Beni culturali, pioggia di risorse: per il Sud 164 milioni. Ecco dove saranno spesi

Quasi un miliardo di euro per investimenti e sviluppo infrastrutturale ottenuti dal Ministero per i Beni Culturali per l’intero Paese. Per il Sud – Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia – sono previsti poco più di 164 milioni. La Campania, seconda regione dopo il Lazio per la quale sono previsti 177 milioni, riceverà 107 milioni di euro. Saranno usufruibili dal 2021 al 2033.
Gli interventi riguardano cinque macrocategorie: edilizia pubblica (367), prevenzione rischio sismico (324), eliminazione delle barriere architettoniche (220), investimenti in riqualificazione urbana e sicurezza delle periferie (28), digitalizzazione (27).
Il 48 per cento degli interventi riguarda l’edilizia pubblica, la prevenzione del rischio sismico è il 30 per cento; 5 per cento per le periferie, barriere architettoniche 14 per cento, 3 per cento digitalizzazione.
La voce più importante per la Campania (23 milioni) è per il miglioramento sismico e il restauro delle componenti strutturali della Reggia di Capodimonte. Ma non mancano interventi a Mercogliano, a Nola, a Cerreto Sannita. A Anacapri (restauro Casa Rossa).
In Puglia sono previsti interventi soprattutto di prevenzione del rischio sismico. In Calabria oltre alla prevenzione del rischio sismico si punta sull’eliminazione delle barriere architettoniche. In Basilicata si interviene a tutto raggio (chiesa di S.Domenico e complesso di S.Agostino a Matera, Palazzo D’Aragona a Sasso di Castalda).
In Sicilia i luoghi di intervento sono tre, di edilizia pubblica, sostanzialmente rivolti all’impiantistica di non ben specificate sedi di Catania – due – e Ragusa. Per quest’ultima città si prevede il completamento della scaffalatura compattabile dei depositi di materiale archivistico: 50mila euro.

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LA MOSTRA. I capolavori di Canova al Museo Archeologico di Napoli

Delle Tre Grazie di Antonio Canova esistono due versioni: la prima, cominciata nel 1812 parla russo. L’altra spikka inglese e è conservata al Victoria & Albert Museum di Londra. Al Mann di Napoli c’è la prima, viene dall’Ermitage di SanPietroburgo e è una delle 12 opere provenienti dalla Russia delle 110 in mostra per il monumentale evento Canova e l’antico (fino al 30 giugno 2019).
Arriva nel Salone della Meridiana in una cassa-matrioska di legno pallido con sopra il timbro FRAGILE e il marchio in cirillico dello spedizioniere. Per questi colli non si specifica mai il contenuto, viaggiano anonimi e ingombranti come un carico di bicchieri a poco prezzo. Delicatamente si apre il pannello sul lato largo, spunta un’altra cassa gemella, appena più piccola. FRAGILE. Di nuovo. E’ la volta buona. Aperta, spicca il pluriball, universale rimedio per ogni trasloco. E’ ciò che riveste, che fa la differenza. E la differenza è questa scultura considerata rivoluzionaria che piano emerge. Vengono estratti i tre fissaggi che l’hanno ancorata saldamente per evitare nel viaggio qualsiasi sussulto. Ora si libera il lato opposto della cassa e si sveste dalla plastica. Adesso è nuda, nuda come le tre figure, è incorniciata nel chiaro di una cornice provvisoria che di qui a pochi minuti sarà divelta. E’ pronta per essere sistemata, in bella mostra si dice e mai detto è più azzeccato. Paradossalmente, è l’allestimento il momento più emozionante di una mostra. Quando le opere arrivano in casse anonime su carrelli trasportati a mano, le rotelle scivolano sul pavimento come miele. C’è un attimo di silenzio, poi comincia il trambusto: il suono ovattato degli svitatori, le voci «tieni qua», «svita sotto», «prendi», «vai». Sono tanto attese, ci si augura che siano nel medesimo stato della partenza. A questo ci pensa la persona delegata al controllo dall’ente prestatore: le scruta palmo a palmo.
C’e Giuseppina Bonaparte, la prima moglie di Napoleone, la ripudiata, dietro l’idea della scultura. Fu lei a suggerire a Antonio Canova il soggetto. Lo scultore veneto, ormai di stanza a Roma, lo raccolse. Giuseppina morì prima di vederla. Canova realizzò le Tre Grazie riuscendo a mantenere in equilibrio il trio utilizzando una colonnina dorica laterale. Arte armonia, arte bellezza e civilizzatrice; Ugo Foscolo, contemporaneo di Canova, dedicò l’inno Le Grazie proprio allo scultore che stava lavorando all’opera.
Adoratore, ma non idolatra di tutte le cose antiche, Canova si rifiutò sempre di fare copie di sculture del passato. Rifondò il classicismo contribuendo a coniare quella definizione, neoclassicismo, con la quale si intende in arte il rispetto del passato collocandolo nel presente, nel nuovo.
A Napoli sono esposti dodici marmi, grandi modelli e calchi in gesso, disegni, dipinti, modellini in terracotta, monocromi, 34 tempere a fondo nero conservate a Possango nella casa natale dell’artista. Ci sono le sculture Amorino Alato, l’Ebe, la Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche, la testa del Genio della Morte, espressione ebete e un fiocco in testa. Da Kiev viene la testa della Pace, dal Getty Museum Apollo che s’incorona, quel vanesio.
Tutte le opere dialogano con la collezione del Museo Archeologico, con la classicità antica. C’è il grande gesso del gruppo di Adone e Venere, c’è Paride a confronto con il Paride di Capua, marmo romano di fine II secolo d.C.. Il Pugilatore conversa con i gruppi scultorei farnesi.
Con Napoli, Canova ebbe un rapporto adorante. S’estasiò davanti al Cristo Velato nella Cappella di San Severo, disse che sarebbe stato disposto a rinunciare a dieci anni di vita per esserne l’autore, provò anche a acquistarlo. Osservò i gruppi marmorei della collezione farnese all’epoca custoditi nella Reggia di Capodimonte, Ercole, il Lacoonte, conobbe l’immenso patrimonio archeologico che stava riemergendo dagli scavi di Pompei e Ercolano. Tornò a Roma pieno di idee e sempre più convinto di studiare a fondo la classicità per riproporla in chiave moderna, la sua. Con quel plasticismo vivo, non stentorio. Capace di far muovere il marmo.
Canova e l’antico è una mostra epocale, lascerà il segno per qualità e eccezionalità dei prestiti. E perché anche Topolino dedicherà, nei prossimi mesi, una storia intitolata Canova Topolino. Questa pubblicazione citata ultimamente da Massimo Cacciari, Matteo Salvini, Carlo Calenda come lettura di bassa ignoranza. Nella quale, però, non si trova mai un refuso.

