Il Diario della crisi. Di Maio non sarà vicepremier, oggi il voto degli iscritti al M5S

Il Diario della crisi. Di Maio non sarà vicepremier, oggi il voto degli iscritti al M5S

Alle sette della sera Luigi Di Maio lancia su Facebook il video che sblocca le trattative. «Il problema del vicepremier non esiste più», si rassegna al passo indietro il capo politico del Movimento. E, per salvare la faccia dopo essersi impuntato per giorni sul suo incarico di vice, prova a buttare sul Pd la responsabilità di uno stallo che ha tenuto col fiato sospeso i parlamentari e irritato il Quirinale: «Abbiamo saputo che il Pd ha rinunciato… Se ci avessero pensato prima non ci sarebbe stato neanche questo inutile dibattito sulla vicepresidenza…». Parole che tradiscono lo stato d’animo con cui Di Maio, dopo una lunga serie di ultimatum e minacce più o meno esplicite, ha infine concesso il suo sofferto via libera all’abbraccio con gli ex acerrimi nemici dem. «Il pressing del Colle ha avuto i suoi effetti», hanno commentato al Nazareno. Ma se da una parte il capo politico ha favorito la soluzione dell’impasse, dall’altra non si è schierato per il sì all’accordo. «Buon voto a tutti», si è limitato a dire riguardo al verdetto di oggi delegato alla piattaforma Rousseau, senza sciogliere i dubbi che covano nella pancia del Movimento. Non a caso il Pd, che aspettava un segnale di vita dai vertici 5 Stelle da domenica mattina, da quando cioè Dario Franceschini aveva disinnescato la mina vicepremier, ha incassato la vittoria evitando toni trionfalistici. «Siamo fiduciosi e ottimisti», è stato il primo commento di Nicola Zingaretti. Il segretario registra «passi in avanti» e indica la rotta verso un governo «di svolta vera», che tagli le tasse e rimetta in moto l’economia. La rinuncia di Di Maio a tornare a Palazzo Chigi con i galloni da vicepremier accelera, salvo sorprese ancora possibili, la nascita del nuovo governo. Giuseppe Conte potrebbe salire al Quirinale domani, o persino stasera, per sciogliere la riserva. Ora che le due caselle di vicepresidente del Consiglio sono state depennate dall’organigramma del nuovo governo, il presidente incaricato Giuseppe Conte si appresta ad affrontare l’ultimo tornante della salita, il più difficile, che prevede entro stasera la stesura definitiva della lista dei ministri. E non sarà facile. Perché nonostante le decine di nomi e di profili circolati, di politici puri e di tecnici, gli incastri senza i due «vice» si fanno addirittura più difficili. Primo problema per Conte: cosa farà Luigi Di Maio dal momento in cui gli è stato detto che deve traslocare dai suoi uffici (con mega staff) di Palazzo Chigi? Per il capo politico del M5S, ci sarebbero due opzioni, a questo punto: 1) «tenersi le mani libere», rinunciando a entrare nel governo; 2) oppure rilanciare la richiesta di andare in un ministero di serie A come il Viminale, sul cui uscio però è già stato respinto perché il Pd, con Nicola Zingaretti in particolare, si è messo di traverso. Oggi, in piena attesa per la votazione della piattaforma Rousseau, si potrebbe riaprire anche la partita del Viminale con una mossa a sorpresa di Di Maio. Ma per guidare il ministero dell’Interno sarebbe stato individuato il prefetto Luciana Lamorgese che gode di ampio credito in tutti i palazzi a partire dal Quirinale

Il voto sulla piattaforma Rousseau. In poche ore l’appello di Giuseppe Conte a «non lasciare i sogni nel cassetto» è diventato un tormentone sul web, che si è diviso tra ammiratori e detrattori. Ma a Palazzo Chigi, con il voto sulla piattaforma Rousseau che incombe e minaccia il destino del nascituro governo giallorosso, nessuno ha voglia di ironizzare. II video-appello, registrato dal presidente del Consiglio per spronare gli iscritti 5 Stelle a promuovere il «bis» e le nozze col Pd, rivela la «seria preoccupazione» del professore pugliese. La paura che stasera, chiuse le urne virtuali della Casaleggio Associati, tutto possa improvvisamente saltare: precipitando l’Italia nel caos e scatenando la reazione aggressiva dei mercati finanziari. E il timore che il premier incaricato ha confidato ai collaboratori, proprio nelle ore in cui il passo indietro di Luigi Di Maio rispetto all’incarico di vicepremier sembra aver sbloccato le trattative con il Pd. «II voto su Rousseau è un rischio altissimo», ha convenuto Conte parlando con i suoi, che gli mostravano sondaggi preoccupanti. Tra il no e il si, stando ai numeri di Palazzo Chigi, sarebbe testa a testa. Una votazione da infarto, con i favorevoli in vantaggio di un punto soltanto, 51% contro 49%. E anche se i parlamentari filo-governativi rassicurano, convinti che la base darà il via libera, Conte ha deciso di drammatizzare. Si è esposto in prima persona e si è intestato il governo. Se nell’esecutivo gialloverde era l’«avvocato degli italiani» e il notaio delle continue diatribe tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, nella nuova esperienza il giurista si propone come «primo responsabile» dell’esecutivo. II messaggio ai 5 Stelle è chiaro: «Capisco le vostre perplessità, ma potete stare tranquilli, perché garantisco io». La narrazione non si discosta molto da quella recente di Beppe Grillo, segno che tra il fondatore e l’inquilino di Palazzo Chigi si è saldato un solido asse. Il voto degli iscritti rappresenta un vulnes, scrive Caludio Tito su Repubblica: “In un sistema politico che non riesce a comporsi all’interno di una fisiologia, si assiste a una ennesima distorsione. Il voto sulla piattaforma Rousseau. Non è semplicemente in discussione il merito delle scelte che vengono compiute, ma è il metodo a gettare un’ombra sinistra sul nascente esecutivo 5S-Pd. I grillini si avvinghiano a questa procedura come il peccatore si immerge in un lavacro. La democrazia diretta è solo una mortificante giustificazione. I pentastellati hanno semmai bisogno di costruire un’immagine purificativa dell’intesa, una scusa per spiegare l’accordo con il Pd e mantenere il blocco di potere costruito in questo anno. Il nucleo di questa procedura contiene al contrario un germe antidemocratico. Non c’è certezza né trasparenza. Il Paese viene incagliato in un procedimento che rappresenta un vulnus. Il cuore dell’articolo 49 della Costituzione viene di fatto infartuato: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Appunto, «con metodo democratico» e non secondo i dettami di una società privata, la Casaleggio & co. Eppure questa farsa segna l’atto finale di nascita dell’esecutivo. Un’eresia istituzionale che costituisce in primo luogo la prova della malattia del nostro sistema dei partiti. L’intero edificio governativo prossimo venturo si mostra insomma già pericolante”.

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