Svelata la “bufala” del cranio di Sofocle

Il cranio di Sofocle? Tutta una bufala. Il reperto di cui si iniziò a parlare nel 1893, caso mai completamente acclarato, non è del celebre drammaturgo ateniese. L’importante scoperta è del Fapab research center, il centro di ricerca internazionale per lo studio dell’antropologia forense, della paleopatologia e della bioarcheologia con base ad Avola, nel Siracusano. I risultati della prestigiosa ricerca, che ha portato all’inedita conclusione, sono stati presentati al XV congresso organizzato da SiciliAntica a Caltanissetta dal titolo “Teatro, Musica e Danza nella Sicilia antica”. Ed è stato proprio uno degli autori dello studio, il prof. Francesco Maria Galassi, paleopatologo di fama internazionale, associato alla Flinders University (Australia) nonché direttore del Fapab, a comunicare la notizia destinata a mettere un punto a oltre un secolo di ricerche e speculazioni.
Chiari i motivi dell’esito dello studio e tanti gli spunti originali della ricerca, che si è avvalsa della collaborazione di Michael Edward Habicht, archeologo svizzero e collega di Galassi alla Flinders University. «Anzitutto – spiega il prof. Galassi – il cranio ritrovato dal funzionario danese Ludwig Münter, quando nel 1893 effettuò scavi ad Atene, apparteneva a un individuo adulto ma certamente non senile e tantomeno di 90 anni, età in cui morì Sofocle. Inoltre, sull’osso parietale destro del cranio è possibile individuare una “frattura depressa”, esito di un trauma che, vista la localizzazione anatomica, potrebbe ragionevolmente rappresentare la causa di morte di questo individuo. Secondo alcuni antichi aneddoti, invece, Sofocle sarebbe morto strozzato da un acino d’uva. Un’ulteriore traccia traumatica è riscontrabile sull’osso frontale, dove si nota anche un piccolo osteoma, ovvero un tumore benigno».
Il prof. Galassi aggiunge: «Benché autorevoli studiosi abbiano scritto che il cranio, nel 1893, terminata l’esposizione di Chicago, dove era stato portato dal dottor Herman Mynter, fratello di Ludwig, sia finito in Danimarca, 8 anni dopo e cioè nel 1901, si trovava ancora negli Stati Uniti. E ciò si evince dal ritrovamento di un articolo in un giornale di lingua svedese, pubblicato a Worcester (Massachusetts) per la locale comunità scandinava. Il cranio fu quindi portato da Herman Mynter in un’altra Expo, quella Pan-Americana di Buffalo, nello Stato di New York. Ed è qui che la vicenda del cranio dello pseudo Sofocle e del dottor Herman Mynter si intreccia con un momento drammatico della storia americana: l’assassinio del presidente statunitense William McKinley da parte di un anarchico. Fu proprio Mynter a soccorrere e operare il presidente americano, cui nulla valsero tuttavia le cure. Dopo questi fatti, il reperto osteologico è caduto nell’oblio e se ne sono perse le tracce, ammesso che si sia preservato. Anche se – il prof. Galassi è certo – la possibilità di ritrovarlo e di sottoporlo a un esame multidisciplinare diretto arricchirebbe la comprensione di questa controversa pagina della storia bioarcheologica».

Con questi dettagli il Fapab research center demolisce quella che il prof. Galassi non esita a definire «una prassi assai consolidata nel secolo decimonono, quella di voler identificare come autentici, nonostante la scarsità di elementi probanti, resti umani antichi rinvenuti nel territorio o nelle vicinanze del luogo di sepoltura dei grandi personaggi del passato. Ci siamo imbattuti in situazioni simili durante lo studio del presunto cranio di Atalarico, re degli Ostrogoti, e durante l’analisi delle presunte spoglie di Malatesta Novello, signore di Cesena: in entrambi i casi dimostrati essere dei falsi».

Il prof. Galassi ricorda: «In effetti Ludwig Münter ricevette aspre critiche per il metodo di indagine archeologica assai poco rigoroso, ma non si fece intimidire da ciò e anzi coinvolse nella ricerca il patologo Rudolph Virchow, un vero e proprio mostro sacro della scienza a quei tempi. Benché non potesse certificare i resti come quelli di Sofocle, Virchow parlò comunque di un individuo morto nella seconda metà della vita e affetto da una deformazione cranica patologica nota come plagiocefalia. Questo carattere, secondo Virchow, era indice di una predisposizione alla criminalità o di eccentricità poetica! L’analisi morfologica moderna precisa che, se si tratta veramente di plagiocefalia, che nulla ha a che vedere con la criminalità, questa può essere solo della tipologia acquisita e non congenita».

Oltre a queste considerazioni, Virchow lasciò nella sua pubblicazione del 1893 litografie molto accurate del cranio in questione. Proprio a queste immagini, sui cui si è fondata la ricerca attuale, si deve un altro grande risultato di Galassi e Habicht: la ricostruzione del volto del presunto cranio di Sofocle. «Sulle litografie di Virchow – rivelano i due studiosi – abbiamo applicato la tecnica dell’approssimazione facciale per tentare di recuperare la morfologia del volto di un individuo a partire dal cranio. Questa tecnica è di frequente utilizzo anche oggi in contesti forensi e da parte della Polizia quando realizza l’identikit di una persona scomparsa. Nei prossimi mesi, all’approssimazione facciale, verrà aggiunta una vera e propria ricostruzione facciale computerizzata e si restituirà così un volto al presunto cranio di Sofocle».

«La nostra comprensione della storia – commenta Elena Varotto, antropologa dell’Università di Catania e vicedirettrice del Fapab – passa anche dallo studio dei resti mortali dei nostri predecessori. Le loro spoglie e la ancora spesso inesplorata documentazione a disposizione rappresentano archivi di straordinario valore».

Il commento. Il popolo dei “sovranisti” e i conti dell’Italia

Antonio Troise

Non risparmia nessuno l’esercito di bandiere verdi che ha invaso il centro di Milano. Insulti, slogan, battute al vetriolo. E tanti, tantissimi fischi. Anche verso Papa Francesco, “colpevole” di aver chiesto meno morti nel Mediterraneo nel giorno dell’ennesimo braccio di ferro sui migranti, con la Sea Watch bloccata al largo di Lampedusa. Eppure il comandante dell’esercito “sovranista”, il vicepremier Matteo Salvini, si è presentato al suo popolo con il Rosario fra le mani e citando la Madonna. Nessuna sorpresa. C’è tutto e il suo contrario in questo finale di campagna elettorale sul fronte dei cosiddetti “sovranisti” e anti-europeisti, tenuti insieme più dalla pancia che dalla testa.

C’è un dato sul quale, però, occorre riflettere. Nessuno parla più di “piani B” o di uscita dall’euro: la lezione che arriva dall’Inghilterra è stata sufficiente a far cambiare idea anche agli irriducibili nostalgici della vecchia lira. Il 70% degli italiani, raccontano gli ultimi sondaggi, ha i piedi saldamente piantati nell’amato-odiato Vecchio Continente. E’ non ha alcuna intenzione di uscire da quel perimetro. Lo abbiamo capito molto bene anche nello scontro di qualche mese fa sulla Finanziaria, con i due partiti della maggioranza che hanno dovuto imboccare la retromarcia dopo aver chiesto a Bruxelles di portare il deficit a ridosso del 3%.

E allora? Il rischio vero, nell’ultimo giro di boa della campagna elettorale, è di perdere definitivamente la bussola e di far finire tutto nel tritacarne del “populismo” perfino il Papa. Eppure, gli stessi partiti che oggi se le danno di santa ragione, sanno bene che fra una settimana, le urne saranno finalmente chiuse e gli slogan lasceranno il posto alla cruda realtà dei numeri. Quella di un Paese che non ha mai superato la sindrome dello “zero virgola”, che viaggia perennemente in bilico sul sentiero della recessione e che avrebbe bisogno di meno debito e più crescita per voltare pagina. Sono le preoccupazioni espresse ieri dal leader della Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha ribadito (se mai ce ne fosse bisogno) soprattutto un concetto: mai e poi mai i nostri alleati ci consentiranno di sforare la fatidica soglia del 3% di deficit. Prima ancora che da Bruxelles, infatti, saremmo puniti dai mercati (provare a leggere, per credere, le evoluzioni dello spread dell’ultima settimana). Sono i messaggi che il numero uno degli imprenditori rilancerà mercoledì a Roma, nella sua ultima assemblea alla guida di Confindustria. Bisognerà solo avere la pazienza di aspettare e vedere se, passata la sbronza elettorale, si cominceranno davvero ad affrontare i problemi concreti del Paese, a cominciare da quelli dell’economia e del lavoro. Il tempo, dopo mesi e mesi di campagna elettorale permanente e continua, è davvero scaduto.

BCC NAPOLI: BILANCIO 2018 APPROVATO ALL’UNANIMITA’ – CONFERMATO IL TREND DI CRESCITA PER IL DECIMO ANNO

L’assemblea dei soci della Banca di Credito Cooperativo di Napoli ha approvato il bilancio 2018 che conferma il trend di crescita per il decimo anno consecutivo.

“Siamo una banca con solide radici, in questi anni abbiamo declinato un modello di sana e prudente gestione che mettendo al centro del processo economico la persona e non solo il rating, ne esalta le peculiarità e l’inventiva; riuscendo così a ingenerare un circolo virtuoso che investe nel proprio territorio ciò che nel proprio territorio raccoglie. Siamo nati, siamo cresciuti, siamo diventati una realtà aggregante, trasformando il nostro DNA da banca a banca di relazione. Siamo una banca anticiclica, che ha saputo anticipare le scelte odierne del settore bancario, che oggi, ma solo per spot pubblicitario, valorizza ciò che a me piace definire il “Rating Umano”, quel corollario di progetti e valori che completano il mondo degli algoritmi e dei rating.   Abbiamo dimostrato in questi anni che efficienza e umanità non sono in antitesi, ma sono anzi il mix giusto per fare di un’impresa, un’impresa di successo. Quest’anno cade il nostro decennale e 10 anni di attività sembrano poca cosa, soprattutto per una banca, ma per noi questi 10 anni sono valsi 100. Mentre nel 2009 la Lehman Brothers chiudeva i battenti, innescando la più grande crisi economica della storia moderna, noi inauguravamo la sede nel distretto finanziario di Napoli, rivoluzionando così il concetto di Banca di Credito Cooperativo tradizionale, sinonimo spesso di realtà bancaria da piccolo centro” lo ha dichiarato il Presidente della Banca di Credito Cooperativo di Napoli, Amedeo Manzo durante la relazione tenuta nel Salone delle Grida della Camera di Commercio di Napoli davanti ai numerosissimi soci e alle tante autorità civili, religiose e militari intervenute all’assemblea che con la loro costante presenza testimoniano che la BCC di Napoli è divenuta centrale ai processi, non solo economici, della città di Napoli. Erano presenti tra gli altri S.E. il Crescenzio Crescenzio Sepe, il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il Procuratore Generale della Repubblica a Napoli Luigi Riello, il Questore di Napoli Antonio De Iesu, il Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati On. Carla Ruocco, il Comandante Interregionale dei Carabinieri Gen. Vittorio Tomasone, il Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II Gaetano Manfredi, il Presidente della Camera di Commercio di Napoli Ciro Fiola, il Presidente dell’Unione Industriali di Napoli Vito Grassi, il Presidente dell’ACEN Federica Brancaccio.