Maria Tiziana Lemme

Le confessioni sulla letteratura di Laferriére “scrittore Giapponese”

In occasione delle edizioni contemporanee in Italia di due suoi libri, nel 2015, (erano Tutto si muove attorno a me e Paese senza cappello), Dany Laferriére disse che cercava sempre nuove forme di scrittura, altrimenti si annoiava. Ha mantenuto la promessa con quest’ultimo, Sono uno scrittore giapponese (66thand2nd, 190 pgg. € 16,00). Un testo nel quale libera pensieri e parole nella universale domanda della funzione della letteratura.

Laferriére è giornalista e scrittore haitiano naturalizzato franco-canadese non per sua scelta. Lavorava a Radio Haiti Inter quando, l’1 giugno 1976, seppe della morte del suo amico e collega Gasner Raymond, il quale stava approfondendo aspetti del regime di Jean-Claude Duvalier “Baby Doc”  il figlio di François, il dittatore di Haiti detto “Papa Doc”, che come il padre si contraddistingueva per il regime di intolleranza verso la stampa indipendente, l’arricchimento grazie ai fondi neri nell’industria del tabacco e per la fama da playboy. Gasner  avrebbe dovuto vedersi con l’amico, prima dell’appuntamento fu ammazzato a sprangate. Capitò che una persona avvisò la madre di Laferriére che il prossimo sarebbe stato suo figlio. Dany partì poche ore dopo per Montreal grazie a un biglietto aereo che qualcuno gli procurò. Non ha mai saputo chi e non scelse lui la destinazione. Aveva ventitrè anni. Da allora a oggi Laferriére è diventato scrittore e nel 2013 accademico di Francia.

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Così Montreal è diventata la sua casa-esilio e proprio a Montreal ambienta l’ultimo suo libro. Un testo breve, con brevi capitoli titolati, come fossero tasselli di un mosaico che soltanto alla fine riesci a comprendere.

Lo spunto è il titolo buttato giù in modo casuale dal protagonista all’editore che lo incalza: bisogna trovarlo per il nuovo libro, Laferriére si lascia scappare Sono uno scrittore giapponese.

