dissesto idrogeologico in Italia

di Claudio d’Aquino

Le piogge alluvionali che si ripetono con frequenza costante in quasi tutte le regioni del Nord, comporta la decisa estensione della responsabilità a uomini e istituzioni dell’area padana. E’ qui che il grande padre Po, da divinità benigna alle sorgenti, diviene arcigno e capriccioso a valle. Insensibile al rito delle ampolle, celebrato in primavera, a novembre si trasforma in un terrificante Odino, desideroso di vittime sacrificali. Fuor di metafora, in questi casi il tentativo di scaricare la colpa di eventi devastanti sul “clima divenuto tropicale per effetto dei cambiamenti climatici” (quindi di una natura che si scopre matrigna anche lontano dal Vesuvio leopardiano), non regge all’urto dei fatti. C’è di nuovo che il Nord si presenta dinanzi al generale Autunno in condizioni non diverse dal Sud squassato dall’abusivismo.

Il corto circuito simbolico produce un amaro risveglio. Il Nord efficiente e previdente si scopre d’un tratto irresponsabile, non meno del Sud arraffone e superficiale. L’ago della bilancia si sposta verso l’incuria delle amministrazioni, la mancanza di manutenzione dei corsi d’acqua, l’intensa cementificazione a cui tre condoni edilizi hanno strizzato l’occhio. Il fatto che decine di ragazzi sono scesi nelle strade di Genova a spalare il fango non cambia la sostanza delle cose. In materia di dissesto ambientale e cementificazione selvaggia, il costume italico è più uniforme di quanto si immagini. Nord e Sud, civicness o familismo amorale non fa troppa differenza. Il problema è di sistema, è nazionale, non territoriale. Del resto non a caso Italo Calvino ci mise sull’avviso, quando ambientò il suo romanzo più realistico, “La speculazione edilizia”, nella sua Sanremo, una Liguria di ponente erosa dal cemento.

Ma c’è di più. Dati alla mano scopriamo che i risultati delle politiche di contrasto al rischio idrogeologico sono la prova del nove che il modello del federalismo un po’ anarchico, affermatosi negli ultimi venti anni, contribuisce a squagliando come un acido ad alto potere corrosivo quel che resta dell’Italia. Esse hanno fallito in modo omogeneo, prescindendo dalle latitudini. Lo dimostra in maniera inequivocabile il Rapporto Ance sul Disseto Italia – Salviamo il territorio, che nel febbraio scorso addita come principale criticità la scelta scellerata di una progressiva scomparsa della ordinaria manutenzione del territorio: in sei anni (2008-2014) il calo di stanziamenti statali ordinari è pari a -71%. Le risorse programmate – si legge nel documento Ance – ammontano a 2,1 miliardi di euro e sono disponibili da più di 4 anni. Il ritardo nell’attuazione degli interventi impedisce di fatto l’apertura di 1.100 cantieri, per un valore di 1,6 miliardi id euro, pari al 78% delle risorse.

Se in quattro anni i lavori sono stati avviati per soli 500 milioni (il 22%), se sono conclusi solo per il 4% delle risorse (circa 80 milioni), che cosa viene da pensare? Che ancora una volta il tallone di Achille sta giù, alla caviglia dello Stivale. Invece La mappa dell’utilizzo di risorse a livello regionale ci dice che la Basilicata è virtuosa non meno dell’Emilia (+ 50% di utilizzo). La Sicilia è stata brava non meno della Toscana (tra il 30 e il 50%). Che Puglia, Campania e Calabria sono meno virtuose nella stessa misura di Triveneto, Piemonte, Val d’Aosta e, va da sé, la Liguria. Il mal comune, in questo caso, fornisce per davvero poco gaudio. I fatti non attenuano e non alleviano di certo le responsabilità del Sud. Ma almeno aiutano a pareggiare un po’ i conti con la verità.

(Repubblica Napoli, 28 novembre 2014)