I soci sono aumentati del 7% rispetto al 2017, con l’ingresso di circa 189 nuovi soci da inizio 2018 e un totale di oltre quattromila clienti (+1,70%). Tutti in crescita gli altri indicatori: gli impieghi (finanziamenti alla clientela) segnano +18% rispetto all’esercizio precedente e che sommati ai finanziamenti accordati dalle banche del gruppo (BCC Factoring, ICCREA BancaImpresa, BCC Credito al consumo) si attestano a oltre 205 milioni di euro di finanziamenti distribuiti sul territorio.

Il risultato economico, determinato da un Margine di interesse che segna +17% e dalle commissioni nette con +3%, si attesta a 1.221 milioni di euro con un incremento del 7% rispetto al già positivo esercizio 2017, contribuendo così a aumentare il patrimonio netto che passa da 14.400 milioni di euro del 2017 a 16.400 milioni di euro del 2018, con un +12% da inizio anno. Risultati che portano il coefficiente di adeguatezza patrimoniale (CET1) al 40%. Positivo anche il rapporto tra sofferenze nette e impieghi pari all’1,36%, frutto di una sempre prudente gestione, con un coverage per le sofferenze pari al 72%; per i crediti deteriorati al 57%, dati di copertura ai massimi livelli dell’intero sistema.

Le notizie in evidenza sui giornali di venerdì 17 maggio

Economia e finanza

Il richiamo dell’Europa sui nostri conti. Il presidente portoghese dell’Eurogruppo Mario Centeno ha richiamato il governo M5S-Lega a rispettare «gli impegni presi l’anno scorso», sui conti pubblici, con «i risultati». Nella riunione a Bruxelles dei 19 ministri finanziari della zona euro si sono espressi sulla stessa linea istituzionale anche il tedesco Olaf Scholz e il francese Bruno Le Maire. Ma la campagna elettorale per il voto europeo della settimana prossima ha prodotto anche accuse di Paesi nordici in reazione al vicepremier leghista Matteo Salvini, che ha ipotizzato di alzare il debito al 140% del Pil e di cambiare le regole Ue. E Giovanni Tria, per un giorno, ha svestito i panni del mite professore di Economia, andando all’attacco dell’Eurogruppo. L’ultimo prima delle elezioni europee, il primo dopo che Salvini ha riacceso il fuoco sotto lo spread riproponendo l’intenzione di sforare il tetto del 3% del deficit. «C’è un Def approvato da governo e Parlamento», ammonisce Tria, «e anche Salvini lo ha votato». Il ministro prova a rassicurare i partner europei e, soprattutto i mercati che si tornano a interrogare se «l’Italexit» sia nuovamente un’opzione. A Bruxelles la tensione si taglia a fette. Al ministro delle finanze austriaco che gli ha rinfacciato di violare le regole e di aver ceduto a Salvini «non vedendo più la realtà», Tria ha risposto a muso duro: «Pensi prima di parlare». Da Israele il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha evidenziato la «correlazione» tra il raddoppio dello spread sui titoli di Stato italiani e il primo anno del governo M5S-Lega, pur anticipando «la speranza», per «dopo le elezioni europee», di un ritorno alla normalità.

Sforamento dello spread. Finora l’aumento dei tassi d’interesse sui nostri titoli pubblici ha avuto un impatto limitato sul costo del denaro per i prestiti a famiglie e imprese, «grazie all’ampia liquidità delle banche e al miglioramento dei loro bilanci», in futuro non sarà così. «Segnali di tensione stanno emergendo», avverte il Governatore Ignazio Visco. Secondo le indagini condotte da Bankitalia c’è stato infatti un irrigidimento delle «condizioni di credito», che ha penalizzato soprattutto le piccole imprese, sulle quali si scarica «l’aumento del costo della raccolta bancaria e del deterioramento delle prospettive economiche nel lungo periodo». C’è quindi la possibilità concreta che un alto premio di rischio sui titoli di Stato finirebbe inevitabilmente per «colpire» l’economia reale. Visco non si spinge oltre ma non è un mistero che sullo spread incida e molto anche la situazione politica. E la politica italiana ha risposto in diversi modi. Conte confida che con la fine della campagna elettorale si concluda anche il braccio di ferro tra i suoi due vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un auspicio che è anche del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Ma anche lo stesso Visco prima e Di Maio dopo, e lo stesso ministro Tria fino al ministro delle Finanze austriaco hanno richiamato Matteo Salvini a maggior cautela nella sua crociata contro l’Unione. Se l’obiettivo era coalizzare tutti contro la sua narrazione e polarizzare il dibattito, il leader del Carroccio ci è riuscito anche stavolta. La scadenza del 26 maggio è vicina, e Salvini sente l’urgenza di recuperare i consensi persi con il caso Siri. Ma in mezzo ci sono le sorti del terzo debito pubblico del mondo e il giudizio di chi in ogni angolo del pianeta ogni giorno compra e vende i titoli a garanzia di quel debito. Negli uffici delle grandi banche d’affari, le uscite del leader leghista sono sale per la speculazione: due giorni fa un singolo ordine partito da una sala operativa asiatica ha fatto schizzare il rendimento di cinque punti. Ieri con un certo imbarazzo il ministro del Tesoro ha varcato la soglia dell’Eurogruppo, la riunione periodica dei ministri della moneta unica. Quando può, Tria se ne guarda bene dal fare sgambetti ai due azionisti di maggioranza. In questo caso la situazione glielo impone.

Politica Interna

Inchieste sullla Lega. Per il vicepremier Matteo Salvini, impegnato nella sua personale e infinita campagna elettorale, ora irrompono gli arresti del sindaco leghista di Legnano, Gianbattista Fratus, e di due assessori di Forza Italia: tutti accusati di corruzione e di turbativa degli incanti. Così la Guardia di Finanza, in esecuzione delle richieste della procura di Busto Arsizio, fa «piazza pulita» (è questo, davvero, il nome dato all’operazione) in un comune simbolo del potere del Carroccio in Lombardia. Assediato dalle inchieste sulla Lega, Matteo Salvini sembra però pronto alla crisi. Vuole elezioni anticipate a settembre, per candidarsi premier del centrodestra. I «nemici potenti» di cui ieri il ministro dell’Interno ha parlato non sono i grillini, considerati niente più che «uno strumento», coinvolti in un disegno che mira a colpirlo, a logorarlo prima e isolarlo poi, e infine espellerlo dal gran ballo del potere. Per certi versi Salvini non considera dei «nemici» nemmeno i magistrati, nonostante siano le inchieste giudiziarie a scandire i giorni finali della sua campagna elettorale, costringendolo a cambiare il copione. No, secondo lo stato maggiore del Carroccio la centrale ostile sta da un’altra parte. In un partito che avverte l’accerchiamento, si è discusso di «un grande vecchio della sinistra» che «d’intesa con Berlino e Bruxelles» starebbe lavorando «a dividere Di Maio da Salvini»: un’azione progressiva che avrebbe cura di non provocare una immediata crisi di governo, così da consentire la costruzione graduale del nuovo quadro politico. Ed ora è però sembra pronto anche alla crisi. L’indizio più eloquente – notizia ancora riservata – è che ha appena fissato la sua prima visita a Washington. La data dell’8-9 giugno attende solo la conferma uflìciale, ma tutto è pronto per il faccia a faccia che lo vedrà di fronte al vicepresidente Usa Mike Pence. Alla missione, Giorgetti e Salvini lavorano da mesi. Il primo tessendo la tela diplomatica con esponenti dell’Amministrazione americana, il secondo con numerose visite all’ambasciatore americano a Roma. E così, dopo anni di filoputinismo e la svolta filoamericana e anticinese dei leghisti contro la Via della seta, i tempi sono maturi per ottenere la benedizione dalla presidenza più populista della storia degli Stati Uniti. L’ultimo passo obbligato, sperano a via Bellerio, per conquistare Palazzo Chigi senza i 5S. E per reagire allo scossone giudiziario che adesso fa paura, come dimostra l’ennesimo giorno sulle montagne russe.

Il ruolo di Mattarella. A preoccupare il Presidente della Repubblica sono soprattutto, secondo autorevoli fonti, gli atteggiamenti dei vari protagonisti della politica e del governo italiano, i quali delle due l’una: o ignorano la gravità della nostra condizione finanziaria e perciò non calcolano fino in fondo l’impatto delle loro esternazioni. Oppure lo calcolano, ma ne se ne infischiano del senso di responsabilità, il che sarebbe perfino peggio. Giusto che la dialettica elettorale si esprima liberamente, però in qualche caso vengono varcati i confini dell’autolesionismo. Naturalmente dal Colle smentiscono suggerimenti o inviti, ma non la piena e assoluta coincidenza di idee tra Sergio Mattarella e il governatore di Bankitalia sull’esigenza di tenere in ordine i conti pubblici e di misurare le parole. Altrimenti, sono guai. Solo mercoledì il Capo dello Stato era tornato a battere sul punto dolente. «In una fase di congiuntura economica debole anche sul fronte della domanda interna, è necessario uno sforzo collettivo con misure appropriate per rilanciare la fiducia di famiglie e imprese». Dunque, per Mattarella come per Visco, famiglie e imprese vanno tutelate. E, secondo il Presidente, servono azioni per ridare fiducia ai cittadini e ai mercati, in balia di «tensioni, rischi e incertezze». In questo quadro, ha spiegato in un messaggio a Rete Imprese, è assurdo bombardare la Ue, come fa il leader della Lega, quando poi saremo costretti a trattare. È possibile che all’indomani del voto tutto torni alla normalità – questo è l’auspicio del Colle – ma intanto torna il timore che dopo il 26 maggio si apra un “caso Roma” in Europa.

