Il ritratto dei grandi meridionali. Montanelli racconta Achille Lauro, dalle stelle alla bancarotta

Il ritratto dei grandi meridionali. Montanelli racconta Achille Lauro, dalle stelle alla bancarotta

Di Indro Montanelli

Achille Lauro, armatore, nato a Piano di Sorrento il 16 giugno del 1887, era figlio d’arte. Era quinto di sei figli, tre maschi e tre femmine (i due fratelli maggiori periranno in mare), e il padre Gioacchino era padroncino di velieri. I risultati scolastici di Achille ragazzino furono pessimi, tanto che il padre lo imbarcò a 14 anni su una delle sue piccole unità, il Navigatore. Per la verità il Lauro degli anni trionfali diede di quell’imbarco come mozzo una spiegazione piccante, com’era nel suo temperamento di erotomane: «Un giorno mia madre, salita improvvisamente in solaio, mi sorprese mentre volevo imparare cose assai più grandi di me a spese di una volonterosa servetta… Pochi giorni dopo, con un piccolo sacco di indumenti sulle spalle, salivo a bordo del tre alberi Navigatore». Erano tempi di viaggi disperati e avventurosi. Le navi piccole facevano il cabotaggio, le navi grandi facevano guadagni immensi portando oltre Oceano le masse diseredate degli emigranti. Lauro ebbe modo di sperimentare le incognite della vita in mare, perché il comandante del Navigatore morì soffocato da una lisca di pesce che gli s’era piantata in gola, e il secondo ufficiale, quasi impazzito, «urlava che quello era il viaggio della morte» (dalla biografia che Pietro Zullino ha dedicato a Lauro). Dopodiché il giovanetto riprese bene o male gli studi, e in qualche modo riuscì a diplomarsi capitano di lungo corso. Intanto Gioacchino Lauro, il padre, s’era azzardato in imprese marittime che, ledendo gl’interessi già affermati di compagnie potenti, furono fallimentari. Morì indebitato, lasciando il ventenne Achille a capo della famiglia. Fino alla prima guerra mondiale Lauro, ormai armatore in proprio, si arrabattò in iniziative a volte fortunate e a volte no, ma sempre spregiudicate, e notevoli per la volontà e l’ambizione feroci di questo bucaniere sorrentino.

Nel primo dopoguerra Lauro iniziò la sua vera ascesa imprenditoriale, adottando – anche quando i noli erano stagnanti, e altri armatori sprofondavano nella bancarotta -espedienti straordinariamente ingegnosi. Basterà dire che intorno al 1934 possedeva 29 navi per oltre 200 mila tonnellate, e poi ordinò ai cantieri due unità nuove (si chiamarono, come volevano i tempi, Fede e Lavoro). I trasporti di tutti i materiali per la guerra d’Etiopia gli diedero profitti ingenti. Tuttavia Lauro non fu un fascistone, ne un profittatore del fascismo: anche perché, come tutti gli armatori, vedeva nelle pastoie autarchiche e in una politica internazionale di tensioni e aggressioni una remora, per lui dannosa, ai traffici. Gli andavano bene le guerricciole locali, non le minacce di un conflitto mondiale. Spiegò un giorno, sensatamente: «Io ero contrario alla guerra come oggi sono contrario a qualsiasi guerra. Non dico questo per crearmi meriti antifascisti ma perché risponde a verità. Londra era di fatto il centro dei miei affari; a Londra avevo trovato i crediti necessari per la creazione della flotta; la City era il centro mondiale più importante per tutto quanto riguardava la navigazione, dai noli alle assicurazioni. Tagliare i ponti con Londra significava la rovina».

Pur non essendo tra i favoriti del regime, Lauro – la cui flotta durante la guerra fu requisita, e quasi totalmente affondata – riuscì ad avere buoni rapporti anche con Mussolini. Il quale consentì che gli fosse ceduta nel 1942 la metà del pacchetto azionario dei quotidiani napoletani. Mattino, il Corriere di Napoli, il Roma. (Poi mollò i primi due, gli restò solo il Roma.) Quando presero Napoli, gli anglo-americani misero Lauro, come profittatore del regime, in un campo di concentramento. Dove il Comandante, cedendo a un suo consolidato esibizionismo culturalistico-maschilista, amava passeggiare in costume adamitico. L’armatore aveva sessant’anni, e pareva destinato a una vecchiaia incolore, quasi povera. Ma quel vecchio aveva idee giovani, e capacità di recupero incredibili. La svendita delle vecchie Liberty americane che avevano sostenuto il peso dei trasporti bellici, e una politica governativa che favoriva l’armamento per favorire, nello stesso tempo, l’emigrazione, furono i punti di forza della rinascita laurina. Tra l’altro due delle Liberty passate a Lauro furono poi incluse da Washington in una «lista nera» di navi che trafficavano con i Paesi dell’Est.
In pochi anni la flotta Lauro ridivenne un potentato economico nazionale e internazionale. Il Comandante, la cui iscrizione alla DC era stata rifiutata, annusò il vento che correva nei bassi di Napoli e impresse il suo ritmo gagliardo al piccolo Partito nazionale monarchico guidato alla vigilia delle «politiche» del 1948 da Alfredo Covelli: un professore trentaquattrenne di materie letterarie, originario dell’Avellinese. Lauro pagò i debiti che il PNM aveva accumulato e prese quasi il tre per cento dei voti, il 18 aprile, della valanga democristiana (1948): voti coagulati in determinate aree, il Napoletano in particolare. Riuscì a far eleggere il suo braccio destro Gaetano Fiorentino, e altri tredici parlamentari tra i quali alcuni ex-qualunquisti che avevano abbandonato il turpiloquente e ingenuo Guglielmo Giannini.


