Una rassegna dei principali editoriali comparsi oggi sui giornali, in sintesi.

Giovanni Orsina, La Stampa
Così come non era scritta in partenza la storia che ci ha portati fin qui, segnala Giovanni Orsina su La Stampa, “non lo è ancora quella che da qui comincia”. Per Orsina “il passato tuttavia condiziona il futuro, e fa sì che a questo punto tocchi soprattutto alla Lega, e in misura minore al M5S, decidere in che direzione portare il sistema politico italiano: se i due partiti si presenteranno alleati alle prossime elezioni, la frattura fra una larga maggioranza del Paese e gli attuali assetti politici e istituzionali diverrà definitiva”. “L’alleanza sovranista che si presume trionferebbe alle urne si troverebbe a quel punto in controllo, ma pure esposta ai contraccolpi dei molteplici vincoli esterni, che è senz’altro legittimo voler allentare o anche spezzare ma che, se sfidati incautamente da una classe politica inadeguata, hanno il potere di danneggiare il Paese in maniera irreparabile”, nota Orsina. “Se invece dovesse andare al voto dentro lo schema del centrodestra, alleata con una Forza Italia che appartiene al Partito popolare europeo e ha respinto l’ipotesi dell’impeachment del Capo dello Stato – prosegue Orsina -, la Lega potrebbe allora tentare la via di un mutamento anche profondo delle strategie nazionali, che sappia però recuperare e valorizzare una parte almeno delle risorse politiche e istituzionali oggi disponibili, e cerchi di evitare al Paese traumi eccessivi”.

Ezio Mauro, Repubblica
Ezio Mauro, su Repubblica, evidenzia come abbia “alla fine, prevalso il richiamo della foresta, l’istinto della battaglia, la natura selvaggia del movimento sulla forma istituzionale del partito, la zanna del lupo sulla grisaglia del ministro”. “Al primo, decisivo contrasto, il premier incaricato non aveva alcuna risorsa politica propria da mettere in campo, e dal suo angolo Di Maio e Salvini hanno gettato la spugna per lui, chiamando al centro del ring direttamente il capo dello Stato, per dargli la colpa della loro inconcludenza”, aggiunge Mauro, per il quale però “la storia ci ha già insegnato che le rivoluzioni a metà sono una brutta bestia”. “Lega e Cinque Stelle sono con ogni evidenza dei mezzi vincitori che in questi lunghi mesi non sono riusciti ad usare l’unico strumento utile – la politica – per trasformare il risultato elettorale in una maggioranza e la maggioranza in un governo – continua Mauro -. Nel frattempo, sono rimasti oppositori a metà: con Salvini che parla sempre come se avesse le camicie verdi pronte a puntare i forconi, Di Maio che si rivolge addirittura alla «popolazione», smettendo gli abiti democristiani indossati fin qui, quando bisognava rassicurare le cancellerie e baciare le reliquie dei santi”. “Anfibi per ottanta giorni, inquilini del Palazzo e insieme accampati nella piazza, infine i due movimenti hanno scelto di tornare definitivamente in strada per sparare sul quartiere generale, appena hanno capito che il Quirinale non eseguiva ordini ma esercitava prerogative”, conclude Mauro.

Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“Sbaglia chi crede, magari pensando alla vicenda del quasi governo Conte, che i partiti antisistema avranno un rapido declino”. Lo scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. E “non cambierà presto la fisionomia assunta dalla politica italiana, dureranno le grandi divisioni che ora la attraversano, dureranno i politici emergenti che le hanno cavalcate con successo”. “Le nuove divisioni che hanno ridimensionato, o appannato, la tradizionale distinzione sinistra/destra hanno per oggetto le regole del gioco politico-istituzionale, la collocazione internazionale, l’immigrazione. Le forze emergenti sono culturalmente ostili alla democrazia rappresentativa (liberale) – spiega Panebianco -.  Il diffuso rigetto nei confronti della democrazia rappresentativa, delle sue regole, e delle istituzioni liberali che la sorreggono, è il frutto di una trentennale, martellante, propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come un verminaio, il concentrato di tutte le lordure e le brutture, e i suoi esponenti come gente per la quale vale l’inversione dell’onere della prova: è ciascuno di loro che deve dimostrare di non essere un corrotto. Il lavaggio del cervello a cui il «circo mediatico giudiziario» ha sottoposto per decenni tanti italiani, ha funzionato”.