Politica estera

La politica italiana in Libia. L’opzione militare è un grande rischio soprattutto per le forze della Cirenaica guidate da Khalifa Haftar. Un fallimento dell’assedio di Tripoli potrebbe segnare, per il generale di Bengasi, la replica della bruciante sconfitta in Ciad dell’87 e segnare anche la sua fine come leader politico. Conte chiede quindi diplomazia, un dialogo per ricostruire un Paese sfasciato che ormai spaventa i militari che combattono e i registi internazionali – emiratini, egiziani, sauditi, qatarini – che finanziano e sostengono le due fazioni in guerra; Haftar risponde che l’operazione lanciata da Bengasi, la Capitale dell’altra Libia, la Cirenaica, non s’arresta con le parole, le buone intenzioni, i cortesi bilaterali, ma con una spartizione equilibrata del potere, del denaro, del petrolio. In sintesi è proprio questo richiamo alla diplomazia che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte si è sentito di lanciare all’uomo forte della Cirenaica in un incontro durato due ore ieri a Palazzo Chigi. In una guerra di posizione come quella che si sta consumando da settimane alle porte di Tripoli con forze che sostanzialmente si equivalgono c’è infatti il rischio, avrebbe detto Conte in un colloquio a quattr’occhi con Haftar, che chi ha sostenuto finora le forze di Bengasi per ripulire Tripoli da terroristi e milizie filoislamiste (Stati Uniti, Arabia saudita, Emirati) possa ora ritirare il suo sostegno visti i limitati risultati sul terreno dell’esercito Lna. Ecco perché, secondo Conte, «è necessario addivenire quanto prima a un cessate il fuoco per evitare l’insorgere di una crisi umanitaria nel Paese a tutela delle difficili condizioni del popolo libico». A un Haftar ostinato nelle sue ambizioni Conte ha spiegato che l’Italia conosce bene la complessità di quel Paese e resta coerente nel suo messaggio che lunedì scorso è diventato anche il messaggio di tutta l’Unione europea che per la prima volta, a livello di ministri degli Esteri, ha condannato l’aggressione di Haftar ed esortato a un cessate il fuoco.

Scontro Usa-Cina. Dall’inizio della sua Amministrazione, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha preso misure straordinarie per contenere la potenza della Cina. La guerra commerciale è cominciata più di un anno fa, e gli esperti danno ormai come un fatto inarrestabile la fine della forte interdipendenza tra le prime due economie del mondo. Molti riconoscono in queste politiche il tentativo malevolo della potenza egemone di schiacciare la potenza emergente, portato avanti da un’Amministrazione che si è già mostrata nemica del libero commercio e del multilateralismo. Oggi a parole tenta di abbassare i toni dello scontro, eppure la Casa Bianca lancia un nuovo, doppio attacco verso Huawei, il colosso delle telecomunicazioni simbolo dell’ascesa tecnologica della Cina. Mercoledì sera Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che giaceva sulla scrivania da tempo: vieta alle aziende americane della telefonia di usare nelle loro reti i prodotti di società che minacciano la sicurezza nazionale. Nessun nome, ma è noto che gli Stati Uniti considerino Huawei, leader mondiale delle reti 5G, un potenziale cavallo di Troia delle spie comuniste. All’azienda di Shenzhen però fa ancora più male il secondo affondo, firmato dipartimento del Commercio. Il suo nome è stato inserito infatti nella famigerata “entity list”, una lista nera di aziende che per rifornirsi negli Stati Uniti devono prima ottenere l’autorizzazione del governo. Rischia un boicottaggio, che potrebbe privarla di componenti chiave made in Usa per i suoi dispositivi. Torna così in primo piano la vera posta in palio nella sfida tra Washington e Pechino: il primato nelle tecnologie che verranno. E ci sono riflessi anche in Italia. Infatti, le incognite della geopolitica sono ora il vero tema che agita gli operatori tic italiani. I quali da tempo hanno fatto capire che ormai di Huawei (soprattutto) è difficile fare a meno.

SABATO 18 MAGGIO MEDICI SNAMI “A CACCIA” DI IPERTENSIONE

Gli ipertesi in Campania sono ben 1.550.000, il 33% degli uomini e il 31% delle donne. Il 14% non lo sa e anche chi si cura in un caso su tre non riesce a tenere sotto controllo la pressione, così cresce il rischio di infarti e ictus. Per aumentare la consapevolezza sull’ipertensione e migliorarne il trattamento, torna la quinta edizione di Medico Amico Day con l’iniziativa A cuor leggero promossa dal Sindacato Nazionale Medici Autonomi Italiani (SNAMI), 4S (SOCIETA’ SCIENTIFICA SNAMI PER LA SALUTE), e il contributo di Menarini. Sabato 18 maggio, al Centro Commerciale Campania di Marcianise (CE), dalle 9 alle 19 tutti i cittadini potranno sottoporsi gratuitamente alla misura della pressione arteriosa.

 

Marcianise (CE), 13 maggio 2019 – Il carrello è una ‘spia’ delle abitudini alimentari e passarlo al setaccio può aiutare a combattere una delle minacce per la salute più diffuse nel nostro Paese, la pressione alta. Una dieta povera di sale è infatti indispensabile per tenere alla larga l’ipertensione. Che non si vede, non si sente, non dà sintomi eclatanti ma è un problema serio, perché aumenta moltissimo il rischio di infarto e ictus e riguarda ben 1.550.000 campani. Così, per sensibilizzare la popolazione sull’importanza di mantenere nei limiti la pressione arteriosa, SNAMI promuove l’iniziativa A cuor leggero – Patologie cardiovascolari e ipertensione: una relazione pericolosa, interamente dedicata all’ipertensione. Sabato 18 maggio, al Centro Commerciale Campania di Marcianise (CE) dalle 9 alle 19 ogni cittadino potrà sottoporsi gratuitamente al controllo della pressione arteriosa con i medici volontari di SNAMI e 4S (Società Scientifica SNAMI per la Salute) e il contributo di Menarini.

Circa il 33% degli uomini e il 31% delle donne ha valori di pressione che superano i 90/140 mmHg, la soglia oltre cui cuore e vasi sono in pericolo – afferma Filippo D’Addio, Coordinatore Regionale Progetto SNAMI. Purtroppo molti sono ipertesi senza saperlo: un grosso problema perché l’ipertensione è il fattore di rischio per morte o invalidità grave più importante, al punto da aver superato la pericolosità di fumo di tabacco e inquinamento atmosferico. Chi soffre di ipertensione infatti, a causa dello sforzo profuso dal cuore per permettere al sangue di circolare in tutto il corpo, è molto più esposto a ictus, infarti, coronaropatie, insufficienza renale e arteriosclerosi. L’ipertensione è asintomatica, così si diagnostica di rado e spesso si scopre proprio durante un ricovero ospedaliero per eventi cardiaci traumatici”. Peraltro stando ai dati raccolti da SNAMI due anni fa in un’analoga iniziativa lo stile di vita dei campani non protegge dalla pressione alta, anzi: il 62% degli ipertesi non fa alcuna attività fisica e l’82% ha una circonferenza vita superiore alla soglia di sicurezza per le patologie metaboliche e cardiovascolari, indice di un peso elevato e un’alimentazione scorretta. Per di più il 30% di chi si cura per la pressione alta non riesce a tenere sotto controllo i valori, mentre il 35% ha una patologia concomitante che può ulteriormente aumentare il rischio di conseguenze gravi: cardiopatia ischemica, ictus, infarto del miocardio, aritmie sono solo alcuni esempi delle patologie cardiovascolari che possono convivere con l’ipertensione: “Una diagnosi precoce, un adeguato follow-up e un buon controllo farmacologico sono fondamentali perché la patologia cardiovascolare sottostante non peggiori – riprende D’Addio – Per combattere la pressione alta bisogna seguire alla lettera la terapia delle ‘tre C’: Controlli regolari della pressione, Camminate per fare il giusto movimento e un Carrello della spesa fatto di cibi sani, per una dieta povera di sale che aiuti ad abbassare la pressione. Ecco perché l’iniziativa del Medico Amico Day arriva in centri commerciali e ipermercati: un check-up del carrello aiuterà a capire come e che cosa cambiare delle proprie abitudini alimentari per ridurre la pressione arteriosa. La scelta di un centro commerciale nasce anche dal desiderio di far sì che il controllo avvenga in un’atmosfera rilassata e senza stress: basta passare nell’area di Medico Amico per imparare come prevenire e combattere la pressione alta e per un controllo dei valori semplice e veloce, che evita anche l‘influenza emotiva di un ambiente clinico al quale magari una persona potrebbe essere sensibile, manifestando una pressione più elevata di quella reale, la cosiddetta ‘ipertensione da camice bianco’”  conclude l’esperto

Il carrello anti-ipertensione

Chi soffre di pressione alta o è a rischio di svilupparla può suddividere i cibi in tre macro-categorie da eliminare dal carrello, acquistare con moderazione o di cui fare scorta a volontà.

I cibi da evitare: tutti i prodotti ad alto contenuto di sale (insaccati, cibi industriali, prodotti in salamoia, alimenti conservati sotto sale) o troppo ricchi di zuccheri. Da evitare anche i condimenti in eccesso: meglio dare sapore con le spezie.

I cibi da limitare: vino, caffè e tè ma anche carni rosse, formaggi e prodotti pronti da forno.

I cibi anti-ipertensione: il carrello può essere riempito di frutta, verdura, legumi, carni bianche e pesce. Essenziale anche bere a sufficienza, almeno 1,5 litri al giorno di acqua preferibilmente oligominerale.

Il Commento. La corsa alle elezioni e l’impennata dello spread: quanto ci costano le liti del governo

Antonio Troise

La Flat Tax, le pensioni di giovinezza, i bonus per le famiglie. Senza dimenticare, per carità, il reddito di cittadinanza, quota cento, il salario minimo, gli investimenti del decreto crescita e dello sblocca-cantieri. Tutto, ovviamente, senza un euro di tasse in più per i contribuenti ed evitando l’aumento dell’Iva. La lista delle promesse è lunga. Un libro dei sogni. Non c’è da scandalizzarsi: siamo nel pieno della campagna elettorale, con i leader della maggioranza sempre più separati in casa e impegnati in un quotidiano duello all’ultimo voto. Tutto bene se, non ci fosse, sull’orizzonte, un terzo incomodo, l’economia. L’Italia, negli ultimi mesi, è rientrata nel poco invidiato club dei Paesi a rischio di infrazione mentre il Pil, nel secondo trimestre, ha rialzato la testa ma non tanto da portarci lontani dal sentiero della recessione.