   Per vicinanza geografica e d’intenti, m’è tornato in mente un titolo del 1992 di Giovanni Giudici, “Andare in Cina a Piedi”. Era un racconto sulla poesia che pubblicò con E/O nel quale la Cina non c’entrava niente. Il titolo rimandava alla difficoltà del poetare. Scrivere una poesia che sia degna? Che rispetti il gesto, la scrittura, il senso? Oppure che non lo rispetti? lo rinneghi? E’ come andare in Cina a piedi! Una azione perlomeno faticosa. Si lasciava andare, Giudici in quel racconto, in prosa, al mondo e alle domande che via via si liberavano nel gesto dello scrivere e descrivere il suo mondo letterario.

Laferriére fa un po’ questo. A ruota libera intesse una storia con personaggi giapponesi che si trovano a Montreal o vi si recano proprio perché sono venuti a conoscenza dell’esistenza del libro Sono uno scrittore giapponese, del quale esiste però solo il titolo.

E trovato il titolo il più è fatto: vero. Ma intanto il protagonista deve scriverle le pagine, l’editore aspetta, ha già firmato un assegno di diecimila euro come acconto e lo scrittore invece se ne va a zonzo con quel senso di «angoscia diffusa che ti accompagna ovunque, persino in pescheria». Una storia strampalata nella quale il filo conduttore è il libro L’angusto sentiero del Nord che Matso Basho pubblicò alla fine del Seicento e che il protagonista ha sempre a portata di mano. La chiave di volta sta proprio nel non dover trarre una trama.

Il testo è lo spunto per farsi domande sulla scrittura, sul tempo, sulla capacità di percepire alcune cose o di non saperle percepire. Sulla stupidaggine della nazionalità, lui  prende «di volta in volta la nazionalità di chi mi sta leggendo» e sul fatto che «scrivere un libro è un’ottima cosa, a volte però è ancor meglio non scriverlo». Non è questo il caso.

 

Maria Tiziana Lemme

I vulcani della Campania, a che punto è il rischio

Campania e vulcani: a che punto è il rischio? Il 25 marzo a Napoli il convegno Mitigare i rischi: la conoscenza a tutela del territorio metterà a confronto scienziati e ambientalisti sull’area più pericolosa e dimenticata d’Italia. E’organizzato dalla Sigea e dall’Ordine dei Geologi a Villa Doria d’Angri Università degli Studi di Napoli Parthenope (programma su www.geologicampania.it).
Lo chiamano “La montagna”, ma il Vesuvio è un vulcano, attivo e soprattutto imprevedibile. E’ effusivo come l’Etna, esplosivo come Stromboli. A volte ha eruttato soltanto cenere, e può essere devastante come nel 79d.C. quando seppellì Pompei e Ercolano. Il rischio sismico dell’area napoletana comprende anche la zona Flegrea e Ischia. Il Monte Epomeo provoca terremoti come il recente del 2017 o quello epico del 1883 nel quale morirono i genitori di Benedetto Croce, ma può esplodere dopo secoli di quiescenza, come il Pinatubo nel 1991.
Nel corso del convegno si affronteranno temi quali il ruolo della ricerca storica, i rilievi delle criticità, il monitoraggio delle aree, i danni prevedibili causati dalla sottovalutazione umana del rischio. La speculazione urbanistica dell’area napoletana e flegrea riguarda un milione e duecentomila persone. Vivono in una zona a alto pericolo. La Regione Campania si sta attrezzando con un protocollo d’intesa ancora non perfezionato.
La scienza deve confrontarsi con lo sviluppo tecnologico e l’acquisizione delle informazioni, l’interpretazione dei fenomeni e il monitoraggio travolgente dei dati che arrivano parossisticamente. Gli strumenti sono più efficaci del passato ma c’è il problema dell’interpretazione a stretto raggio. Il Vesuvio è tranquillo, sembra, ma i Campi Flegrei si sollevano, da alcuni anni a questa parte, in maniera costante: meno di un centimetro al mese. La pagina del sito della regione Campania che informa sul rischio sismico, assume come riferimento i tre colori del semaforo. Il Vesuvio è verde. Non ci sono riferimenti per Ischia. I Campi Flegrei sono arancioni.
Le conclusioni del convegno sono affidate al vulcanologo Giuseppe Luongo. Per far comprendere in maniera elementare la struttura dei Campi Flegrei, in una pubblicazione del 1988 (Cenere, fotografie Antonio Biasiucci – Ed. Sintesi) Luongo utilizzò l’immagine della pasta della pizza non stesa a regola d’arte . Quando la mano inesperta la assottiglia in un punto. Questo assottigliamento della crosta terrestre ha reso la zona Flegrea più vulnerabile, più sensibile ai movimenti interni della Terra, più vicina al suo centro, al suo nucleo. Sono nati ventotto vulcani. Alcuni sono spenti. Uno, Monte Nuovo, si formò in cinque giorni nel 1538. Dorme da allora. Sogna. Mica è spento.

