I misteri della Gioconda di Leonardo Da Vinci: due donne e una profonda metamorfosi

La scoperta della donna riesumata da Pascal Cotte sotto la superficie del quadro, penetrando con l’occhio della macchina nell’invisibile, è balzata recentemente al centro del mainstream mediatico ma a ben vedere la sua importanza è straordinaria sul versante scientifico mentre per la ricostruzione della storia del quadro non fa che rinforzare con elementi molto significativi, (ma purtroppo non interamente verificabili senza l’accesso alle medesime macchine multispettrali e ai relativi processi operativi), una ipotesi già pubblicata dal 2011.

Basta andare alla sintesi dei “punti della tesi” V e IX alla voce Ricerca per verificare che nel 2011 era stato compiutamente ipotizzato che Leonardo aveva modificato la fisionomia di Bianca Sforza per renderla irriconoscibile, e che lo aveva fatto adottando una strategia che gli era congeniale, cioè rendendola a lui somigliante (analogamente a quanto avrebbe fatto anche per il San Giovanni del Cenacolo, fotocopia della Gioconda alter ego di Bianca).

Infatti per sua ammissione Leonardo aveva difficoltà a resistere alla tentazione dell’automimesi (vissuta con ambivalenza e avversata): lo provano molti suoi scritti e ce ne ha offerto una prova tangibile Lillian Schwartz un trentennio fa. Perciò, dovendo nascondere l’identità di Bianca, il ricorso all’artificio automimetico era scontato.

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Quello che non mi era allora possibile prevedere è quanto e come le sue modifiche avessero inciso su quel volto originario.

In attesa di meglio capire, verificando più a fondo la serie di immagini preannunciata da Cotte sul documentario della BBC (non ancora visionato), stando all’unica immagine finora pubblicata (che si suppone pertanto quella esemplare e di riferimento) non resta che constatare la profondità con cui Leonardo ha inciso sui tratti somatici della prima donna, trasformandola …Non possiamo stabilire quanto il risultato della “ricostruzione facciale digitale” rispecchiato dall’immagine finora pubblicata sia esente da procedure correttive e integrative dello scienziato, ma, anche in assenza di questo dato importante non si può non prendere atto della trasformazione operata dal Pittore.

Le uniche due spiegazioni finora pubblicate dai giornali vengono offerte dallo studioso francese e da Martin J.Kemp: il primo sostiene trattarsi di due donne diverse, il secondo che si tratti invece di un processo evolutivo che avrebbe condotto alla definizione della fisionomia finale. Il dato visivo farebbe propendere decisamente per la prima risposta, perché le modifiche apportate sul volto della donna sono profonde, più di quanto a suo tempo avessi ipotizzato. Ma la spiegazione allora data regge a fronte di questa trasformazione, anzi ne viene potenziata sotto l’aspetto logico.

Perché soltanto per una donna di cui il Pittore voleva nascondere l’identità anche all’ambiente più prossimo potevano essere adottate modifiche tali …e chi poteva essere se non una donna oltremodo “scomoda”e “problematica” da esibire?

E poi, perché portare via con sé un quadro talmente costoso, continuando a lavorarci nel tempo senza consegnarlo al committente?

Il paesaggio, rimasto inalterato, è un aspetto cruciale di questo stesso enigma: non sono state apportate modifiche degne di considerazione al paesaggio, ma solo al volto e all’abito della donna, e altri dettagli ad oggi non conosciuti, presumibilmente secondari poiché non menzionati.

La conservazione del paesaggio nei suoi tratti essenziali – da considerarsi elemento-chiave per la ricostruzione della storia del quadro – delinea una continuità con quel ritratto originario che il Maestro ha voluto custodire nel segreto secolare della tavola, celandolo per così dire “sotto la sua superficie”.

E’ la stessa donna o un’altra? E’ davvero una “sostituzione” o si tratta di ben altro?

L’ipotesi e la ricostruzione pubblicata nel 2011 offriva già compiutamente una “terza via”, non soltanto logica ma profondamente simbolica e tale da giustificare la lettura “multidimensionale” data di quel quadro e della storia infinita che racchiude.

Non si tratta né di una “evoluzione” intrinseca del ritratto né di una estrinseca “sostituzione” della modella. La risposta radicalmente più profonda e simbolica è che si tratta di una “metamorfosi” e la “istoria” della donna che pure continua a vivere in quel ritratto si fonde in quel processo di “rinascita”.