Numeri e scenari che dovrebbero ispirare prudenza sui temi più sensibili. L’esatto contrario di quello che continua ad andare in onda sul fronte della politica: un’escalation di provocazioni e di polemiche che ha mandato in tilt il governo, portandolo ad un passo da una vera e propria crisi. La resa dei conti è rimandata a dopo le europee, una volta che sarà stata scrutinata l’ultima scheda. Ma c’è poco da stare tranquilli: i tempi della politica e quelli dell’economia sono molto diversi. I mercati non sono così pazienti, non prevedono periodi di tregua. Del resto il tempo è denaro. Senza contare che, sulle piazze finanziarie, non c’è nulla che costa più dell’incertezza. Non a caso, negli ultimi giorni, è tornato a farsi rivedere uno spettro di nostra conoscenza, lo spread, ovvero il differenziale dei titoli pubblici italiani e quelli tedeschi. Ieri, è lievitato fino a quota 290, spingendo il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a diffondere una nota “rassicuratrice” sul mercati. Una mossa che ha attenuato le tensioni, riportando lo spread sui 280 punti.

Ma il pericolo è tutt’altro che scongiurato. L’impressione, infatti, è che le fibrillazioni politiche degli ultimi giorni continueranno anche dopo le europee, quando i rapporti di forza fra i due partiti della maggioranza potrebbero ribaltarsi: la Lega, a questo punto, tenterà di aumentare il proprio peso nell’esecutivo mentre i Pentastellati cercheranno di arginare un alleato sempre più ingombrante. Nessuno ha la palla di vetro per sapere come finirà. Sappiamo, invece, molto bene ciò che servirebbe al Paese per evitare nuove turbolenze: governo stabile, programma compatibile con la tenuta del bilancio pubblico, misure concrete per ridurre il debito e rimettere in moto l’economia. Sono queste le parole che i mercati vorrebbero ascoltare per evitarci il brusco (e costosissimo) risveglio dello spread nella gelida primavera italiana. Tutto il resto rischia di far pagare ai cittadini e alle imprese un prezzo altissimo.

Le notizie in evidenza sui giornali di giovedì 16 maggio 2019

Economia e finanza

Industria: più ordini, ma spread a 292 per le liti nel governo. Dalla prima del Sole 24 Ore: “La domanda estera spinge fatturato (+0,3%) e ordinativi (+2,2%) dell’industria italiana a marzo rispetto al mese precedente. Movimenti che pur restando limitati vanno a confermare per la manifattura un primo trimestre superiore alle attese, in grado di fornire un contributo positivo al Pil. E nelle tecnologie per la deformazione dei metalli l’Italia scavalca la Germania. Le liti nel governo però continuano ad agitare i mercati: ieri lo spread BTp/Bund è balzato fino a 292 punti (massimi dall’8 febbraio) per poi chiudere a 285 punti”. Repubblica: Conte sente che il governo gli sta sfuggendo tra le dita. Ma non è il solo a temere la tempesta. II ministro del Tesoro Giovanni Tria in privato ricomincia a mettere in guardia il “triumvirato” di governo. Sa bene che all’orizzonte c’è una manovra “monstre” da circa 35 miliardi di euro, stando alle stime Ue di soli sette giorni fa. Lo scenario da “fine mondo” Salvini e Giorgetti lo disegnano coi loro ministri nel pomeriggio, a porte chiuse, nelle stanze del gruppo Lega di Montecitorio: «Con quelli non si va avanti, ogni giorno una, adesso anche la riforma della giustizia…». Per la prima volta viene abbozzato il calendario del ritorno anticipato alle urne. Nero su bianco compaiono le date chiave di un’escalation che pare ormai inevitabile. Crisi a giugno, dopo il voto delle Europee che consegnerà il primato al loro partito, scioglimento delle Camere a luglio, ritorno alle urne non più tardi di domenica 29 settembre. Questi i piani, sempre che coincidano con quelli del Colle. Del resto, la situazione finanziaria sta precipitando. Ieri lo spread ha sfondato per qualche ora il muro dei 290 punti base. Fubini sul Corriere: “C’è una leggera tensione, ma niente a che fare con episodi del passato”. Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, era a Londra ieri mattina per cercare di rassicurare gli investitori, e da oggi è a Bruxelles. Rivera nella City ha ricordato che la fase di recessione sembra alle spalle e ha accennato al fatto che il governo è aperto all’idea di una revisione del sistema fiscale. Si è anche detto convinto che la Commissione Ue non avvierà una procedura sull’Italia il mese prossimo, quando presenterà il suo rapporto sul debito pubblico. Quel che accade sui titoli di stato in queste ore è in parte legato proprio a come il governo ha evitato, in extremis, l’avvio di una procedura europea nel dicembre scorso. Dopo quell’accordo si è visto infatti un primo ritorno degli investitori esteri sui titoli di Roma, attratti dai rendimenti elevati in proporzione ai bassi costi necessari per finanziare i loro investimenti. E però scrive Repubblica “i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ricominciano a giocare sullo sforamento del tetto del 3 per cento nel rapporto deficit Pil, facendo tremare le cancellerie di mezza Europa e i mercati. Ma soprattutto Palazzo Chigi. Il premier Giuseppe Conte tenta di spegnere l’incendio alludendo al possibile aumento dell’Iva per tamponare le clausole da 23 miliardi che gravano già sulla futura manovra economica”.

Dl Crescita. Il Sole 24 Ore: La Lega rilancia da subito sul calo delle tasse e il taglio al cuneo fiscale con la riduzione di 600 milioni dei contributi Inail che diventano strutturali e senza andare a incidere sulla formazione delle imprese. Non solo. Come promesso la scorsa settimana dal sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Bitonci, si riaprono fino al 31 luglio prossimo i termini scaduti il 30 aprile per aderire alla rottamazione delle cartelle e al saldo e stralcio, la sanatoria per omessi versamenti riservata a chi è in difficoltà economica con un Isee fino a 20mila euro. Il pacchetto di correttivi messi a punto dal Carroccio, come annunciato ieri dal viceministro all’Economia Massimo Garavaglia, sono stati tutti già depositati trai 1.275 emendamenti al Dl crescita presentati nelle commissioni Finanze e Bilancio in discussione alla Camera (il termine è scaduto ieri alle 18). Sul versante Flat tax si segnala invece il viceministro Castelli: “Pensavamo di partire già con la scorsa legge di bilancio, poi siccome le risorse non bastavano si è scelto di puntare per il primo anno su quota cento e il reddito di cittadinanza. Siamo tutti consapevoli che la flat tax ci sarà, e per quel che riguarda noi che lavoriamo sulla parte tecnica, che dovrà essere graduale. Anche nel nostro programma peraltro c’era l’idea di ridurre le tasse a tre scaglioni concentrandoci sul ceto medio. Ecco, si inizia così, poi se le cose migliorano si possono ridurre ulteriormente le aliquote più alte. La tassa piatta tutta di un colpo in questo momento non possiamo permettercela, perché costa tantissimo”. Il fronte degli industriali: Vincenzo Boccia ieri a Napoli. L’occasione è l’ultima tappa del road show di Confindustria organizzato proprio per diffondere il documento «Riforme per l’Europa, le proposte delle imprese». Ventotto pagine preparate in vista del voto europeo del 26 maggio, per discutere del futuro della Ue con gli imprenditori e con politici, parlamentari e nuovi candidati. «Abbiamo un’Europa – ha precisato Boccia – che è un gigante economico, primo mercato al mondo, primo importatore, primo esportatore. Ma deve diventare anche un gigante politico. Cosi l’Italia: deve uscire dalla condizione di assenza di visione e diventare centrale tra Europa e Mediterraneo».

Politica interna

Intervista a Luigi Di Maio. Dal Corriere della Sera: «Salvini risponda ai nostri appelli. Sarebbe folle fermare il governo». Il leader dei 5 Stelle: «L’ho detto più volte e lo ribadisco nuovamente: per quanto mi riguarda questo governo andrà avanti per altri 4 anni. Abbiamo preso un impegno con i cittadini firmando un contratto di governo e arriveremo fino alla fine. Salvini non si inventi gli insulti, noi semplicemente abbiamo tenuto il punto su un caso di corruzione come il caso Siri. Poi in verità dalla mattina alla sera ci occupiamo di contenuti, di tutti quei provvedimenti che dobbiamo approvare il prima possibile. Il mio obiettivo è continuare a dare risposte concrete ai cittadini. Abbiamo già approvato reddito di cittadinanza, quota 100, Spazzacorrotti e tante altre misure che chiedevano gli italiani. Adesso pensiamo a salario minimo, conflitto d’interessi e continuiamo a tagliare gli sprechi della politica». Sempre Il Corriere ma sul fronte leghista: non c’è il tempo di far raffreddare i muscoli, le nuove partite a braccio di ferro tra Lega e 5 Stelle incombono. La prima, già questa mattina. A mezzogiorno infatti si riunirà il pre Consiglio dei ministri per decidere gli argomenti da portare lunedì all’ultima riunione prima delle Europee. Per Matteo Salvini dubbi non ce ne sono: «Il decreto Sicurezza bis è pronto, lunedì va in Consiglio». Tra l’altro, prevede sanzioni «da 20 a 50 mila euro» per le imbarcazioni che non si attenessero alle istruzioni dell’autorità dell’area in cui avviene il soccorso. Ma sui tempi (e sul merito) i 5 Stelle sono di assai diverso avviso, e lo aveva anticipato Danilo Toninelli: «Abbiamo il dl crescita, lo Sbloccacantieri… Dopo le elezioni valuteremo con serenità, e stando attenti a tutti i livelli del diritto, anche il Sicurezza bis». L’attenzione al diritto è certa: due ore prima del pre Consiglio si riuniranno tutti i dirigenti del legislativo stellato. L’idea sarebbe quella di «non bocciare politicamente il decreto, ma rallentarne la corsa contestandone in punta di diritto gli aspetti per noi inaccettabili».

