IL COMMENTO. Pensioni o tasse, quell’equilibrio difficile fra giustizia ed equità sociale

Antonio Troise

Meno tasse o pensioni più flessibili. Il governo deciderà la prossima settimana, alla vigilia del varo della Legge di Stabilità. La partita è tutt’altro che chiusa. Da una parte il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che non vuole creare nuovi capitoli di spesa. Dall’altra il premier, Matteo Renzi, che continua a premere per una manovra il più possibile espansiva, in grado di rilanciare i consumi e rimettere in moto l’economia. La coperta è estremamente corta e c’è il rischio concreto che il ritocco al ribasso dell’età pensionabile previsto dalla riforma Fornero comporti, automaticamente, un rallentamento di quel percorso di riduzione delle tasse annunciato a gran voce dallo stesso presidente del Consiglio.

Le ipotesi, in campo, sono varie e con costi molto diversi l’una dall’altra. L’ultima simulazione, in ordine di tempo, prevede una riduzione di circa il 4% della pensione per ogni anno di anticipo rispetto alla soglia minima dei 67 anni. Un’operazione che, secondo i primi calcoli, costerebbe poco più di un miliardo e mezzo il primo anno per poi salire, vertiginosamente, nel triennio fino a costare circa 10 miliardi. Una cifra che potrebbe rendere estremamente difficile, per il governo, non solo il taglio dell’Ires promesso nel 2017 ma, soprattutto, la riduzione dell’Irpef del 2018. Un bel rebus.

Il problema, però, non può essere risolto solo con un semplice calcolo ragionieristico. L’attuale sistema previdenziale, infatti, continua a contenere forti diseguaglianze: a venti anni dalla riforma Dini, oltre il 90% delle pensioni percepite viene calcolato in base al vecchio metodo “retributivo” (che aveva come parametro l’ultima retribuzione). Mentre è ancora consistente la quota degli assegni Inps generata dalla stagione delle baby pensioni. L’ondata di licenziamenti sollevata dalla grande recessione ha finito, inoltre, per alimentare un esercito di pre-pensionamenti che, di fatto, ha scaricato sui conti dell’istituto di previdenza costi puramente assistenziali. Tanto che nella prossima legge di stabilità ci sarà un ulteriore stanziamento per i cosiddetti “esodati”, i lavoratori che per effetto della legge Fornero si sono trovati senza stipendio e senza pensione. C’è di più: con le attuali regole le aziende, oltre a dover sostenere un costo del lavoro più alto hanno lasciato fuori dal mercato del lavoro un’intera generazione di giovani, pagando un ulteriore prezzo in termini di produttività.

Pensioni e tasse, insomma, sono due facce della stessa medaglia e due leve fondamentali da muovere per avere una maggiore giustizia sociale e uscire dalla lunga fase di recessione. Ma, per fare questo, bisogna evitare che nella Legge di Stabilità trovino posto soluzioni pasticciate o dettate da logiche demagogiche: è arrivato il momento che, su questi fronti, si agisca in maniera coerente per trovare quell’equilibrio, finora solo annunciato, fra le esigenze di bilancio e quelle di una maggiore giustizia ed equità.

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