Maria Tiziana Lemme

I 500 anni di Leonardo, la scienza prima della scienza

Finalmente, a 500 anni dalla morte, Leonardo Da Vinci torna a essere l’umano che era: un genio, sì, ma non il solo del suo tempo. La mostra alle Scuderie del Quirinale, a Roma fino al 30 giugno 2019, Leonardo Da Vinci: La scienza prima della scienza, mette ordine nella sua opera ingegneristica e traccia le connessioni culturali con i suoi contemporanei, restituendocelo in tutta la sua grandezza e anche nelle sue utopie visionarie.
Leonardo possedeva mente curiosa mai paga, una sensibilità portentosa. Soprattutto era nato con la mano: la mano per disegnare. Si trovò a vivere in quel periodo, la seconda metà del Quattrocento, e in un ducato, la Toscana, teatro di una scuola d’ingegneria che stava lavorando a opere mai affrontate prima. Per esempio, sistemare sulla sommità della lanterna del Duomo di Firenze un’enorme sfera rivestita di rame dorato. Era allievo della bottega di Verrocchio, osservò da vicino le gru che quattro decenni prima aveva ideato Filippo Brunelleschi per costruire la cupola. Quelle macchine per sollevare e spostare pesi le disegnò come mai nessuno aveva fatto fino ad allora . Ecco, uno dei suoi meriti: aver portato il disegno tecnico a rango d’estetica. Chiaroscuri, sfumature che danno risalto e visione dei particolari applicando quell’invenzione, la prospettiva, sulla quale s’erano lambiccati nella seconda metà del Duecento l’arcivescovo di Canterbury John Peckam e il matematico arabo Alhazen. La gru di Brunelleschi, nel disegno che fa parte del Codice Atlantico custodito a Milano nella Biblioteca Ambrosiana, apre la prima delle dieci sale della mostra costruita su dieci disegni del Codice. Ogni disegno è integrato con modelli, macchine costruite in scala provenienti dal Museo della Scienza di Milano, disegni, stampe, cinquecentine illustrate: oltre duecento opere.
Tra il Medioevo e il Rinascimento s’inventa la ruota dentata, la biella, la vite senza fine: passi che portano alla meccanizzazione dei processi produttivi. Si pubblicano trattati di architettura e macchine, Mariano di Jacopo, Francesco di Giorgio, Giuliano da Sangallo compilano quaderni di disegni, zibaldoni, trattati di arte militare e di ingegneria. Nessuno, nell’illustrazione, possiede la mano di questo figlio illegittimo del ventiquattrenne notaio Piero da Vinci, già ammogliato, e Caterina (Buti del Vacca si presume il cognome della madre).
Non tutti i disegni di Leonardo sono innovazioni: spesso sono la documentazione delle realtà tecniche di macchine esistenti. Oppure sono l’elaborazione più approfondita di intuizioni altrui. Il caso più emblematico è l’Uomo Vitruviano, che prende il nome da Marco Vitruvio Pollione, architetto romano, il quale calcolò la proporzione da rispettare, in architettura, delle fattezze umane rispetto a ciò che si edifica. Celebre l’illustrazione del contemporaneo di Leonardo, Cesare Cesariano, che si distingue oltre che per mani e piedi esagerati, per l’erezione del fallo spropositato. Leonardo studia, aggiusta, misura in frazioni il corpo umano, rettifica le proporzioni indicate da Vitruvio e disegna “l’uomo nel cerchio e nel quadrato” nel 1490.
Non conosceva il latino né la matematica, che studierà poi a Milano. I suoi taccuini sono pieni di traduzioni dal latino che cominciava e abbandonava. Non ebbe mai padronanza di quella lingua ma si attrezza con una biblioteca formata da 150 libri; è andata dispersa. In mostra c’è l’unico volume sopravvissuto, il Manuale Laurenziano. “Le mie cose son più dall’essere tratte dalla spirienza, che dall’altrui parole”.
Al secondo piano delle Scuderie ci sono le macchine del volo costruite sui suoi disegni: l’ala battente, l’aliante, il paracadute. Nel 2000 un paracadutista inglese, Adrian Nicholas, riprodusse il modello Leonardesco del paracadute impiegando gli stessi materiali: sette metri di ossatura in legno di pino, spesse funi di canapa. Si lanciò da 2000 metri, a seicento metri da terra aprì un paracadute normale. L’invenzione di Leonardo lo avrebbe fatto atterrare, ma il suo peso gli avrebbe spaccato l’osso del collo.
Il suo mito moderno comincia con un furto, nel 1796, quando Napoleone requisisce i manoscritti dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Approdati a Parigi sono oggetto di analisi e traduzione da parte di Gian Battista Venturi, un fisico modenese che li pubblicherà in italiano e in francese. Alcuni codici furono rubati e rivenduti da Guglielmo Libri, segretario della commissione per la catalogazione dei fondi manoscritti degli archivi francesi: un ladro. Alcune pagine del manoscritto E andranno perdute per sempre, in maniera rocambolesca si recupererà il Codice del Volo.
Leonardo diventa ‘genio universale’, inventore e anticipatore della modernità nel 1939, quando se ne appropria il fascismo nella mostra sulle invenzioni che organizza a Milano a Palazzo dell’Arte per celebrare l’autarchia e il ‘genio italico’. Senza tener conto che la maggior parte delle “invenzioni” di Leonardo rientrano nell’estro, nell’essere artista e dunque visionario. Le macchine leonardesche sono meccanismi soltanto pensati, non possono funzionare nel mondo reale.