Opposizioni e scenario. Gentiloni intervistato dal Corriere: “Le due forze che ci governano non sono affatto identiche. Sono diverse. Ma sono diversamente pericolose. Quindi il giochino dei buoni e cattivi non lo facciamo e penso che gli elettori italiani sappiano benissimo che se cercano un’alternativa democratica di centrosinistra non la trovano certo negli alleati di Salvini”. “L’Unione Europea è governata da decenni dalle due grandi famiglie europeiste: i socialisti e democratici e i popolari. Nella prossima legislatura probabilmente ci saranno anche i liberali (con Macron, ndr) ma il mainstream a Bruxelles non cambierà”. “Ho sentito qualche giorno fa Salvini esaltare l’Ungheria di Orbán perché le tasse per le imprese sono al 9 per cento. Lo stipendio medio di un lavoratore è di trecento euro. Quindi il suo modello è un Paese che paga i lavoratori trecento euro e fa dumping alle imprese italiane invitandole a fuggirsene in Ungheria. In pratica è come dire che i nostri soli amici sono tutt’altro che amici”.
Riferisce Il Corriere che “ieri Lara Comi, vicecapogruppo del Ppe-Partito popolare europeo, è stata indagata dai pm milanesi per l’ipotesi di finanziamento illecito assieme a Bonometti, in uno dei tanti filoni dell’indagine che 10 giorni fa ha determinato 43 misure cautelare (compresi l’eurocandidato forzista Pietro Tatarella e il sottosegretario alla Regione Lombardia Fabio Altitonante) per reati contro la pubblica amministrazione. Il patron Bonometti della multinazionale di famiglia OMR (3.000 dipendenti, 600 milioni di fatturato, la Ferrari come primo cliente), papabile tra i prossimi candidati alla presidenza nazionale di Confindustria che già contese a Vincenzo Boccia, nega si sia trattato di «un finanziamento illecito», e a riprova ricorda come abbia finanziato alla luce del sole molti partiti per cifre ben più ingenti”.

Politica estera

Intervista ad Angela Merkel. La Stampa: «Si tratta senz’altro di elezioni di grande importanza, elezioni speciali. Molti sono preoccupati per l’Europa, anch’io lo sono. Da questa preoccupazione nasce in me un senso di responsabilità ancora più forte che mi spinge a occuparmi assieme ad altri del destino di quest’Europa». Su Salvini e le coalizioni: «È evidente che abbiamo approcci diversi, per esempio nella politica migratoria. Già questo è un motivo per cui il Ppe non può aprirsi al partito del Signor Salvini. Certo è che Weber nell’elezione a presidente della Commissione non si assoggetta ai voti di questi partiti. Che lo votino o no, non si può influenzare». Sul tema dell’immigrazione: “Se nella crisi dell’euro e nell’emergenza profughi non avessimo agito o lo avessimo fatto diversamente, le conseguenze sarebbero state, a mio avviso, molto più gravi rispetto ad alcuni problemi di oggi”. Sul debito: «Mi auguro che l’Italia trovi la strada verso una maggiore crescita. Dipendiamo tutti gli uni dagli altri. Lo abbiamo visto nella crisi dell’euro: nessuno nella zona euro agisce in modo autarchico o isolato. Questo vale anche per la Germania, se da noi dovesse indebolirsi la crescita». E invece, riporta Il Sole 24 Ore, “la Germania riprova a correre. Non è chiaro, però, se ha l’energia necessaria. Il prodotto interno lordo tedesco, nel primo trimestre del 2019, è aumentato dello 0,4%, in accelerazione dalla crescita zero – in realtà un +0,02% – dell’autunno e dal -0,2% registrato nel terzo trimestre del 2018. È un buon segno, anche per Eurolandia, che ieri ha confermato per il primo trimestre una crescita dello 0,4% – e per l’Italia, molto legata all’economia tedesca – ma i rischi continuano a puntare al ribasso”.

Verso le Europee. Il Corriere intervista Marine Le Pen: «Esiste una vera alternativa a cui stiamo lavorando con Matteo Salvini. Colui che può mettere fine alla morsa di Ppe e Pse che ha portato l’Europa a essere perdente e screditata». Marine Le Pen, la creatrice del Rassemblement National, sabato sarà sul palco della manifestazione organizzata dalla Lega a Milano insieme con i leader di altri dieci partiti euroscettici. Su quali argomenti la sintonia con Salvini è più forte? Le Pen: «Condividiamo con lui la stessa visione di Europa fondata sulla sovranità, sul diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla cooperazione volontaria. E crediamo che l’Europa si possa costruire senza la coercizione, il ricatto e la minaccia permanente». «L’unione fa la forza e il vento della storia soffia nelle vele dei difensori delle nazioni. Il nostro obiettivo è quello di creare un super gruppo il più forte possibile. Chi condivide questa visione comune è il benvenuto. I tedeschi dell’Afd, gli ungheresi, ma anche i nostri amici danesi e finlandesi. Questa è la vera alternativa a cui stiamo lavorando con Matteo Salvini». E di Europa come «comunità di Stati sovrani»
parla anche Meloni in una lettera al Corriere: “Vogliamo cambiare tutto in Europa, proponendo una visione alternativa e concreta. Noi crediamo in una riforma dell’Unione, in un’Europa che sia una comunità di Stati nazionali liberi e sovrani che scelgono di cooperare tra loro su alcune materie fondamentali, ma che mantengono la propria autonomia sulle scelte più vicine ai cittadini. Noi crediamo in un’Europa che sappia difendere i propri confini”.

MEDSPA, QUANDO LA COSMESI DIVENTA SCIENZA – Giovanni D’Antonio parla di Miamo e Nutraiuvens, marchi vincenti in farmacia

Madre farmacista, padre chirurgo plastico, sorella (oggi direttore scientifico dell’azienda) impegnata sul fronte della ricerca nella cosmesi. Di suo ci ha aggiunto finanza, marketing, comunicazione innovativa e formazione. E’questa la miscela che è alla base del successo di Medspa e dei brand Miamo e Nutraiuvens, per la cosmeceutica e nutraceutica. “E infine Miamo Academy – aggiunge Giovanni D’Antonio – l’ultimo progetto attivato dalla nostra compagine, concepito per i farmacisti del futuro capaci di misurarsi con formazione specifica, uso di macchinari d’avanguardia, e iniziative in store per la conoscenza e la divulgazione della cosmeceutica”. Uno strumento per prevenire, curare e mantenere la pelle per raggiungere e ottenere uno stato di benessere ottimale. “La bellezza – afferma – non è che una diretta conseguenza di tutto questo”. Lui è a tutti gli effetti “figlio d’arte”, ma al dna familiare ha aggiunto una laurea alla Bocconi e due master.

La parola successo non gli garba molto. Perché fa pensare a una cosa già accaduta: il successo è già successo, semmai diventa importante quando tutti se ne accorgono. “I nostri prodotti – spiega a chi gli chiede quale sia il segreto aziendale –  nascono dai bisogni dei nostri clienti. Sappiamo ascoltare, e farci ascoltare, tutto qua”.

Come tutti gli imprenditori degni del nome, più alto è l’obiettivo più alto è l’ostacolo. Ma francamente sono abituato a valutare l’opportunità più che la problematica, certo in Italia spesso le tempistiche nell’operativo non sono le stesse della mia testa, che viaggia su circuiti ben più veloci, ma quando un frutto deve essere portato a maturazione ci sono mille altre cose da fare nel frattempo.

Ed ha anche suggerimenti per le istituzioni che occupano della vita delle imprese.“Se fossi assessore o ministro dell’Industria? Per prima cosa – spiega D’Antonio snellirei i carteggi e  velocizzerei le pratiche. Talvolta esistono paletti che sembrano studiati solo per giustificare il lavoro di chi si frappone tra il mondo del lavoro e l’istituzione. Se l’industria non si arena nella burocrazia tutto il Paese ne risente positivamente, a tutti i livelli”.

I marchi aziendali sono presenti in Svizzera, Principato di Monaco e negli Emirati Arabi. Ed è lui che si occupa di sviluppo del brand all’estero, anche se il web marketing permettere di raggiungere clienti in tutto il mondo. Ma il suo obiettivo non è la velocità di espansione quanto agganciare i punti vendita di alto profilo qualitativo. “Quando seleziono un punto vendita, specie all’estero, devo anche accertarmi – rimarca D’Antonio – che al di là della vendita siano disposti ad abbracciare la nostra filosofia a 360 gradi e questo rende la selezione più spietata ma i risultati più soddisfacenti”. La comunicazione aziendale di Medspa si basa su trasparenza, unità alla facilità nel farsi comprendere. Pochi discorsi, chiarezza nelle azioni descritte per scelta e uso del prodotto, per la combinazione di più prodotti a seconda del protocollo da seguire. “E lo facciamo – commenta – adattando il linguaggio allo strumento: le brochure, i libri di cross selling, le newsletter o i post sui social hanno regole di comunicazione diverse. E noi le conosciamo tutte”.

Le notizie in evidenza sulle prime pagine di mercoledì 15 maggio 2019

Economia e finanza

Spread in picchiata a causa delle tensioni Salvini-Di Maio. Sarà che in campagna elettorale è più conveniente distinguersi, sarà per la crescente litigiosità tra i due vicepremier, sarà per la nuova, temeraria aspirazione al moderatismo del leader dei Cinque Stelle, fatto sta che Matteo Salvini e Luigi Di Maio riescono a litigare anche sullo spread. Vale a dire su ciò che fin qui avevano considerato come una bizzarra fissazione da economisti ostinati. E il livello dellatensione tra i due alleati di governo sale al punto che il prudente Giancarlo Giorgetti, sottosegretario leghista a Palazzo Chigi, ammette di essere «esausto» per questa guerra quotidiana a colpi di tweet e dichiarazioni a mezzo stampa tra i due leader e per la prima volta evoca pubblicamente il rischio della rottura: «Se la litigiosità resta a questi livelli anche oltre il 26 maggio non si può andare avanti».E non esclude neanche elezioni a settembre: «Non ho mai paura quando il popolo si esprime». All’ora di pranzo le agenzie di stampa battono le parole di Salvini da Verona, all’inaugurazione della nuova sede di Cdp: «Se serve infrangere i limiti del 3% nel rapporto deficit-Pil o del 130-140% del debito pubblico, noi tiriamo dritti. Fino a che la disoccupazione non sarà dimezzata, fino a che non arriveremo al 5% spenderemo tutto quello che dovremo spendere. E se qualcuno a Bruxelles si lamenta ce ne faremo una ragione». Un’affermazione che ha immediatamente agitato i mercati. Attorno alle 14,40 il differenziale di rendimento tra Btp e Bund a 10 anni si è allargato fino a 284 punti base, dai 277 del finale di seduta di lunedì, toccando il massimo da metà febbraio. In chiusura c’è stata una certa ripresa, a quota 281 punti base. Parallelamente, subito dopo la diffusione delle parole di Salvini da parte delle agenzie, anche l’euro ha perso terreno nei confronti del dollaro. «Ci sono rinnovati timori sull’Italia – ha detto alla Reuters Win Thin, numero uno della currency strategy per Brown Brothers Harriman a New York – sembra che la situazione si faccia di nuovo difficile». La questione è quella del debito pubblico italiano. Una montagna di titoli che vale più o meno 2.400 miliardi di euro che bisogna in continuazione rinnovare sui mercati finanziari, convincendo gli investitori ad acquistare i nostri titoli.

