01192018Headline:

Il Commento. Il paese delle grandi opere folli

Antonio Troise

Due strade sospese nel vuoto che si sfiorano senza incontrarsi mai. Treni più grandi dei binari dove avrebbero dovuto correre. Ma anche la stazione del metrò che a Roma ha funzionato 4 giorni per poi essere abbattuta. O anche, la collina a Ischia disboscata per errore per fare posto a una caserma che avrebbe dovuto essere costruita in un’altra zona. Storie dell’Italia dei progetti inutili, faraonici o semplicemente sbagliati. Destinati a rimanere lì, eterne incompiute o monumenti dello spreco, a futuro (e inutile) memoria. Certo, l’errore umano è sempre possibile. Perfino un ingegnere può sbagliare.

Ma c’è sicuramente qualcosa che non funziona se nei piccoli e grandi Comuni si continuano a costruire fontane e aiuole con i soldi pubblici e non termovalorizzatori o infrastrutture utili e magari senza errori di progettazione. Del resto, se per costruire un ponte o un’autostrada occorre attraversare il girone infernale delle conferenze di servizio o la battaglia dei ricorsi a colpi di carte bollate o tribunali, le possibilità di varianti (e, quindi, di sviste volute o casuali) sono pressoché infinite. Un percorso ad ostacoli, con norme che sembrano fatte apposta per aggirare le altre norme: quello che serve agli amministratori locali per finanziarie opere ad uso e consumo dei propri potenziali elettori.

I conti non tornano in un Paese il cinquanta per cento delle grandi opere è finito nel mirino della magistratura mentre l’altra metà rischia di non partire. L’Autorità anticorruzione, da questo punto di vista, è sicuramente uno strumento importante, se non altro per vigilare su appalti e regole, frenando la corruzione. Ma senza una contestuale riforma della burocrazia e un sistema più puntuale di monitoraggi e di controlli, continueremo ad essere il Paese dei treni impossibili e delle stazioni fantasma.

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