Maria Tiziana Lemme

La lettera di Cristoforo Colombo rientrata in Italia? Falsificata grazie a una stampante a secco

Chissà da quanto tempo la Biblioteca Riccardiana di Firenze, e la Centrale di Roma, custodivano fra gli incunamboli rari e preziosi le edizioni false della lettera che Cristoforo  Colombo, appena tornato dalle Americhe. scrisse al tesoriere dei regnanti di Spagna il 15 febbraio 1493. L’esemplare autentico dell’edizione del manoscritto originale, stampato a Roma da Stephan Plannck nell’aprile di quello stesso anno, si trovava invece nella Biblioteca del Congresso di Washington, Usa. «Donato» dice l’ambasciatore statunitense John R. Phillips, nella conferenza stampa sul recupero realizzato dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale (oggi 18 maggio 2016 a Roma nella Biblioteca Angelica). In realtà, secondo gli investigatori, acquistata dalla Biblioteca di Washington da una casa d’aste di settore che l’aveva messo in vendita per la somma di quattrocentomila dollari. Cifra sottostimata: il valore di mercato è pari a un milione.

E’ il febbraio del 1493. Colombo aveva scoperto una nuova terra. Appena rientrato dalla spedizione, a Palos scrive la relazione ufficiale del viaggio all’illustre Don Gabriele Sanchis, ministro dei reali spagnoli, che gli aveva fatto ottenere i finanziamenti. Descrive le isole delle Indie oltre il Gange, di recente scoperte, dove fu inviato il 3 agosto 1492 sotto gli auspici e col denaro degli invittissimi Ferdinando ed Elisabetta, Reali di Spagna. Trattandosi del documento nel quale si ufficializzava l’esistenza di un nuovo mondo, la lettera fu comunicata anche  alla corte di Roma: solo dalla Santa Sede poteva venire l’investitura di nuove terre da aggiungere al regno di Ferdinando e Isabella D’Aragona. La stampa a caratteri mobili era stata inventata una quarantina di anni prima a Magonza, in Germania, e a Roma Leandro De Cosco, nobiluomo e letterato, non si fece sfuggire l’occasione: tradusse la lettera dallo spagnolo in latino e la fece stampare dal prete tedesco Plannck il 30 aprile 1493, primo anno del pontificato di Alessandro VI. Seguirono altre edizioni e traduzioni, in tedesco, in francese. Si contano fra i sedici e i diciotto esemplari. Oltre a Roma e Firenze, una copia dell’edizione romana sarebbe custodita anche nella biblioteca di Brera. Già nell’Ottocento si parlava di libri rarissimi, più che preziosi. La lettera originale, il manoscritto, ormai disperso.

Nuovo millennio, 2012. Osvaldo Avallone, allora direttore della Biblioteca Centrale di Roma, presenta  alla Procura della Repubblica una denuncia per il furto di “alcuni volumi antichi di notevole pregio e interesse storico-archivistico”.  Si sequestra nella biblioteca di Roma l’esemplare della Lettera di Colombo stampata a Roma nel 1493 e nel frattempo emerge un’altra versione a stampa della lettera, custodita nella biblioteca Riccardiana di Firenze. Che pure si sequestra. Si crede siano dei falsi. Sono sottoposte al vaglio di Paul Needham, curatore della sezione libri antichi e manoscritti della Biblioteca dell’Università di Princenton. L’esperto sentenzia: sono false come una medaglia di cioccolato. L’edizione fiorentina è stata realizzata con riproduzioni fotografiche moderne, stampate su carta antica. Praticamente caricando una risma di carta antica in una fotocopiatrice con toner a secco. Sembra una barzelletta. O la storia dei Modigliani realizzati col trapano Black and Deker nel 1984 da tre bontemponi di Livorno.