Industria 4.0: presentato ieri il Rapporto “Dove va l’Italia”. Adesso tocca all’Italia. La protagonista dell’ultimo rapporto del Centro studi di Confindustria è la domanda interna, grande assente nel lungo attraversamentodella crisi, chiamata ora a svolgere un nuovo molo propulsivo davanti al rallentamento progressivo dell’export. Se le commesse internazionali hanno infatti traghettatol’industriae il Paese fuori dalla recessione – questa la tesi di fondo del rapporto “Dove va l’industria italiana” – oggi queste non sono più in grado di fornire carburante aggiuntivo sufficiente. In parte a causa di eventi contingenti come guerre commerciali o Brexit, più in generale per effetto di trasformazioni profonde che indicano la fine dell’età dell’oro della global inazione e un ritorno al regionalismo come paradigma di riferimento per gli scambi. Se questo accade diventa dunque necessario fare maggiore affidamento sul mercato domestico, rilanciando in primis investimenti pubblici e privati. Questi ultimi, del resto, hanno già fornito un contributo non marginale negli ultimi anni, spinti in particolare dagli incentivi fiscali del Piano Industria-Impresa 4.0. Se le cose stanno così un processo di questo tipo non può vivere di soli incentivi ma abbisogna di una cultura del digitale che ancora non c’è e che la manifattura è chiamata ad elaborare in tempi stretti. Una cultura non solo «macchinista» ma che, ad esempio, sappia dare risposte anche alla mutazione del lavoro che spacca l’universo operaio in almeno tre tronconi diversi. Il Rapporto del Csc tributa un ampio riconoscimento alla vivacità dell’industria italiana dei macchinari decisiva nel raddoppio del saldo commerciale realizzato in questi anni. Il peso dei macchinari nell’export è del 19,1%, precede nettamente il made in Italy «estetico» (mobili, tessile, abbigliamento, calzature) al 14,6% e ha propiziato quella che Montanino chiama «la via alta del riposizionamento del sistema manifatturiero italiano». Ma se le cose stanno così bisognerebbe dotarsi di una politica industriale ad hoc, perché in un mondo in cui niente resta fermo l’interesse dei gruppi stranieri, cinesi in testa, nei confronti dei nostri gioielli della meccanica è sicuramente una variabile con la quale fare i conti.

Politica Interna

Scontro M5S-Lega. E’ troppo insistita e puntigliosa la polemica del Movimento Cinque Stelle contro la Lega, per non sollevare qualche dubbio. Il vicepremier grillino Luigi Di Maio dice di avere registrato una sorta di mutazione destrorsa del suo omologo leghista, Matteo Salvini, negli ultimi tre mesi. Di qui la decisione di lanciare l’allarme contro i pericoli insiti in questa deriva estremista. Ma l’operazione sarebbe stata più credibile, forse, se non fosse avvenuta in coincidenza con la campagna per le Europee del 26 maggio; e con sondaggi che davano in calo il M5S, con un travaso di voti verso il Carroccio. Le premesse inducono a ritenere che l’offensiva sia nata non solo per registrare lo spostamento a destra di Salvini, ma per schiacciarlo su quelle posizioni; e per fare terra bruciata non tra alleati di governo, ma tra elettorati che si erano mostrati contigui. Adesso che Giancarlo Giorgetti evoca pubblicamente la crisi di governo e il voto anticipato a settembre, Luigi Di Maio deve fare i conti con la paura. Paura che «tutto salti», come minacciato dal sottosegretario che «fin dall’inizio lavora contro di noi». E terrore di non avere un piano B. Certo, ci sarebbe il Pd. Il doppio forno ideale. Per questo il vicepremier grillino ammicca ai dem. Peccato che Nicola Zingaretti ha fatto sapere anche nelle ultime ore che «dopo questo governo c’è il voto, oppure un altro esecutivo che noi comunque non sosterremo». E peccato che i renziani, ancora decisivi al Senato, mai appoggerebbero un esecutivo con l’odiato grillino. Tutto è come sospeso, a Palazzo Chigi come nel quartier generale della Casaleggio associati. La soluzione preferita dal Movimento, nonostante l’escalation tra alleati delle ultime ore, continua a tingersi di gialloverde. Picchiare sulla Lega per tenersi avvinghiati alla Lega, ecco la strategia che Di Maio consegnava allo staff della comunicazione ancora ieri. «L’unico modo per andare avanti con questo governo è ridimensionare Salvini. Colpirlo senza tregua, come ha fatto lui con noi per mesi».

Ponte Morandi: possibili infiltrazioni mafiose. La signora Consiglia Marigliano, amministratrice della società napoletana “Tecnodem”, nulla sa di bonifiche industriali. Non ha alcun titolo, né esperienze professionali nel settore. Però si era aggiudicata, lo scorso febbraio, un subappalto da 100 mila euro nei cantieri di Ponte Morandi, per demolire e bonificare gli impianti. La Tecnodem era stata scelta da una delle aziende impegnate nella demolizione del viadotto Polcevera, che l’aveva pescata dalla cosiddetta “White list” della Prefettura di Genova. Un elenco di aziende ritenute del tutto in regola. Errore. Perché, come scoperto dalla Direzione investigativa antimafia di Genova, la signora Marigliano è consuocera di Ferdinando Varlese, 65enne di Napoli residente a Rapallo, proprio nel levante ligure. Condannato più volte dalla giustizia. Nel 1986 per associazione a delinquere, nel 2006 per tentata estorsione “con modalità mafiose”. Varlese, secondo i giudici della Corte d’Appello di Napoli, è legato al clan camorristico D’Amico-Mazzarella. E l’azienda Tecnodem può essere il cavallo di Troia per mettere i piedi dentro uno dei cantieri più redditizi d’Italia. Nelle scorse ore la Dia (Direzione investigativa antimafia) di Genova ha notificato uri interdittiva muovendo dall’ipotesi che ci sarebbero infiltrazioni camorristiche in un’impresa incaricata di lavorare alla ricostruzione del ponte Morandi. Di conseguenza la struttura commissariale ha chiesto la risoluzione del contratto, così che probabilmente si allungheranno i tempi del rifacimento di un’infrastruttura tanto necessaria a Genova e a tutta la regione. Il ministro Danilo Toninelli ha espresso soddisfazione per il lavoro degli inquirenti, ma in questa situazione è difficile essere allegri. I genovesi non meritano questo sfacelo e se quel ponte sarà costruito con ritardo sappiamo di chi è la responsabilità. All’indomani del disastro, in effetti, proprio Toninelli escluse la possibilità che l’azienda concessionaria (Autostrade, controllata dalla famiglia Benetton) potesse avere un ruolo nei lavori. Usando toni del tutto inadeguati, almeno fino a quando la giustizia non avrà fatto il suo corso, il ministro ha fatto perdere a Genova un’occasione importante. Dopo il crollo e dopo le accuse di una gestione irresponsabile, nessuno più di Autostrade era motivata a rifare il ponte in tempi stretti e con la massima sicurezza.

Politica Estera

Corte di Giustizia Ue: stop ai rimpatri a rischio. Lo straniero extra Ue che commetta reati, anche gravi, nel Paese che lo accoglie non perde il suo status di rifugiato se l’eventuale rimpatrio che ne seguirebbe si traducesse per lui in un pericolo di vita o di persecuzione. Lo stabilisce la Corte di giustizia dell’Unione Europea con una sentenza che salva dall’espulsione, rispettivamente dal Belgio e dalla Repubblica Ceca, un ivoriano e un congolese, oltre che un ceceno. Secondo i giudici del tribunale con sede nel Lussemburgo, il diritto alla protezione non può mai decadere del tutto, essendo prevalenti, in base alla Carta dei diritti fondamentali della Ue, le ragioni di incolumità personale rispetto a quelle di sicurezza dello Stato ospitante dove viene commesso il reato. E la Convenzione di Ginevra, sebbene includa la commissione di reati tra i possibili motivi di espulsione o respingimento, non prevede in casi simili la perdita dello status né dei diritti di rifugiato. La Corte Ue stabilisce in sostanza che il diritto dell’Unione riconosce ai rifugiati una protezione internazionale più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. Matteo Salvini ieri ha subito colto l’occasione scagliarsi contro l’Ue: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa – ha scritto sui social network il ministro dell’Interno -. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano, spacciano, tornano tutti a casa loro». In realtà la sentenza non dovrebbe avere un impatto sulla legislazione italiana. La possibilità di revocare lo status di rifugiato in caso di «pericolo per la sicurezza dello Stato» era già prevista da un decreto legislativo del 2007 ed è in linea con la direttiva Ue, i cui principi sono stati confermati dalla sentenza di ieri (che nasce da un ricorso di un ivoriano, di un congolese e di un ceceno che si erano visti revocare o negare il riconoscimento dello status di rifugiato da Belgio e Repubblica Ceca).

