E’ uno dei più attenti studiosi di economia illegale e osservatore tra i più accreditati degli orientamenti della società meridionale. Docente di «Storia delle mafie» presso l’Università Suororsola Benincasa di Napoli, editorialista e saggista, Isaia Sales è autore di numerosi libri sul Sud Italia. Sul tema del “regionalismo differenziato” è tornato di recente nelle sue riflessioni pubblicate sulle pagine del Mattino. Il Sudonline lo ha intervistato.

Professor Sales, dietro la maschera di partito che difende gli interessi nazionali sotto le insegne del sovranismo si cela l’altra faccia della Lega, un partito che sin dai suoi esordi ha smpre coltivato l’idea della secessione. Le europee hanno visto Salvini valicare con un certo successo i confini della Padania. Ora siamo dinanzi a un disvelamento, che qualcuno già denomina “secessione dei ricchi”. Qual è la sua opinione in proposito?

Rammento che Gianfranco Miglio, l’ideologo che ha contribuito a fornire alla Lega un background intellettuale, già nei primi anni Novanta pensava di superare l’unità del Paese con la creazione di tre macroregioni: un Nord produttivo, un Centro con a simbolo “Roma ladrona”, e infine il Mezzogiorno “parassita”. Sono passati circa 30 anni, oggi è legittimo domandarsi se potremo ancora considerarci un’unica nazione qualora il governo Conte approvasse l’autonomia legislativa e fiscale della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia Romagna: Nonché, eventualmente, delle altre regioni che la richiederanno.

Quindi lei ritiene che l’Italia può davvero cessare di essere una nazione, come preconizza Pino Aprile in un suo libro recente, “L’Italia è finita”?

L’Italia, come qualsiasi nazione, non è una struttura statuale fissa e indistruttibile. Anzi, proprio in quanto nazione democratica, la nostra è una costruzione sociale delicata e complicata, fatta di culture e storie condivise, basata sulla reciprocità dei cittadini. E’ frutto di un vincolo di cittadinanza, motivato da lealtà e da memorie comuni.

E quindi questo vincolo potrebbe rompersi dinanzi alla concessione dell’autonomia regionale?

Beh, direi proprio di sì. Sarebbe un passaggio che rompe nei fatti il patto di cittadinanza tra gli italiani. Il patto cioè di mantenere gli stessi diritti per abitanti di territori con storie diverse e talvolta culture diverse.

Che è anche un patto di lealtà e solidarietà nazionale, non è così?

E’ il patto di lealtà alla base del nostro essere membri della stessa nazione. Del sentirsi uguali pur vivendo in zone diversamente sviluppate.

Che si rompe con il regionalismo differenziato o a geometria variabile…

Certo, perché siamo di fronte, in buona sostanza, alla rivendicazione mantenere l’uso delle tasse laddove vengono pagate. Si tratterebbe di uno strappo radicale dello stare insieme e dell’esaurirsi delle buone e reciproche ragioni di convenienza tra cittadini di aree diverse.

Nella narrazione leghista l’autonomia differenziata altro non è che uno strumento che rende più efficiente la spesa pubblica. Un modo che permette a ciascuno di essere “padrone in casa propria”, altro slogan della prima ora del Carroccio.

Niente affatto. Per come è stata immaginata, non si ispira al principio di sussidiarietà secondo cui alcuni territori gestiscono alcune competenze in proprio. L’autonomia differenziata porta a una cristallizzazione delle differenze. Sancisce gli squilibri che esistono e li rende definitivi e insuperabili.

Un dato di fatto codificato per sempre?

Già, perché i gap dei servizi, nella scuola, sanità, asili, dotazione di verde, attrezzature sportive, e persino di risorse di sostegno all’apparato produttivo, diventerà “legittimo”. Non saranno più considerati un esito imprevisto e involontario di una particolare storia nazionale, e perciò stesso da superare, ma un privilegio etnico-territoriale immodificabile.

Non avremo più pari diritti all’interno dei territori che compongono la nazione?

Esattamente. La nazione diverrebbe matrigna per alcuni cittadini e per alcune aree che hanno la colpa di essere cresciute meno di altre. Si finirebbe per punire il luogo in cui si è nati in quanto non in grado di garantire le risorse necessarie per beneficiare di uno standard medio di servizi civili.

La Lega persegue l’autonomia come obiettivo fondativo, la missione per cui è nata è separare il Nord da Roma e dal Sud. E invece i 5 Stelle?

Non sono un simpatizzante dei Cinquestelle, ma credo che bisogna dare loro atto di aver tenuta ancora aperta la partita sul regionalismo differenziato, trasformando il tema dei pari diritti di cittadinanza tra tutti gli italiani (al di là della regione in cui si risiede) in una questione centrale dell’attuale dibattito politico e mediatico.

In effetti non era affatto scontato che ciò avvenisse…

In verità, all’inizio dell’esperienza di governo i Cinquestelle erano stati poco attenti alle conseguenze disastrose che il regionalismo differenziato avrebbe arrecato al concetto di nazione e ai principi costituzionali. Avevano, infatti, firmato un accordo capestro con i più scaltri e rodati alleati leghisti, in base al quale il governo giallo-verde non doveva fare altro che ratificare gli accordi sottoscritti con le tre regioni scalpitanti: Lombardia, Veneto ed Emilia–Romagna.