Finalmente, nella primavera del 1952, Lauro fu sindaco della sua città. Un sindaco padrone e padrino, efficiente e clientelare, prodigo e bizzarro, ignorante e geniale, inviso all’intelligenza e adorato dalla plebe. La sua ideologia monarchica era appiccicaticela, il suo impegno fasullo. Riteneva, come percorritore d’Oceani, di poter trattare in prima persona con il presidente Truman cui inviò, appena insediato, un telegramma di questo tenore. «Noi monarchici abbiamo sempre sentito la necessità di una profonda amicizia tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ricordo con soddisfazione che nei miei discorsi elettorali ho trovato il più gran consenso del pubblico quando ho affermato che la difesa dell’Europa era cominciata in Corea. Voglio dire al popolo americano che l’Italia dei monarchici ha per esso la più viva simpatia». Andò anche a rendere omaggio all’ex-Re Umberto, nel suo esilio di Cascais. Non è facile immaginare quale sia stato lo svolgimento del colloquio tra quel gentiluomo compito, misurato, elegante, e il monarchico rampante che diceva «si chiami il radiologo» se durante un comizio il microfono non funzionava, o anche «non lasceremo le vostre attese sulla sogliola di Montecitorio».

Era venuta, a impinguare ulteriormente le casse della flotta Lauro, la guerra di Corea e la prima crisi del petrolio per la svolta nazionalista e antimonarchica di Mossadeq in Iran, preludio di ben altre rivoluzioni populiste e di ben più devastanti guerre petrolifere. Il Comandante era stato in grado di spendere 600 milioni per la campagna delle amministrative: e altra popolarità s’era acquisita come gestore della squadra di calcio del Napoli (passò alla storia per avere pagato oltre cento milioni, ed era un inedito, per un caldatore, lo svedese Jeppson). La tecnica di comando del Comandante era diretta, rozza, efficiente, sia per la flotta sia per Napoli. Alla città dava feste, sussidi, alloggi ottenuti con espedienti disinvolti (alla ditta Trezza appaltatrice delle imposte di consumo, concesse un aggio maggiorato, a patto che investisse 700 milioni nel villaggio Lauro di case popolari), posti e stipendi inventati, una Piedigrotta continua, un risanamento a volte utile e a volte cervellotico e megalomane del centro. Nessuno osava contraddirlo in plancia: le voci di chi, come Francesco Compagna, gli imputava d’essere il capo d’una banda zingaresca di voti e di perpetrare una «insurrezione separatista velleitaria e primitiva», risuoneranno flebilmente, almeno per qualche tempo, tra il clamore del perpetuo carnevale, nel quale s’intrecciava un dialogo stentoreo tra i bassi e il Comandante. Massimo Caprara darà una diagnosi sofisticata del fenomeno: «Il partito di Lauro trova sbocco e profitto nell’espansione dei lavori pubblici. Il cemento che lo unisce e che terrà per oltre dieci anni non è fatto solo dalla tradizionale gerarchia trasformista. La sua presa sta nel fatto che una sorta di ribellismo statale, o meglio antiromano, si rivela per la prima volta fruttifero e concreto, si monetizza nelle somme di pubblico denaro che ottiene e trasforma in opere pubbliche appariscenti, si identifica in nuovi modelli locali di attivismo affaristico… Paradossalmente fiorisce e prende corpo un anomalo mito del self-made-man con licenza di sopraffare, il quale appunto perché scaltro è diventato ricco, e appunto perché ricco si fa sentire nella capitale…».


L’intellighenzia trovò in Lauro, negli anni Cinquanta, un bersaglio ideale. Quest’accanimento era giustificato dal personaggio: ma fu fazioso perché i salotti progressisti dimenticarono che su altre barricate la classe dirigente napoletana non era molto migliore, e che in fatto di clientelismo gli altri clan di partito avevano poco da invidiare a Lauro: non possedendone tuttavia l’intraprendenza, la capacita di fare, il disinteresse personale. Questo miliardario non volle certo far quattrini come sindaco di Napoli, anzi ne spese di tasca sua. Era un guappo orgoglioso, un capopopolo che impose più d’una volta Napoli a Roma, e che trasgredì le regole imposte da Roma. Quelle regole, è bene aggiungere, in forza delle quali un amministratore che non sia Lauro riesce difficilmente a far qualcosa, e per farlo pena anni e anni. Se è onesto. Lauro è morto, la sua flotta e andata all’incanto così come i suoi beni, ma negli anni Ottanta, quand’egli era già sotto terra, non si può dire che il malcostume amministrativo sia finito solo perché Lauro non c’è più e le sorti del potere locale sono affidate ai partiti «dell’arco costituzionale».

Fonte: Storia d’Italia, vol. X

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