Scontro Stati Uniti-Iran. Tra Stati Uniti e Iran è esplosa un’escalation di minacce, gesti a effetto, qualche atto terroristico, “wargame” e simulazioni d’attacco. II Pentagono mette a disposizione di Donald Trump 120.000 soldati pronti a entrare in azione contro la teocrazia degli ayatollah già presa di mira dalle sanzioni. Una squadra di esperti militari americani attribuisce alla regla di Teheran le quattro esplosioni che hanno danneggiato altrettante petroliere al largo degli Emirati Arabi Uniti. Le navi colpite battono bandiera norvegese, saudita, e dell’emirato di Sharjah. Tutte hanno subito squarci nello scafo in seguito a esplosioni: le prime perizie americane riconducono gli attentati alla matrice iraniana. Nei giorni precedenti Washington aveva lanciato un allarme per possibili attacchi ai trasporti navali nell’area, di conseguenza è stato rafforzato il dispositivo militare Usa. La settimana scorsa il governo di Teheran ha minacciato di poter distruggere qualsiasi flotta americana. Trump ha reagito avvertendolo che «soffrirà fortemente», se scatena «qualsiasi cosa che assomigli a un attacco». A meno di quarantott’ore dal misterioso sabotaggio delle petroliere all’imbocco del Golfo Persico, droni aerei hanno colpito due stazioni di pompaggio della EastWest Pipeline, oleodotto che offre una preziosa via di trasporto alternativa per il greggio in caso di problemi nel Golfo Persico perché attraversa l’Arabia Saudita da Oriente a Occidente, fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. L’attentato non ha fatto vittime e i danni sono rimasti contenuti, assicura Riad, tanto che non ci sono state ripercussioni sulle esportazioni petrolifere, anche se «per precauzione» l’oleodotto è stato temporaneamente chiuso. Ma l’episodio è stato accolto con allarme dal mercato: le quotazioni del Brent sono salite di oltre l’1%, superando i 71 dollari al barile. Il ministro saudita dell’Energia, Khalid Al Falih, ha condannato l’epiPetrolio via mare La quota mondiale di greggio su petroliere che passa da Hormuz sodio sottolineando che per Riad «questi attacchi dimostrano ancora una volta che è importante fronteggiare i terroristi, comprese le milizie Houthi nello Yemen, che sono spalleggiate dall’Iran».

IL COMMENTO. Dopo le elezioni potrebbe esserci un rischio recessione?

Antonio Troise

Giancarlo Giorgetti azzarda un’insurrezione del Nord. Matteo Salvini annuncia perfino una “passeggiata” su Roma nel caso di un governo senza Centrodestra. Semplici mosse tattiche sulla scacchiera delle trattative per il nuovo governo? Si e no. Qualche mese fa, prima che le elezioni del 4 marzo spaccassero nettamente in due l’Italia consegnando il Nord alla Centrodestra e il Sud ai Cinquestelle, Lombardia e Veneto avevano giocato la carta del referendum. Qualche giorno fa, poi, il filosofo Massimo Cacciari avrebbe di nuovo messo in guardia – come racconta lo stesso Giorgetti – contro un nuovo vento secessionista. Ci sono tutti i segnali, insomma, di un ritorno in grande stile della Questione Settentrionale. “Il rischio c’è – spiega il sociologo Paolo Feltrin, esperto della Lega e attento osservatore delle dinamiche del Nord Est – Quando il Nord va all’opposizione ritrova inevitabilmente la sua unità politica. Non a caso, dal ’92 in poi non c’è mai stato un leader meridionale che ha avuto il consenso sufficiente per guidare la nazione. Non è un problema di “razzismo” ma di “geopolitica””.
Da questo punto di vista, i dati sono più che eloquenti. Al Nord, i due terzi della popolazione producono i tre quarti della ricchezza. La conseguenza è che sui cittadini del Settentrione pesa un carico fiscale praticamente doppio rispetto a quello del Mezzogiorno. Non a caso al Nord gli elettori hanno ascoltato la sirene della riduzione delle tasse e al Sud quella del reddito di cittadinanza. Ma l’economista Gianfranco Viesti, uno dei massimi esperti della questione Meridionale, non crede affatto in un automatismo fra rischio-recessione e governo Cinquestelle-Pd: “Mi pare davvero prematuro avanzare queste ipotesi. Siamo, invece, al solito e fastidioso atteggiamento ricattatorio della Lega che mescola le questioni politiche con quelle territoriali. Insomma, il re è nudo e con queste affermazioni dimostra di non essere una forza politica veramente nazionale”.
Anche per Feltrin “il Nord è più furbo della Catalogna, il rischio secessione è lontano”. Il problema, casomai, è un altro, come si è già visto nel ’94 e nel ’96. “Se il Nord non si vedrà rappresentato nel governo, radicalizzerà ulteriormente la frattura elettorale, con una nuova impennata di consensi per centrodestra e Lega”.

Le notizie in evidenza sui giornali di martedì 14 maggio 2019
 

Da: Abstract@datastampa.it
Inviato: martedì 14 maggio 2019 07:14:02 (UTC+01:00) Amsterdam, Berlin, Bern, Rome, Stockholm, Vienna
Oggetto: Abstract del 14-05-19

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SOMMARIO RASSEGNA STAMPA DEL 14 MAGGIO 2019

Economia e finanza

Guerra fredda tra Lega e M5S e lo spread sale. Questa campagna elettorale è una cortina fumogena. Matteo Salvini e Luigi Di Maio vanno avanti nel braccio di ferro con le loro nuove bandiere. Quota 100 e reddito di cittadinanza sono sostituiti da flat tax e salario minimo, lasciando sullo sfondo la copertura dei 23 miliardi necessari per impedire l’aumento dell’lva. Si procederà così fino al 26 maggio, anche se non è da escludere che una prima resa dei conti arrivi già al prossimo Cdm (probabilmente lunedì 20). ll clima è pessimo e lo spread torna a farsi minaccioso sfiorando i 300 punti base (ieri ha chiuso a 277). «Occorre che il governo chiarisca quale strada intende percorrere: se aumentare ora la pressione fiscale, rischiare una crisi finanziaria o, infine, impegnarsi in una seria revisione della spesa pubblica e delle promesse elettorali. Questi problemi prescindono da interessi di parte e dall’orientamento ideologico: l’irresponsabilità fiscale non ha colore politico». Si conclude così la lettera aperta sulle politiche del governo sottoscritta da 48 economisti, tra cui Pietro Reichlin, Giampaolo Galli e Tommaso Nannicini. Con il programma di finanza pubblica del governo Conte, «l’aumento delle aliquote Iva e delle accise non ha alternative credibili», sostengono gli economisti ricordando la contrarietà del ministro Salvini a questa come a ogni altro aumento di imposta.

Dazi, stretta cinese da 60 miliardi. Sale di tono il braccio di ferro commerciale: dopo i dazi Usa di venerdì, in mancanza di accordi con Washington la Cina ha annunciato nuove tariffe doganali su prodotti americani per un valore di 60 miliardi di dollari; voci anche su un taglio di ordini alla Boeing. Un’escalation che getta ombre sulla già debole congiuntura del commercio mondiale, mentre sullo sfondo c’è la possibile ritorsione cinese sul T-Bond. Fattori che hanno fatto salire i timori sui mercati: tutte le Borse europee hanno chiuso in rosso, con Milano a -1,35%; a Wall Street perdite di circa il 3%. Sotto pressione anche il petrolio. Trump rilancia il negoziato: «Siamo in una posizione di forza, ma incontrerò il presidente Xi Jinping nel corso del G20 in Giappone». II presidente americano, dunque, vedrà il leader cinese tra il 28 e il 29 giugno a Osaka, dove si terrà il vertice e, in quegli stessi giorni, «incontrerà» anche Vladimir Putin. Il Cremlino però in serata ha smentito. Le contromisure di Pechino entreranno in vigore il 1° giugno. Le merci «made in Usa» verranno divise in tre fasce di prelievo.

Politica interna

Elezioni Sicilia. “Va al Movimento il nuovo sindaco di Caltanissetta, unico capoluogo di provincia in cui si votava. E a Gela successo per l’asse tra Partito democratico e Forza Italia che batte la Lega”. La partita di governo, alla fine, se l’aggiudicano i 5 Stelle. Che rialzano la testa nel loro fortino siciliano e portano a casa il successo nei due ballottaggi che li vedevano protagonisti, a Caltanissetta e Castelvetrano. Due centri dal valore simbolico non irrilevante, come subito sottolineato dal presidente della commissione antimafia Nicola Morra: «Le città di Antonello Montante (l’ex leader confindustriale condannato a 14 anni, ndr) e del boss Matteo Messina Denaro danno fiducia al cambiamento». Un modo per rinfacciare ancora una volta alla Lega il primato sui temi della legalità, dopo lo scontro sul caso Siri. «Anche alle elezioni europee il Movimento meraviglierà. Dove non vinciamo noi vincono i trasformismi e il voto al Movimento è un voto che evita gli “inciuci” e le follie dell’ultradestra dilagante». Così Luigi Di Maio, ieri in piazza a Caltanissetta per festeggiare la vittoria di Roberto Gambino nel secondo turno delle amministrative siciliane. Una piazza «pacifica», sottolinea il vicepremier, «perché dai palchi non alimentiamo scontri ma incontri».

Tensione sociale. Non c’è argomento che sia tabù nella rissa gialloverde. «Non sei il benvenuto». Uno striscione laconico, senza neanche il nome del destinatario, apre una polemica che rischia di ingrossarsi e che vede, ancora una volta, su parti opposte della barricata Lega e 5 Stelle. Perché la scritta, affissa al secondo piano di una palazzina di Brembate e prontamente rimossa, era destinata a Matteo Salvini, atteso per un comizio. Luigi Di Maio si dice preoccupato della situazione, accusando in sostanza l’alleato di alzare il livello della tensione. «Vedo e sento molto nervosismo in Italia – spiega il capo politico del M5S in un post -. C’è una tensione sociale palpabile, non solo a Roma, come non si avvertiva da anni». Salvini in sua difesa arriva a scomodare addirittura la piaga delle vittime sul lavoro: «L’unica novità negativa sono le decine di minacce di morte contro di me. Per il resto in Italia i reati sono in calo ovunque. Mentre – ecco la stoccata a Di Maio, in qualità di ministro del Lavoro – purtroppo sono in aumento i morti e gli infortuni sul lavoro. La sicurezza degli italiani è aumentata, quella dei lavoratori purtroppo no».

