Sofferenze, credito, stabilità: maggiori squilibri territoriali in Europa (e in Italia) al tempo della crisi

Si aggravano le sofferenze nelle aree meridionali: 42 miliardi e mezzo solo nel Mezzogiorno. Lo rivela un articolo sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla SVIMEZ, intitolato “Politica monetaria, credito e squilibri territoriali in Europa”, di L.Giordano (Consob) e Antonio Lopes (Università di Napoli “L’Orientale”). Le proposte dell’associazione.

In un saggio dal titolo “Politica monetaria, credito e squilibri territoriali in Europa al tempo della crisi” di L. Giordano (Consob) e Antonio Lopes (Università di Napoli “L’Orientale”), pubblicato sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della SVIMEZ diretto da Riccardo Padovani ed edito dal Mulino, sono ricostruite le vicende che hanno caratterizzato l’economia europea tra il 2008 e il 2014 e hanno determinato una rilevante divaricazione dei sentieri di sviluppo dei paesi centrali rispetto a quelli periferici.

Nella prima parte gli autori presentano un’analisi delle origini della crisi dell’area dell’euro e della politica monetaria adottata dalla Banca Centrale Europea a seguito della crisi dei debiti sovrani, mettendo in evidenza, tra l’altro, come siano andati sempre più aggravandosi gli squilibri tra i paesi dell’Eurozona in termini di disponibilità, qualità e costo del credito. L’analisi empirica mostra, in particolare, il deterioramento del rapporto tra banche e imprese nell’Eurozona, considerando le dinamiche divergenti di due paesi rappresentativi quali la Germania e l’Italia. Tali evidenze sono sintomatiche di una serie di limitazioni tanto nella risposta in termini di policy dell’Eurozona alla crisi finanziaria del debito sovrano, quanto nell’impianto istituzionale della stessa Unione Monetaria ed Economica Europea (UME).

Emblematico è l’andamento dell’indicatore che esprime il gap finanziario rappresentato dalla differenza percepita dalle imprese intervistate tra le necessità di finanza esterna e le reali disponibilità. Dal 2010 al 2014 si nota una chiara divergenza tra le imprese tedesche, che percepiscono un costante allentamento di tale vincolo finanziario, rispetto alle imprese italiane, per le quali si evidenzia una sostanziale stabilità se non un ulteriore irrigidimento.

(*) Percentuale netta. Elaborazioni su dati UE e BCE.

Se l’analisi dei volumi dà conto di una sofferenza generalizzata del tessuto produttivo italiano, l’evoluzione delle condizioni praticate dagli intermediari creditizi mostra segnali ancora più allarmanti di un disallineamento dei prezzi di fatto poco compatibile con un’area monetaria unica. Le variazioni percepite nei tassi di interesse praticati alle imprese fino a 250 addetti evidenziano una crescente divaricazione tra Germania e Italia che inizia nel 2010 e diventa macroscopica a partire dal biennio 2011-2012.

(*) Percentuale netta. Elaborazioni su dati UE e BCE.

Nella seconda parte del saggio gli autori concentrano l’analisi sulle implicazioni di carattere territoriale derivanti dalla crisi finanziaria dell’eurozona, soffermandosi sulle criticità del rapporto tra banche ed imprese nel caso italiano e nel Mezzogiorno in particolare.

Gli stessi effetti della politica monetaria divenuta fortemente espansiva a seguito del quantitative easing sono controversi; se, da un lato, essa ha stabilizzato e ridotto i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi dell’eurozona, dall’altro, non è stata in grado di favorire l’espansione del credito; ma, al contrario, riducendo gli spread bancari, ha compresso i margini di profittabilità dell’attività bancaria tradizionale. Ciò ha indotto le banche, soprattutto quelle di maggiori dimensioni e localizzate in mercati più sviluppati, a operare una maggiore diversificazione produttiva, accentuando l’attività di intermediazione sui mercati finanziari a scapito di quella creditizia.

Nell’economia italiana, a seguito del deterioramento del quadro macroeconomico, attualmente l’ammontare dei crediti in sofferenza si avvicina ai 200 miliardi di euro, di cui 42,5 al Mezzogiorno e 144,5 al Centro-Nord; inoltre l’ammontare di crediti deteriorati per due terzi è in capo ai primi cinque gruppi bancari e per oltre il 70% è riferito a fidi di importo sopra i 500.000 euro che interessano solo il 5% degli affidati; tenuto conto della concentrazione dei crediti in sofferenza presso i grandi istituti di credito e nei confronti di imprese di dimensione grande e media, si deve rilevare, da un lato un problema di capacità da parte degli intermediari finanziari di allocare efficientemente il credito attraverso un’adeguata valutazione del merito creditizio e, dall’altro, un elemento di instabilità che potenzialmente potrebbe avere ripercussioni sistemiche se non affrontato con la necessaria determinazione.

