IL COMMENTO. La politica al tempo dell’antipolitica

di Massimo Calise

Non “Basta un si!”. Certo un si non basta, ma non ne occorrono milioni, bensì poche centinaia. Infatti sarebbero stati sufficienti poche centinaia di voti per ridurre i costi del nostro Parlamento, aumentarne l’efficienza (regolamenti parlamentari) senza mortificarne il ruolo.

Così non è stato; a ricordarcelo è stata la proposta di legge del Movimento 5 Stelle per tagliare gli stipendi ai parlamentari.

Tutti dediti a parlare alla pancia del Paese: a “Se voti SI cancelleremo poltrone e stipendi” si risponde con una proposta che, secondo i proponenti, farebbe risparmiare di più.

È l’antipolitica, un fenomeno non nuovo, basti ricordare il movimento dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini che ebbe un discreto seguito nella seconda metà degli anni ‘40. Oggi, mi sembra più che mai, sono i politici che si contendono i consensi brandendo l’antipolitica con un miope masochismo.

La semplificazione imperversa e fa da humus a tutto ciò.

La comunicazione politica si è trasformata in slogan prodotti, grazie anche ai social networks, a getto continuo; ne ricordo alcuni: “L’Italia cambia verso”, “Bella l’Italia che riparte”, “Forte l’Italia che decide”, ecc. ecc..

Si aggiunga la continua delegittimazione degli avversari che diventano “gufi” da rottamare e il prevalere di atteggiamenti divisivi anche da parte di chi detiene, legittimamente, le leve del comando. Tutto ciò delinea uno scenario sconfortante.

Dovrebbero far riflettere i sondaggi che segnalano una diffusa sfiducia nei confronti della politica, dei partiti e, perfino, delle Istituzioni.

Il Rapporto Demos & Pi (dic. 2015) “Gli italiani e lo Stato” evidenzia dati preoccupanti. Solo il 5% degli intervistati ha fiducia nei partiti ma colpisce ancor più, in una repubblica parlamentare, che solo il 10% ha fiducia nel Parlamento! Diminuiscono perfino coloro che credono “la democrazia preferibile a qualsiasi altra forma di governo”.

Quindi non possiamo meravigliarci del diffondersi del dannoso mito della società civile buona e della casta politica cattiva e dei partiti visti come il male assoluto. Anziché riformarli, li abbiamo lasciati deperire; come se i degenti di un ospedale che non funziona ne chiedessero la chiusura invece di pretenderne il corretto funzionamento.

Così semplificando, delegando, slogan dopo slogan siamo arrivati a “Basta un si!”. Cosa ci vuole!

Ma si potrà mai, con questo approccio semplificato, affrontare seriamente la complessità del presente? Si potranno varare politiche lungimiranti che possano farci guardare al futuro con minore apprensione?

Purtroppo non basta legiferare per sopperire alla carenza culturale ed etica del ceto politico, al prevalere di un senso civico carente, di una debole identità nazionale e di una scarsa cultura democratica. Non siamo antidemocratici ma ademocratici, indifferenti alla democrazia.

E non saranno un “Basta un si!” o “Basta un no!” a cambiare le cose.

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