Si può concludere che la donna che vediamo è un’altra, soprannominata Gioconda, ma racchiude la donna originaria e Musa ispiratrice, conservandone e al tempo stesso riplasmandone l’anima nella “metamorfosi” che, dalla prima creatura nuda nella sua purezza – così come ce la svela ora la macchina “multispettrale” – conduce al soggetto femminile più inquietante ed enigmatico della storia dell’arte. Ma, già nella lettura del ritratto data a suo tempo, la Gioconda conserva al nucleo delle sue vertiginose memorie il dna originale di Bianca da cui ha preso vita.

La giovane era morta a cinque mesi dalle nozze e il ritratto (probabilmente incompiuto, data la proverbiale lentezza di Leonardo) non poteva essere consegnato al dispotico Moro, il quale – come documentato da storici illustri – palesava squilibri mentali conseguenti alla successiva morte (dopo circa un mese) della moglie Beatrice d’Este. Un ritratto nuziale postumo a dire il vero è portatore di un che di lacerante e struggente anche in condizioni di normalità, e alla corte di Milano tra il novembre 1496 (morte di Bianca) e il gennaio 1497 (morte di Beatrice) il clima cortigiano era piuttosto “infernale” (come ci informano cronisti e storici). Analogamente il ritratto nuziale non venne consegnato in una eventuale ulteriore copia al vedovo Galeazzo Sanseverino (delle cui drammatiche – e personalmente suppongo drammatizzate – manifestazioni di dolore ci informa il Giulini, riportando stralci epistolari), Quel ritratto forse – come ipotizzato a suo tempo – non fu consegnato nemmeno a lui, o forse ne ebbe un esemplare perduto…non possiamo avere riscontri.

Inoltre le scarne informazioni che fornisce al riguardo il Muratori nelle Antichità Estensi confermano gli inquietanti retroscena della morte di entrambe le giovani donne: ombre di tradimenti, sospetti e veleni (nel senso letterale del termine) si moltiplicavano sia alla corte di Milano che in quella degli Este.

Così pure si comprende la reticenza del Maestro a rivelare anche in seguito il nome della modella ispiratrice . Il titolo del quadro risulta citato come “La honda c” in un atto notarile del Salaì e a noi tramandato col nome di Gioconda tramite Cassiano Dal Pozzo nel 1625. Dopo la fuga da Milano del 1499, il nome del Moro non era un buon “biglietto da visita”presso le altre corti e i potentati, e in Francia (dove era stato imprigionato ) ogni riferimento al duca sconfitto e alla sua cerchia sarebbe stato a dir poco controproducente per il Maestro.

E poi, perché dare un nome alla donna che aveva scelto di occultare?

Al di là delle ricostruzioni degli storici e di plausibili interpretazioni dei loro scritti, va detto che entrare nella testa di Leonardo è veramente come sfidare una Sfinge…e ad una Sfinge somiglia appunto la Gioconda: creatura indefinibile nata dalla trasformazione di una donna in un enigma perturbante attraverso la mente del genio, il quale instilla nella sua creazione la vita e la memoria della sua ispiratrice segreta .

Poiché veramente la Gioconda – alter ego di Leonardo e al contempo alter ego di Bianca, resa somigliante a sé stesso – racchiude “l’istoria” e il destino della donna viva ritratta in origine e mai cancellata, di cui si fa testimone in arte…

Ma non vorrei scriverne ancora, per il rischio di consumare l’autenticità delle parole in un rituale ripetitivo, ora che il volto segreto della donna vera è emerso alla luce (con la buona approssimazione che si deve mettere in conto, trattandosi dell’”incarnazione”operata da Pascal Cotte di uno spettro, che ha rigenerato in laboratorio). Le piccole croci che lo scienziato francese segnala nei suoi occhi non possono non richiamare l’esile ricamo di crocine (che si assimilano ai vinci sforzeschi) sull’orlo della scollatura della rinata Sfinge. Le piccole croci sono il destino impresso nello sguardo puro di Bianca, mentre la sua “sembianza trasfigurata” le indossa con ascetica fierezza sui ricami dello scollo, a mo’ di collana . L’innocente trasmuta come la Fenice dalle sue ceneri in una donna nuova e indecifrabile.

La Gioconda non è più Bianca, ma Bianca continua a vivere nella Gioconda. L’identità di una particolare donna per il tocco del Mago (inteso in senso virgiliano) trapassa nell’universale.

Facendo oscillare la sua arte dalla rappresentazione del mondo esteriore visibile e intelligibile, all’emanazione del mondo interiore, segreto e ineffabile, Leonardo ha provocato un movimento irreversibile, che introduce in un’altra realtà, in un’altra verita. E…” – come annunciano queste parole profetiche di René Huyghe – “La Gioconda si leva come un segnale, una pietra di confine, posta alla frontiera tra due mondi”

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