Questi problemi strutturali dell’economia italiana si sono accentuati con la crisi, con la conseguenza di una accresciuta difficoltà per le imprese minori di accedere al credito bancario. A tale riguardo, nel 2015 si registra al Sud una contrazione complessiva degli impieghi (-0,1%) rispetto all’anno precedente inferiore a quella registrata nel resto del paese (-0,3%). La più intensa contrazione riscontrata nelle regioni centro-settentrionali è riconducibile alla presenza di persistenti e più selettivi criteri di valutazione del merito creditizio nelle regioni meridionali e al parziale disimpegno delle banche dall’attività creditizia tradizionale nelle aree più sviluppate del paese.

Infatti, nel Mezzogiorno le banche possono ridurre in modo meno intenso la concessione di finanziamenti ad una platea di imprese già molto più selezionata e ridotta di quanto non avvenga in altre aree del Paese, tuttavia al Sud la possibilità di espansione del credito è molto più limitata di quanto non avvenga altrove.

A tale riguardo, se si analizza la dinamica degli impieghi secondo la dimensione delle banche che li erogano, nel triennio 2013-2015 nel Mezzogiorno i primi cinque gruppi bancari e le grandi banche hanno ridotto gli impieghi rispettivamente del 4,8% e del 4,7% mentre le banche piccole e minori li hanno incrementati rispettivamente dell’1,5% e del 2,3%, a differenza di quanto è avvenuto nel resto del paese, dove la riduzione degli impieghi ha interessato tutte le classi dimensionali degli istituti di credito. Tale risultato si traduce, comunque, nella completa esclusione di un segmento non trascurabile di imprese minori che trova maggiore difficoltà ad interagire con la grande banca e deve ricercare un interlocutore più attento nelle residue banche locali di dimensioni ridotte che ancora operano nelle regioni meridionali, sulle quali, tuttavia, ricade in misura relativamente maggiore rispetto al resto del paese il peso dei crediti in sofferenza.

A seguito del permanere di un quadro macroeconomico comunque molto incerto, nonostante timidi segnali di ripresa, i crediti in sofferenza, come già rilevato, sono ingenti: nel triennio 2013-2015 le sofferenze incidono per oltre il 33% dei crediti concessi alle imprese manifatturiere meridionali contro il 17% rilevato per le imprese manifatturiere localizzate altrove; per il settore delle costruzioni il dato è ancora più preoccupante: 38% al Sud contro il 27% nel centro-nord.

Tabella 1 – Crediti in sofferenza per settore di attività economica
  Centro Nord    
  Manifattura Costruzioni Servizi
Tasso medio di ingresso in sofferenza 2009-2015 2,92 5,80 2,81
Incidenza media dei crediti in sofferenza sugli impieghi 2013-2015 16,92 26,94 14,83
  Mezzogiorno    
  Manifattura Costruzioni Servizi
Tasso medio di ingresso in sofferenza 2009-2015 5,46 6,46 4,00
Incidenza media dei crediti in sofferenza sugli impieghi 2013-2015 33,20 37,92 25,05
Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia.  

I vincoli finanziari diventano più stringenti, fino a determinare situazioni di estrema problematicità specie per le imprese operanti in contesti territoriali ed istituzionali più fragili, esposte pertanto a rischi sistemici maggiori, come nel caso del Mezzogiorno; non sorprende che il differenziale dei tassi di interesse sia nel 2015 di oltre il 40% a sfavore delle regioni meridionali.

Tabella 2 – Differenziale dei tassi attivi sui finanziamenti per cassa (valori percentuali)
Date (Finanziamenti oltre l’anno e inferiori ai cinque anni)
  Centro-nord Mezzogiorno Italia (MZ – CN)/Italia *100
2007 5,75 6,79 5,44 19,03
2008 5,20 6,27 5,13 20,76
2009 2,98 4,29 3,08 42,48
2010 3,25 4,48 3,06 40,03
2011 3,94 5,64 3,86 43,96
2012 4,10 6,42 4,10 56,46
2013 4,22 6,04 4,38 41,48
2014 3,02 4,00 3,12 31,41
2015 2,75 3,87 2,78 40,17
Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia.      