«Furto sofisticato – dice il ministro Mibact Dario Franceschini – Per molti anni non si sapeva che nella Biblioteca Centrale di Roma ci fossero le copie (a stampa, ndr) della lettera di Colombo». Il ministro paragona la Biblioteca Angelica di Roma con quella dei Girolamini di Napoli devastata dall’ex direttore Massimo De Caro, nominato in epoca berlusconiana, che sconta – con benefici – una pena di sette anni per peculato. «Lì gli scaffali sono vuoti, qui no». L’esperienza investigativa acquisita proprio grazie alle indagini sul saccheggio napoletano di De Caro e i traffici illeciti esteri dello stesso,  ha permesso agli investigatori di entrare in contatto con l’ Homeland Security Investigation di Wilmington. il corpo di polizia americano che si occupa di organizzazioni criminali e si definisce “A Global Force”.  Proprio dall’HIS arrivava ai carabinieri una nota relativa alla “presunta presenza, in territorio statunitense, di edizioni della lettera di Colombo datata 1493, ritenute false. Nel dettaglio, l’H.S.I. ipotizzatva che la lettera di Cristoforo Colombo (denominata Plannck 2) conservata presso la Biblioteca Centrale di Roma, fosse stata sostituita con un falso. L’esemplare restituito da Washington è della Biblioteca di Firenze. E’ uscito una volta, per un anno nel 1950. E’ stata ricostruita la sua vendita nel 1992 a una collezione privata svizzera. Poi è andato all’asta. Ora torna a casa.

 

 

Anniversari dimenticati. De Martino, l’antropologo del Sud che ha cambiato il modo di vedere l’uomo
De Martino e i ricercatori nel 1959 a Bella , un piccolo borgo in provincia di Potenza, di ritorno dalla spedizione in Salento: Amalia Signorelli è al centro, vestita di bianco, alla sua sinistra De Martino, dietro di lui Vittoria De Palma, sua futura moglie. Dalla sinistra in alto due bambini del luogo, poi Annabella Rossi, quindi Giovanni Jervis e Letizia Jervis Comba.  Il signore con il cappello, quello alla destra della Signorelli e l'altro alla sinistra di De Martino, che ha in mano il libro "Sud e Magia", sono notabili del luogo, conoscenti di De Martino
De Martino e i ricercatori nel 1959 a Bella , un piccolo borgo in provincia di Potenza, di ritorno dalla spedizione in Salento: Amalia Signorelli è al centro, vestita di bianco, alla sua sinistra De Martino, dietro di lui Vittoria De Palma, sua futura moglie. Dalla sinistra in alto due bambini del luogo, poi Annabella Rossi, quindi Giovanni Jervis e Letizia Jervis Comba. Il signore con il cappello, quello alla destra della Signorelli e l’altro alla sinistra di De Martino, che ha in mano il libro “Sud e Magia”, sono notabili del luogo, conoscenti di De Martino

Fossimo laureate in pianificazione sociologico-politica delle commemorazioni, con specialistica cimiteriale, ci spiegheremmo il motivo del mancato tributo massomediatico del cinquantenario dalla dipartita di Ernesto de Martino, l’antropologo che ha cambiato, nel secolo scorso, lo studio della conoscenza dell’essere umano, un ceffo che osò teorizzare il concetto di ‘presenza’: persone dotate di senso in un contesto dotato di senso. Una sua allieva, Amalia Signorelli, pubblica con L’asino D’oro un testo, “Ernesto de Martino – Teoria antropologica e metodologia della ricerca”.

Che cosa intuì, de Martino, prima di tutti? Che la religione cattolica, applicata all’ignoranza, fonda la “mondanizzazione”, un dovere applicato alla famiglia non perché si vuole, perché si deve. L’oggetto economico è alla base.  Successivamente de Martino si interrogò sulla ‘presenza’ in crisi: avviene quando un evento: sentimentale, di perdita, di lutto, sconvolge il soggetto. Sono sempre i meno acculturati, fomentati da precetti religiosi che rimandano a fiamme dell’inferno, che, per convenienza, si mettono nelle mani dello storico magistero della chiesa cattolica. Signorelli scrive:« istanza religiosa e politica quanto mai centralizzata e centralizzante».