Gabriele Barberis, Il Giornale
“Per ogni uomo di Stato scocca l’ora più buia, il momento che la Storia o il futuro prossimo saranno chiamati a giudicare. Anche al Quirinale è calata la darkest hour sulla prima parte del settennato di Sergio Mattarella, finora segnato da puntigliosi silenzi e una navigazione tutto sommato serena”. E’ l’analisi di Gabriele Barberis sul Giornale.  Secondo Barberis, “la portata della scelta sofferta del capo dello Stato non si misurerà certo sull’efficacia del governo Cottarelli, l’ennesima compagine di tecnici e diplomatici che traghetterà il Paese al voto con minime misure di buon senso”. Saranno invece “i vincitori di domani a decretare quale sarà la sorte dell’inquilino del Colle: ieri considerato un arbitro paziente e bonario, oggi un golpista da destituire con una procedura di impeachment secondo il fronte trasversale che va dai 5 Stelle ai Fratelli d’Italia”. E’ comunque “roppo presto per immaginare un nuovo governo populista pronto a regolare i conti con il presidente della Repubblica, l’unica certezza è una presenza più robusta del fattore Mattarella nello scenario politico”. “Nell’ora più buia, maggio 1940, il premier Winston Churchill seppe resistere ai colleghi di governo e ai poteri occulti che gli suggerivano di tentare la pace con Hitler per scongiurare l’invasione della Gran Bretagna”, conclude Barberis, “sappiamo tutti com’è andata”. Ma se l’inclinazione del piano facesse rotolare regole e consuetudini, “sarebbe prevedibile una difficoltosa conclusione di mandato per Mattarella. Anche per una semplice ragione aritmetica: il crollo elettorale del Pd, suo partito di riferimento, lo ha privato della maggioranza che lo elesse nel 2015. Mai si erano visti in Italia governi del presidente senza sostegno in aula. Eppure…”.

Marco Tarquinio, Avvenire
“C’è solo una spiegazione per la mancata nascita del governo gialloverde del professor avvocato Giuseppe Conte: i due leader politici che ne avevano costruito a tavolino programma e compagine ministeriale, cioè Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non l’hanno voluto più”. Così il direttore di Avvenire Marco Tarquinio.  Appare infatti “semplicemente insensato che due capi politici mandino all’aria un difficilissimo lavoro di cucitura fatto ormai al 99 per cento per l’impuntatura sul nome di un ministro, sia pure per una casella assai importante come quella del titolare della politica economica e fiscale”. E non avrebbe neanche senso “che quegli stessi leader si lancino all’attacco contro un Presidente che ha dimostrato coi fatti, e che per questo è stato ripetutamente lodato anche da loro, di concepire il proprio ruolo con grande senso del limite e della funzione arbitrale della suprema magistratura della Repubblica”. “La realtà – se le parole hanno un senso e le azioni politiche pure – è che il meno forte ma più navigato dei due leader, Matteo Salvini (17%), è riuscito a imporre al capo della formazione più cospicua ed egemone nell’attuale Parlamento, Luigi Di Maio (32%), non solo un arrembante e arrabbiato ritorno alle urne, ma anche il tema della prossima campagna elettorale – sottolinea Tarquinio -. Che, per gli uni e per gli altri, non sarà più centrata sugli slogan suggestivi e irrealizzabili di inizio 2018 – «reddito di cittadinanza» per il M5s, «flat tax al 15%» per la Lega – ma su una drammatica scelta “Europa sì-Europa no”, “euro sì-euro no” oltre che – c’è da temere, se non si saprà raffreddare e archiviare l’assurdo, pericoloso e a tratti indegno “assedio al Quirinale” che continua a venire inscenato in queste ore – su una radicale messa in questione degli equilibri istituzionali garantiti dalla Carta del 1948 e dai Trattati che hanno costruito negli anni il ruolo dell’Italia sulla scena continentale e mondiale”.