COSA PROPONE LA SVIMEZ

Le proposte

  1. In tale contesto è evidente che non si può prescindere da un superamento delle criticità dei rapporti banca–impresa e dei connessi rischi di instabilità del sistema con la predisposizione di una strategia straordinaria di alleggerimento degli attivi bancari dal cumulo dei crediti deteriorati. Va ribadito che per la stragrande maggioranza delle imprese di piccole e medie dimensioni, soprattutto nel Mezzogiorno, il credito bancario rappresenta la principale modalità con cui si finanzia l’attività produttiva. A tale riguardo le azioni da intraprendere dovrebbero andare oltre le misure già messe in campo, contrattando con le istituzioni europee più ampi margini di intervento tenuto conto che anche in altri paesi, si pensi al Portogallo, si è continuato a fare ricorso a procedure di risoluzione delle crisi bancarie diverse dal bail in, che comportano un coinvolgimento attivo del settore pubblico. Attualmente il fondo Atlante, partecipato anche da soggetti pubblici, oltre che da un pool di banche, ha due obiettivi operativi: da una parte quello di contribuire alla ricapitalizzazione degli istituti in difficoltà e dall’altro quello di rilevare una parte dei prestiti deteriorati attraverso la sottoscrizione di tranche mezzanine delle emissioni di ABS rivenienti dalla cessione e cartolarizzazione del portafoglio di crediti in sofferenza. Anche se il fondo si può indebitare, aumentando così i mezzi a disposizione, resta molto ampio il divario tra esigenze di ricapitalizzazione e di salvataggio e i fondi stanziati. Il fondo è quindi molto lontano dal coprire le esigenze attuali.
  1. Tra i partecipanti al Fondo Atlante sarebbe presente anche la Società di gestione delle attività (Sga), che a suo tempo rilevò le partite in sofferenza del Banco di Napoli. Questa società, ora rilevata dal Ministero dell’Economia, per vent’anni ha operato recuperando i crediti del Banco e ha realizzato oltre 500 milioni di utili. Questi proventi della società che ha recuperato i crediti, oltre alle plusvalenze realizzate con la cessione del Banco di Napoli, hanno compensato i sacrifici che a suo tempo furono sopportati dal Tesoro per il suo salvataggio.

Va osservato che nella vicenda – tutt’altro che lineare – con la quale si giunse alla sostanziale liquidazione del Banco di Napoli come autonomo istituto di credito radicato nel Mezzogiorno, è stata la Fondazione Banco di Napoli e quindi la società civile meridionale,  che allora si ritrovò con il capitale azzerato, a sopportare i costi maggiori. Dunque la cessione della Sga potrebbe essere l’occasione per la Fondazione di vedersi riconosciuta una parte di quel valore. Una parte di quei diritti che vennero cancellati al momento del salvataggio. A tale riguardo si potrebbe riconoscere alla Fondazione una quota, anche simbolica, che a sua volta la Fondazione potrebbe investire in Atlante. Quest’ultimo, infatti, dovrà occuparsi anche dell’acquisto di sofferenze che ora solo al Sud, come si è visto, superano i 40 miliardi.

  1. La garanzia pubblica si conferma come il principale strumento in grado di contrastare – molto parzialmente – i fenomeni di credit crunch e di puntellare la stabilità del sistema nelle operazioni di riqualificazione degli attivi ponderati per il rischio (si pensi alla Garanzia sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze GACS predisposta dal Tesoro) In questa direzione andrebbe articolata e coordinata a livello centrale un’azione di rafforzamento dello strumento dei Confidi che sono società di consorzi privati, in parte ricettori di fondi pubblici, deputati ad offrire garanzie alle banche che erogano il finanziamento alle imprese.
  • Vanno segnalati diversi interventi da parte di vari soggetti, tra cui la Cassa Depositi e Prestiti e svariate amministrazioni regionali, volti a potenziare strumenti di finanza innovativa (private equity e venture capital) con i quali facilitare l’accesso al mercato dei capitali delle imprese italiane. L’accesso al mercato dei capitali andrebbe favorito anche con strumenti che vadano al di là della quotazione delle piccole-medie imprese italiane – soluzione non sempre compatibile con il vincolo di incentivi delle realtà imprenditoriali italiane – e che riconosca nell’aumento della trasparenza e della conoscibilità delle imprese (rating, analisti, repository di dati di bilancio, etc.) uno dei volani per lo sviluppo della domanda di strumenti finanziari che investono direttamente nelle imprese. Occorre rilevare che, al contrario di quanto si è sperimentato in altri paesi, in Italia l’accresciuto intervento a sostegno delle condizioni finanziarie delle imprese, in particolare quelle più piccole, non si è sviluppato all’interno di un quadro organico di politica industriale nel quale la priorità fosse rivolta al sostegno delle imprese localizzate in determinate regioni e/o operanti in settori ritenuti strategici per lo sviluppo dei territori coinvolti. Le misure messe in campo dalle diverse amministrazioni centrali e locali, sono state affidate a enti o soggetti operanti in maniera talora indipendente gli uni dagli altri; una tale frammentazione ostacola un efficiente utilizzo dei diversi strumenti da parte delle imprese per cui la quota di risorse effettivamente giunta alle imprese localizzate al Sud è stata molto modesta.
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