Poi, poco alla volta, la situazione è cambiata.

Anche grazie ad una reazione della parte più avvertita della pubblica opinione meridionale, sollecitata da analisi dettagliate su cosa avrebbe comportato un utilizzo delle tasse esclusivamente a favore dei territori dove vengono riscosse.

Poi c’è stato l’effetto slavina del voto alle europee, che deve aver fatto molto riflettere i Cinquestelle.

Consentire alla Lega di incamerare i risultati elettorali di un nazionalismo esasperato, accompagnato da un secessionismo di fatto, è apparsa una ingenuità. I leghisti si stanno espandendo al Sud senza pagare un prezzo nel sostenere gli interessi di alcuni territori in contrasto con quelli delle regioni meridionali.

Spieghi meglio questo passaggio…

Portano avanti una inedita forma di “nazionalismo secessionista”, unico caso al mondo, mediante un razzismo cioè oltre che etnico è anche territoriale. Cos’è se non “razzismo territoriale” ritenere che alcuni italiani, se abitanti di alcune particolari regioni, valgono di più di altri italiani, soprattutto se collocati geograficamente al disotto del Garigliano?

Era troppo anche per Luigi di Maio, il più accanito sostenitore del contratto di governo con Salvini. Non è così?

Va anche detto che nessuna forza politica, negli ultimi decenni, aveva pensato che battersi con determinazione per difendere gli interessi delle popolazioni meridionali fosse una cosa politicamente vantaggiosa. Dalla fine della Cassa per il Mezzogiorno, infatti, nessun partito nazionale si è più caratterizzato per battaglie in Parlamento e nel Paese a difesa delle ragioni del Sud.

Sono seguiti gli anni della perfetta solitudine del Meridione e del meridionalismo.

Corrispondenti al più lungo periodo di egemonia settentrionale sulla politica italiana, un vero e proprio monopolio dell’attenzione mediatica.

Dopo di che c’è stato nei fatti un predominio di classi dirigenti provenienti quasi tutte dal Centro-Nord…

Dopo 25 anni non può che far piacere che il Sud torni ad occupare una parte nel dibattito politico nazionale. Per moltissimo tempi il Sud ha fatto opinione solo a seguito di avvenimenti sanguinosi e di matrice mafiosa. Ora fa opinione per il no all’autonomia regionale differenziata. E speriamo che questa reazione duri a lungo.

Col nascere della cosiddetta “questione settentrionale” si è affermato un filone di pensiero in base al quale la nostra nazione poteva prosperare e competere anche con un Sud debole e marginale. Non solo contro il Sud, ma anzitutto senza il Sud. Qual è la sua opinione in proposito?

Ma questo indirizzo che ha riguardato tutte le culture, comprese quelle di ispirazione social-comunista. L’Italia ha abbandonato il Sud, ha trascurato la sua parte più debole. Ma non è uscita dal suo declino storico.

La Germania ha seguito un’altra strada. Lei ne parla nel suo libro “Napoli non è Berlino”. Vuole riassumere il suo pensiero a riguardo?

Dopo la riunificazione ha investito gran parte delle risorse nella sua parte più arretrata ed è diventata la prima nazione in Europa e tra le prime del mondo. Invece il rancore settentrionale, troppo a lungo non contrastato, non ha prodotto benefici per la nazione Italia.

E di conseguenza Germania e Italia hanno avuto un approccio totalmente diverso nel trattare il problema del divario interno.

Una differenza che si basa sui numeri. Val la pena ricordare i dati. Secondo una stima dell’Aspen in poco più di venti anni, cioè tra il 1991 e il 2011, la Germania ha investito nel suo “Mezzogiorno”, 2000 miliardi di euro, cioè 100 miliardi di euro all’anno, il 4,4% dell’intero suo Pil. Una cifra enorme, fatta di spostamento di ingentissime risorse statali (procurate con emissione di titoli di Stato e attraverso la fiscalità generale) da una parte all’altra del Paese.

Forse la differenza sta nel fatto che la Germania puntava a recuperare la sua capitale storica, Berlino. Mentre in Italia alla capitale del Mezzogiorno si augura un lavacro nel magma del Vesuvio…

Le Regioni occidentali (i Lander dell’ex Germania federale, quelli che corrispondono alle nostre regioni settentrionali) hanno ampiamente finanziato quel programma di investimenti, consentendo il passaggio di flussi cospicui di risorse dai Lander più ricchi a quelli più poveri. Il federalismo cooperativo o perequativo che regola in Germania i rapporti finanziari tra il governo federale (Bund) e le Regioni (Lander) ha permesso di realizzare questo grande disegno senza gravi lacerazioni e proteste.

Intanto in Italia cosa accadeva?

Nel periodo di vigenza della Cassa per il Mezzogiorno, ossia tra il 1951 e il 1993, nel Sud sono stati investisti in infrastrutture e agevolazioni alle imprese 230 miliardi di euro, cioè 5,6 miliardi all’anno, l’1% del Pil nazionale. Allungando l’analisi fino al 2008, la cifra investita nel Sud è pari a 342, 5 miliardi di euro: 6 volte in meno di quanto fatto nei Lander orientali.

Insomma Napoli non è Berlino e l’Italia non è la Germania…

E Salvini non è Kohl né tantomeno Merkel. Lui ne è contento, ma i meridionali non credo che abbiano motivo per esserlo.

MVD