di Massimo Calise

Ci risiamo. Appena a inizio anno commentavamo, speranzosi, la nascita di un possibile Ministero del Mezzogiorno preannunciato da Renzi; lo stesso, ad agosto, si impegnava a presentare un masterplan per il sud entro il mese di settembre appena trascorso. Si sono dette e scritte tante parole e, ciò che più conta, create tante aspettative.

Gli ennesimi segnali di una disattenzione nei confronti della questione meridionale.

È utile fissare alcuni punti.

  • Non è pensabile, nel momento attuale, ipotizzare interventi significativi da parte del Governo preso, da una parte, a far si che l’economia nazionale non perda posizioni in Europa e, dall’altra, a tentare di ridurre il debito pubblico.
  • Ciononostante non è possibile che la questione sia risolta solo da forze endogene sia per la dimensione e complessità del problema sia perché la classe politica meridionale non si è rivelata all’altezza della sfida. L’inadeguatezza risalta maggiormente oggi che, pur appartenendo allo stesso partito, i Presidenti di Regione non pensano nemmeno a formulare un progetto comune per il Sud. In realtà non solo inadeguatezza ma, anche, la strenua difesa dei propri privilegi induce i politici a perseguire obiettivi “a breve”, più facilmente spendibili sul piano elettorale.
  • Non solo la classe politica ma tutta la classe dirigente, più in generale il ceto medio, dimostra un interesse episodico per il problema. L’opinione pubblica si accende saltuariamente o stimolata da studi come i Rapporti Svimez o da sterili polemiche che solleticano la suscettibilità fuori luogo di qualche occasionale paladino del sud. Sussulti, l’impegno serio che occorrerebbe è ben altra cosa.
  • La questione meridionale, che è questione socio/culturale prima che economica, è stata troppo chiusa in ambiti specialistici.

 

Questi i fatti: che fare? Ovviamente non esistono ricette ma si può e si deve auspicare l’inizio di un percorso che segni una discontinuità radicale con il passato.

A me sembra che si debba cambiare la narrazione della questione meridionale. Essa deve uscire dalle aule universitarie, dai convegni e parlare, in primis, ai giovani ponendola per quella che è: “questione futuro” e futuro, si badi bene, italiano.

Non più solo barbosa narrazione storica, esposizione e studio di statistiche e ricerche (ovviamente utili) ma un intervento modernizzatore che veda protagonisti i giovani.

Coloro che a questo problema si sono dedicati: studiosi, professori, giornalisti dovrebbero divenire operativi, svolgere un’operazione di sensibilizzazione e di divulgazione. Uscire dalle aule, dai convegni, … e fungere da stimolo alla politica migliore.

Perché è vero che la questione meridionale è questione nazionale, ma è doveroso che i meridionali siano in prima fila nell’affrontarla. Insomma la creazione di una consapevolezza diffusa del problema è primo passo per la sua soluzione. La consapevolezza comporta, innanzitutto, due cose. Primo, un protagonismo civico esigente che imponga un cambio di passo ai nostri rappresentanti politici. Secondo, spingere per una politica che esprima una progettualità di medio/lungo termine. Spesso sono state premiate le promesse (non sempre mantenute) di interventi concreti/immediati ma quando al possibile complesso si preferisce il praticabile immediato a pagarne le conseguenze è il futuro, sono i giovani.

Perché s’è illusorio pensare di risolvere la questione senza una efficace azione del Governo è altresì illusorio che ciò avvenga senza un forte, visibile impegno dei meridionali con la classe dirigente, non solo politica, in testa.

Storicamente gli interventi calati dall’alto non hanno dato i risultati attesi, spesso hanno prodotto “cattedrali del deserto”. Ciò perché si cercava di esportare, nel meridione, una modernizzazione senza incidere sulla cultura, sullo spirito civico dei meridionali.

È vero, sembra un circolo vizioso, lo sviluppo economico presuppone cultura e coesione sociale; ma è difficile sviluppare quest’ultime in assenza di minime condizioni economiche.

Spetta ai meridionali spezzare questa spirale; insomma un serio masterplan dobbiamo farlo noi!