Questa omologazione prevista da de Martino, è oggi ben evidente nel Family Day, nei gruppi di preghiere cattolici che pregano – contro chi – e proprio questo è il punto.

La visione laica di de Martino, cui arrivò dopo un tempo, breve, di commistione col fascismo, non vale ricordo massmediatico. E’ rivoluzionaria:«… tutta la storia delle religioni si fa idealmente prospettiva che agita i nostri cuori e le nostre menti: restituire all’essere umano, col pensiero e con l’azione, la storia che è sua». Idealmente, scrisse.

Chi la pratica, praticamente contravviene, applicandola.

 

Ernesto de Martino è stato il maggior antropologo italiano del XX secolo, del 1900.

E’ il fondamento dell’Antropologia moderna, ma a oggi alcun giornale lo ricorda. Come mai?

E’ nato a Napoli l’1 dicembre 1908; è morto a Roma il 6 maggio 1965. Il suo lascito intellettuale e scientifico  attende di essere ulteriormente esplorato. Sua base della ricerca fu l’umanesimo etnologico, ossia la conoscenza dell’umano in Italia, specialmente nel Centro- Sud,  rispetto alla religione cattolica: etnologico significa conoscenza della comunità.

 La sua ricerca sul campo, tra comunità italiane  sparse nel centro sud, negli anni Cinquanta, ha evidenziato la semplicità nei riti pagano-cattolici, la complessità  interiore e la sottomissione alla religione cattolico- cristiana delle popolazioni a una vita infelice.

Evidenzia come nell’ignoranza – intesa come analfabetizzazione, addossata non solo allo Stato-  soprattutto alle credenze religiose, a i riti pagano-religiosi che ancora oggi affibbiano l’Italia, sia il tumore alla conoscenza, rispettando tuttavia l’ ebete credenza. 

 

 

 

Beni culturali, 491 milioni per il Sud: la mappa dei finanziamenti e gli obiettivi

Il Sud terrone, le regioni meridionali che rientrano, secondo la definizione usata nell’Accordo di Paternariato Italia  dell’Unione Europea nel “sistema regioni meno sviluppate”, ma con maggiore ricchezza di beni culturali, saranno il volano per l’Italia per il rilancio della crescita del Paese.

Quattrocentonovanta milioni di euro, il 75 per cento provenienti dai fondi strutturali europei, il restante dai fondi rotazione del Ministero del Tesoro, sono destinati per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali di Campania, Puglia, Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria. Obiettivo: crescita occupazionale, riequilibrio nord sud,  crescita “sostenibile”, “intelligente”, “inclusiva”. In pratica, una carità. Per la stessa cifra, a Roma, si acquista una casa di 60 mq con terrazzo non ampio con vista su Piazza di Spagna.

A Roma,  nella sede del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, l’annuncio dello stanziamento con Lucio Paderi, direttore generale Politica Regionale e Urbana della Commissione Europea, Claudio De Vincenti, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Antonia Pasqua Recchia, segretaria generale Mibact per l’Autorità di Gestione, i ministri Graziano Del Rio (Infrastrutture e trasporti) e Dario Franceschini (Mibact). Sorveglierà sulle attuazioni del PON – Programma Operativo Nazionale 2015-2020 – un comitato composto da quarantaquattro rappresentanze di enti istituzionali, di categoria, sindacali e ambientalisti, un’ottantina di persone in tutto, che si riunirà due volte l’anno con il compito di coordinare gli obiettivi di tutela e di valorizzazione dei sessanta beni culturali (che chiamano ‘attrattori’)  individuati in ogni regione.

Riportiamo dal documento ufficiale del Mibact la ripartizione dei fondi:

«55 milioni di euro saranno destinati a interventi con progettazione avanzata in:

Campania – Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Certosa di Padula, aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Stabia; Puglia – area archeologica di Manduria, complesso di S. Maria della Giustizia di Taranto; Calabria – Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, museo e parco archeologico di Sibari.

54 milioni di euro saranno destinati a interventi con progettazione preliminare in:

  • Calabria – parchi archeologici di Kauoln e Scolacium;
  • Puglia – i Castelli Svevi di Bari e Trani, l’area archeologica di Egnazia;    
  • Basilicata – Museo Archeologico Nazionale di Melfi, il Polo Museale del Materano, le aree archeologiche di Grumento e Metaponto;
  • Campania – Reggia e Real Bosco di Capodimonte, parco archeologico di Velia, Reggia di Caserta e Real Sito di Carditello.

