Affluenza alta a livello nazionale, ma nel Mezzogiorno la partecipazione resta sotto la media. E proprio dalle regioni del Sud arriva uno dei segnali politici più netti della bocciatura della riforma.

Il referendum sulla giustizia si chiude con la vittoria del No, che secondo le proiezioni e i primi dati scrutinati è avanti in modo netto sul Sì. L’affluenza nazionale si è attestata attorno al 58,9%, un dato elevato per una consultazione referendaria, ma il risultato politico più rilevante arriva dalla geografia del voto: il Sud ha partecipato meno del Centro-Nord e, al tempo stesso, ha mostrato in diverse aree una chiara prevalenza del No.

Il quadro nazionale, ormai consolidato, racconta di una riforma respinta dagli elettori. Le seconde proiezioni Rai indicano il No al 53,9% contro il 46,1% del Sì, mentre altre rilevazioni sui dati reali collocano il fronte contrario attorno al 54,5%. Si tratta di una sconfitta politica significativa per il governo, che aveva investito molto su una riforma presentata come decisiva per ridisegnare gli equilibri della magistratura e del Consiglio superiore della magistratura.

Ma è soprattutto il voto del Sud a meritare attenzione. Se il Paese nel suo complesso ha risposto con una partecipazione più alta delle attese, il Mezzogiorno ha confermato una distanza ormai strutturale rispetto alle regioni del Centro-Nord. Alla chiusura dei seggi, la Sicilia risultava ultima per affluenza con circa il 46,2%, mentre la Calabria si fermava al 48,3%. Anche la Puglia restava sotto la media nazionale, al 52,0%. Già nella prima giornata il divario era evidente: Sicilia e Calabria erano in coda, molto lontane da regioni come Emilia-Romagna, Lombardia e Toscana.

Il dato politico, però, non è soltanto nell’astensione relativa. Nelle regioni meridionali dove lo scrutinio ha iniziato a consolidarsi, il No appare più forte della media nazionale. In Sicilia, nei primi aggiornamenti, il fronte contrario alla riforma ha superato il 60%, arrivando oltre il 65% in alcune fasi iniziali dello spoglio. In Calabria, con circa mille sezioni scrutinate su 2.407, il No viaggiava oltre il 57%. In Puglia, secondo i primi dati diffusi a livello regionale, il No era avanti con il 57,43%.

È da qui che emerge il messaggio più forte del referendum. Nel Mezzogiorno il voto sembra aver assunto un significato che va oltre il merito tecnico della riforma: non solo prudenza verso una revisione profonda dell’assetto della giustizia, ma anche distanza politica rispetto all’impianto complessivo proposto dal governo. Il Sud ha partecipato meno, ma dove si è espresso lo ha fatto in modo spesso più severo, trasformando il referendum in un segnale politico netto. Questa è un’inferenza basata sull’incrocio tra affluenza regionale e primi risultati di scrutinio.

La lettura territoriale del voto conferma così due Italie. Da una parte il Centro-Nord, più mobilitato e con livelli di partecipazione più alti; dall’altra il Sud, dove resta più forte la sfiducia verso le istituzioni e dove la consultazione si è caricata di un significato più politico che ordinamentale. La sconfitta della riforma, insomma, passa anche da questo doppio segnale: meno mobilitazione nel Mezzogiorno, ma un orientamento più compatto contro il cambiamento proposto.

Per il governo si apre ora una fase delicata. La bocciatura referendaria pesa sul piano simbolico e politico, perché colpisce una delle riforme più identitarie dell’esecutivo. E il fatto che il Mezzogiorno abbia risposto con un misto di bassa partecipazione e forte scetticismo sul merito aggiunge un elemento ulteriore: la riforma non ha convinto neppure in una parte del Paese dove il centrodestra, negli ultimi anni, aveva cercato di consolidare il proprio radicamento.

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