Vincenzo Russo nasce a Palma il 16 giugno 1770 nella casa ancora attualmente ubicata al civico 11 di via Vicoletto Russo. Laureato in medicina a Nola e in giurisprudenza a Napoli, aderì ai principi giacobini di Robespierre ed entrò nelle società segrete Club rivoluzionario e Società patriottica. In queste sedi, egli evidenziò la necessità della lotta armata e rivoluzionaria da attuare contro lo stato borbonico per dare potere e diritti ai più deboli. Queste idee “protocomuniste” gli costarono l’esilio.

L’entusiasmo causatogli dalla Rivoluzione francese lo convinse a fuggire prima a Milano, poi in Svizzera ed infine a Roma, dove sostenne la Repubblica Romana grazie all’alleanza con i francesi. In questo periodo egli fu protagonista della vita culturale della capitale, animando l’attività dei circoli democratici, con ardenti conferenze e scrivendo sui nuovi giornali.

Fu tra coloro che spinsero i francesi a proclamare la repubblica anche nel Mezzogiorno, e nella neoproclamata Repubblica Napoletana egli collaborò al Monitore napoletano, il giornale diretto da Eleonora Pimentel Fonseca e scese spesso a parlare fra il popolo. La Repubblica aveva però i giorni contati. Le armate “Sanfediste” guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo, al servizio dei Borbone, sostenute in particolare dagli inglesi e appoggiate dalla sollevazione dei “lazzari” (anche detti lazzaroni, ovvero la plebe fedele al re), passarono al contrattacco. Russo venne preso con le armi in mano il 13 giugno e giustiziato il 19 novembre 1799, a soli 29 anni: venne infatti impiccato in Piazza del Mercato, a Napoli. Da quel momento, egli divenne un martire del giacobinismo italiano. Il suo corpo fu tumulato nella Chiesa di San Matteo Maggiore al Lavinaio.