77 milioni di euro saranno destinati a interventi già definiti, selezionati e finanziati nel POR in Attrattori 2007-2013 ma non ancora conclusi in:

  • Campania – Palazzo Reale e Reggia di Caserta;
  • Puglia – Castello di Carlo V a Lecce, Museo Nazionale Archeologico di Manfredonia, il Museo Archeologico di S. Scolastica a Bari, l’ex convento di S. Antonio a Taranto, il Castello Svevo e il Complesso di S. Chiara a Bari;
  • Calabria – Castello di Carlo V a Crotone, il Museo Archeologico di Locri;
  • Sicilia – Convento di S. Maria del Gesù a Ragusa.

Per le rimanenti risorse, pari a circa altrettanti 180 milioni di euro, è in corso con le Regioni la sottoscrizione degli accordi operativi di attuazione che serviranno ad individuare,  tra i luoghi della cultura del Mibact, ulteriori attrattori culturali in un percorso di programmazione condivisa.

Circa 114 milioni euro per le imprese che operano nel e a favore del settore culturale e della fruizione turistico-culturale e tra queste alle cosiddette industrie culturali e creative. Si tratta di un bacino costituito da circa 1.700 aziende del settore della filiera culturale e creativa di cui il 30% appartenenti al privato sociale. Le risorse restanti sono impegnate per accrescimento di competenze e assistenza tecnica».

Fin qui il documento ufficiale.

Sia ben chiaro: nelle casse del ministero dell’Economia, di questi 491 milioni di euro, è stato versato, al momento, soltanto un acconto: 5,6 milioni di euro.  Obiettivi, secondo Lucio Paderi della Commissione Europea: aumento di nuovi visitatori, 560mila solo per Pompei; aumento del Pil (Prodotto Interno Lordo) dal 6,9 per cento al 7,1 per cento, settecento nuove imprese che operano nel settore culturale, e un piano di “rafforzamento amministrativo”. Ma che vuol dire, rafforzamento amministrativo, nuove assunzioni?

Paderi dice: «No, significa razionalizzare la macchina amministrativa, individuando le lentezze burocratiche per risolverle».

– In conferenza stampa lei ha detto che questo è il primo evento di strategia comunicativa.

– In effetti dobbiamo trovare un linguaggio migliore. Il ministro Franceschini dice: «Mentre si progetta il restauro del piano nobile della Reggia di Caserta, contando il maggior numero di visitatori si progettano anche parcheggi, strade, alberghi per l’accoglienza. Alla cultura della tutela si affianca la cultura della valorizzazione». Si recupereranno le due ali della Reggia, mai completate, cruccio di Vanvitelli, architetto della Reggia, senza altro cemento? No.

Il ministro Del Rio sarà, fino a quando dura, il supervisore degli appalti delle infrastrutture: strade soprattutto. Svicola, il ministro, sull’efficienza amministrativa, necessaria al rispetto dei tempi: il 2020. Cadrà prima. Vabbé, ma intanto, si è parlato della fruibilità, dell’accesso:

   – Che ci dice dell’autostrada Salerno- Reggio Calabria per arrivare al museo di Reggio?

– E’ stata sotto sequestro fino a poche settimane fa, l’Anas lavora a pieno regime. La riapertura sarà a breve.   Ciò che inquieta veramente è Il «Programma Operativo nell’ambito dell’obiettivo “Investimenti in favore della crescita e dell’occupazione», destinato ai componenti la commissione di sorveglianza». Spiccano le parole “Small Business Act” riferite ai criteri: “misure attuate allo scopo di  ridurre il tempo necessario per ottenere licenze e permessi per avviare e esercitare l’attività specifica di un’impresa tenendo conto degli obiettivi dello SBA – Small Businnes Act».

Avete messo in conto la possibilità di infiltrazioni criminali, negli appalti?

   – Per carità Abbiamo i patti di legalità fatti sul modello di quelli pensati dal generale Nistri per Pompei – dice Antonia Pasqua Recchia, che ricopre, nel comitato di sorveglianza, due incarichi: come  segretaria generale Autorità di Gestione, come già detto, e responsabile PRA. Non è il pubblico registro automobilistico: ma il Piano Rafforzamento Amministrativo di cui ha detto il segretario Ue, LucioPaderi. Mentre l’architetta Recchia ci assicurava che tutti i 460 milioni di euro erano casch, in contanti, al Ministero dell’Economia, Paderi diceva che invece la Unione Europea aveva versato solo un acconto: appunto il 6 per cento, 5,6 milioni di euro.  E’ un vecchio trucco, confondere le acque.