo varco. Ecco: noi donne siamo così”!

Bellissima metafora. Ma veniamo al libro: perché la scelta del genere del racconto? E perché racconti di donne?
“Perché da donna mi vanto di conoscere le donne e di saperne parlare. Di saper esprimere abbastanza bene quel coacervo affascinante di sensazioni, sentimenti, intuiti… ma anche razionalità e pragmatismo che ci contraddistingue”.

“Ok. Ma perché una raccolta di racconti e non un romanzo”?
“Perché il racconto è più facile da gestire e da sviluppare per un neofita. Nel racconto puoi delineare situazioni e personaggi senza perderti, centrando il focus, ogni volta calandoti nella vicenda della protagonista e diventando tutt’uno con lei. Il romanzo invece è una costruzione più complessa ed architettata, ed ha bisogno di una più esperta regia generale. E poi io ho una mia guida a cui ho guardato quando ho pensato al mio libro…”.

A chi, ci sveli questo segreto…
“Io amo molto Alice Munro, la maestra del racconto contemporaneo, vincitrice del Nobel per la letteratura nel 2013, che mi ha affascinato per le sue storie intime e delicate, per lo studio psicologico di personaggi e di ambienti, dominati dall’introspezione e dalla simbologia”.

Il panorama dell’universo femminile che lei tratteggia nel libro è davvero assai variegato…
Certo, è così. Ma tutte le mie creature: la diciottenne vanitosa, la ragazza anoressica, la bambina violata, la donna tradita, la donna sofferente per una scelta difficile, l’immigrata dalla Tunisia che esprime la sua odissea per mare… tutte, ripeto, tutte hanno profondità di sentire, esperienza di dolore, capacità di résilience, desiderio di riscatto e di rinascita, luce di amore. E variegato è anche il panorama di sentimenti che riempiono la vita di queste protagoniste: amore, solitudine, abbandono, violazione, ricordo, depressione, speranza, riscatto. Perché, come scrive Virginia Woolf, bisogna “guardare la vita in faccia e conoscerla per quel che è. Conoscerla, amarla per quel che è, e poi metterla da parte”.

Leggendo il libro si intuisce un’intima e profonda sofferenza che lei conosce personalmente, e non solo per simpatia intellettuale verso le storie che racconta…
“Si intuisce? Beh, chi mi conosce è riuscito a percepire quanto di me c’è in alcuni racconti. A sprazzi, a flash. La scrittura per me è, oltre che catarsi liberatoria, anche un tentativo di preservare la memoria. Sono un’anima che cerca, sempre, comunque, che non si arrende, mai, ma sul mio cammino restano i ricordi, come brandelli strappati al mio vestito”.

Forse la scrittura ha messo ordine dove c’erano confusione e oblio… La lezione della Coscienza di Zeno vale ancora oggi, dunque.
“Sì. La parola scritta mi ha salvato da un’esistenza banale. Per me essa non è fine a se stessa: è un mezzo per comunicare. Lo è stato fin dagli inizi. Dapprima ho scelto di usare il codice della poesia, ed il messaggio che ne è derivato era quasi urlato. Poi gradualmente ha trovato un canale in cui scendere più morbidamente, usando il tono di una conversazione intima. Come in questi racconti. Ma non ho mai risposte, qui come prima, ho solo domande che pongo a me e al lettore. La scrittura è un lavoro lento, silenzioso, solitario. Ed ogni libro, di qualsiasi natura esso sia, è un messaggio chiuso in una bottiglia. Non si sa su quali spiagge approderà, né in quali mani cadrà. Ma chi lo raccoglierà saprà farne l’uso migliore, sentendovi qualcosa di sé”.

Quasi una necessità fisiologica, dunque, è diventata la scrittura per lei?
Raccontare di queste creature femminili, raccontare dei loro drammi e dei loro riscatti, è stata in questi ultimi mesi la sola cosa che desiderassi fare. Anche stavolta la scrittura non mi ha tradita.

In ognuno di questi racconti c’è la mia anima, il mio dolore, il mio amore, la mia voglia di vivere, la mia ansia di mare e di sole, di fiori e di cielo. Soprattutto la mia voce che dà voce a creature silenti. Donne di età e situazioni diverse il cui splendore, parafrasando Alda Merini, non svanisce mai… perché anche il male non può far loro del male”.

A chi dedica il suo libro?
A tre giovani creature femminili: Simonetta, Serena e Sissi. Ma anche a tutte le donne che nella loro vita hanno sperimentato forti sentimenti e grande tenacia: alle madri sconvolte dal dolore, alle adolescenti in crisi di identità, alle bambine private dell’infanzia, alle donne immigrate, spesso vittime della sopraffazione, alle donne adulte che ancora credono nell’amore, alle donne che si riscattano pensando al benessere altrui. È una piccola cosa il mio lavoro, ma c’è dentro tanta sofferenza, tanto amore, tanta speranza”.

Diamo un ultimo messaggio a tutte le donne che leggeranno questa intervista…
“Certo. Lo faccio prendendo a prestito i versi di Ruth Miller, poetessa africana del ‘900 morta a Johannesburg nel 1969:

Scritta sul vento o sull’acqua la parola è carne.
Presto o tardi la carne parlerà con suoni così cupi da bucare la pelle.
Le stigmate non sono visibili
in questi casi: ci sono ferite dentro di noi
in cui nessuno oserebbe affondare la mano”.

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