Politica estera

Tensione nel Golfo. Due petroliere saudite sotto attacco, gravemente danneggiate, al largo della costa di Fujairah, airah, negli Emirati Arabi Uniti. Proprio di fronte all’Iran, nelle acque di quel tratto da cui transita il 30% tutto il greggio trasportato al mondovia mare e che presto vedrà un intenso traffico di vedette, portaerei e incrociatori americani. La denuncia lanciata domenica dalle autorità di Emirati e lunedì confermata dall’Arabia lascia molti punti interrogativi. Sul quando, sul come, e soprattutto sul chi. Potrebbe perfino creare il primo solido precedente necessario per dar vita a un casus belli e legittimare così una potenziale azione militare preventiva contro Teheran. Perché, pur senza lanciare accuse dirette, Riad ed Abu Dabi hanno già lasciato intendere chi per loro è il principale indiziato: il regime iraniano. Fermento, interrogativi, poi arriva la smentita delle autorità. Che non chiude la storia perché sono gli Emirati a confermare gli atti di sabotaggio verso alcune navi, anche se non ne avrebbero compromesso la sicurezza. Il Golfo «vibra» con l’incalzare delle informazioni peraltro confuse. Lunedì da Riad sostengono che sono state coinvolte due petroliere saudite, la Amjad e la al Marzoqah. A queste si aggiungono una emiratina, la A. Michel, e una norvegese, la Andrea Victory.

Trump elogia Orban. Donald Trump ha ricevuto ieri a Washington il leader sovranista anti immigrati Viktor Orbán, primopremier ungherese a visitare la Casa Bianca dal 2005. «E’ un grande onore averla nello Studio Ovale», ha detto il presidente americano che ha descritto il suo ospite come un leader «duro ma rispettato», che ha fatto un «lavoro straordinario» e «la cosa giusta sull’immigrazione garantendo la sicurezza del suo Paese». Per Orbán è un’investitura a sole due settimane dalle elezioni europee nelle quali le forze sovraniste sperano di imporsi. «Sono qui per rafforzare la nostra alleanza strategica» ha spiegato il premier ungherese sottolineando che «siamo con gli Usa nella lotta contro l’immigrazione illegale, il terrorismo e le minacce alle comunità cristiane». La sua ultima visita a Washington risaliva a quando era presidente Clinton. Trump invece ha deciso che è venuto il momento di riammetterlo nel gruppo degli amici, tanto per le posizioni politiche simili, a partire da quelle sull’immigrazione, quanto per gli interessi nazionali americani, che vanno dall’obiettivo economico di vendere più gas liquido nella regione, a quello geopolitico di far prevalere la loro visione tra gli alleati Nato.

Un anno di feste nel Regno di Napoli raccontate da Mayer nel 1840

“In ottobre vidi per strada rappresentato mimicamente dal popolo il sacrif‌icio d’Isacco. Davanti alla processione andava un piccolo giovanotto a cavallo con un fardello — Isacco che dev’essere bruciato. Lo seguiva un omaccione vestito da Turco — Abramo, che lo doveva trucidare, e perciò teneva in mano un lungo coltello. Inf‌ine veniva pure un robusto giovanotto, il cui abito color carne ele grandi ali dovevano designarlo come un angelo nudo. Davanti a un’immagine della Madonna Isacco gettò a terra il farder e se stesso di sopra; il turco Abramo lo afferrò per la gola ed estrasse il suo coltello; al che l’angelo s’interpose, e indicò la madre di Dio. Allora il turco levò gli occhi, si inchinò profondamente davanti all’immagine e rimise in tasca il coltello. Così finì il pezzo.

Accompagnati da uno sciame di giovani lazzaroni essi andarono avanti, per rappresentarlo di nuovo cento passi più in là”.

“Vita popolare a Napoli nell’età romantica, Karl August Mayer” (1840)

Un anno di feste – Le puntate precedenti

  1. 17 gennaio – S. Antonio Abate – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-17-gennaio-s-antonio-abate/
  2. La domenica di quaresima – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-la-domenica-di-quaresima/
  3. 19 marzo, San Giuseppe – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-riscopriamo-le-feste-del-regno-di-napoli-san-giuseppe-e-il-mito-delle-zeppole-di-pintauro/
  4. Pasqua – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-riscopriamo-le-feste-del-regno-di-napoli-la-processione-di-pasqua-dei-lazzaroni/
  5. San Gennaro – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-i-tre-giorni-di-san-gennaro/
  6. La pentecoste https://www.ilsudonline.it/un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-la-pentecoste-da-montevergine-alla-madonna-dellarco/
  7. La festa dei gigli – https://www.ilsudonline.it/un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-i-gigli-di-nola/
  8. La festa di San Giovanni – https://www.ilsudonline.it/le-antiche-feste-del-regno-di-napoli-a-san-giovanni-un-mare-di-carretti/

Riflessioni. Perchè le mafie sono il male assoluto

Vincenzo Musacchio, recentemente, ha lanciato l’allarme contro l’indifferenza e sul silenzio che dilaga quando si parla di mafie e sul che rischio di trasmettere ai ragazzi questi comportamenti particolarmente pericolosi. Queste le sue parole: ”Stiamo perdendo il senso della legalità, la misura, il peso, il valore delle regole. Le leggi sono i capisaldi di una collettività e se diventano solo forma senza sostanza, possono essere ritenute facilmente trasgredibili. Bisogna saper insegnare ai nostri giovani il senso della legalità e soprattutto far cessare il vento di silenzio e d’indifferenza che è diventato veramente intollerabile quando si parla di mafie. Si sente tangibile attorno a noi l’indifferenza verso l’argomento a ogni livello. Perché è così difficile poter scrivere e parlare di mafie? E’ un tema così ostico? Parlare di mafie dovrebbe essere un dovere civico di ognuno di noi. È di pochi giorni fa la notizia di quel killer che a Napoli per uccidere un associato di un clan rivale colpisce quasi a morte una bambina di soli quattro anni che si trovava lì per caso con la nonna. Non ci rendiamo conto – perché ormai indifferenti a tutto – a che livelli ci abbassiamo. Peggio degli animali che hanno la fortuna di non uccidersi tra loro per futili motivi o per denaro. Le parole di Peppino Impastato, “la mafia uccide il silenzio pure”, dovrebbero essere scritte all’ingresso di ogni scuola perché il messaggio terrificante è che stiamo educando una gioventù all’indifferenza. Il motivo? Perché abbiamo perso il senso della legalità. I veri valori della vita li abbiamo inesorabilmente persi”. La lotta alle mafie non è cosa semplice. L’unico rimedio, ancora una volta, è l’educazione che ci proviene dalla famiglia e dalla scuola: dobbiamo trasmettere l’idea che le mafie sono il male assoluto. E’ indispensabile l’impegno sociale di ciascuno di noi. Questo cancro in continua metastasi si può combattere solo contrapponendo un’altra cultura, quella della legge, della verità e della giustizia. Dobbiamo educare al rispetto delle regole: oggi regna l’idea che le regole non siano importanti, che siano un fatto trascurabile. Non è così: le regole hanno il potere di cambiare una società, ma con la stessa facilità la loro violazione o peggio il messaggio che sono inutili e trasgredibili possono distruggerla inesorabilmente. Diffondiamo questo messaggio e come diceva Paolo Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”.

Le notizie in evidenza sulle prime pagine dei giornali di lunedì 13 maggio 2019

Fisco. Parte la lotta all’evasione dell’Irpef. Per stanare i possibili evasori le Fiamme Gialle monitoreranno certificazioni uniche, modelli 770 e compensi sopra i 50 mila euro: pronta una lista con i primi 2 mila nomi. A spingere la Gdf ad attivare un’azione mirata sui “comportamenti fiscali” dei lavori autonomi nel 2019 è stato soprattutto il tax gap dell’Irpef dei professionisti – la differenza tra imposte effettivamente versate e le imposte realmente dovute -, che il rapporto Giovannini in materia di contrasto all’evasione, allegato alla Nadef 2018, quantifica al 68,2 per cento, pari a 33,2 miliardi. Intanto un recente studio a cura di Tommaso Di Tarano e Fabio Marchetti per la Fondazione Bruno Visentini, sottolinea come ogni anno profitti per circa 600 miliardi di dollari vengano spostati dalle grandi multinazionali verso paradisi fiscali, dove eludono la grandissima parte del gettito. Secondo l’analisi, il problema della web tax italiana consiste nella difficoltà che l’Agenzia delle Entrate rischia di incontrare quando chiederà le informazioni rilevanti ad aziende Big Tech basate in Irlanda, in Olanda o magari alle Bermude. Si chiedono i fiscalisti: “Quale potere coercitivo può esercitare (un’agenzia italiana, ndr) per costringere un soggetto situato all’estero ad una sia pur minimale collaborazione?”. La proposta della Fondazione Bruno Visentini è dunque più diretta: non tassare i profitti delle Big Tech, ovunque essi siano, ma i flussi di ricavi effettuati in ciascun Paese e in questo caso in Italia.

Welfare. A circa venti giorni dalle prime erogazioni della tessera del reddito di cittadinanza, il presidente Inps e poi il ministro del Lavoro Di Maio hanno già annunciato che avanzerà 1 miliardo sui 5,6 stanziati per quest’anno. Il milione di domande inviate all’Inps non è in fondo lontano dalla platea stimata dal governo di 1 milione e 248 mila famiglie (su 1,8 milioni contate da Istat). La quota di quelle accettate — 750 mila — è già il 60% del potenziale. E siamo solo a maggio. Eppure Di Maio vuole una sterzata, come confermato anche dallo stesso Tridico. “Nei primi due mesi sono arrivate più di un milione di domande. L’ultimo dato a mia disposizione ne conta precisamente 1.125.396, circa 120mila in più del 30 aprile. Ciò significa che le richieste procedono a un ritmo di mille al giorno. La percentuale di quelle accolte dovrebbe aggirarsi attorno al 75 per cento”. Poi Tridico annuncia novità per chi al momento è escluso dal reddito di cittadinanza perchè l’anno precedente la richiesta aveva un lavoro: “La bozza di provvedimento è sul mio tavolo, spero possa essere discussa in Parlamento al più presto, forse già alla fine di questo mese. Si potrà fotografare il reddito corrente, e ciò permetterà ai disoccupati in particolari situazioni, percettori di sussidio di disoccupazione o disoccupati da oltre diciotto mesi, di accedere al reddito”. Infine un giudizio su quota 100: “Siamo assolutamente in linea con le previsioni”. Sempre in tema pensioni, Claudio Durigon, sottosegretario leghista al Lavoro, chiarisce il caso del taglio sulle pensioni d’oro da cui sarebbe escluso chi ha cumulato i contributi: “Ho sentito l’Inps per verificare gli aspetti tecnici. La circolare sarà cambiata”.

Politica interna

Tensioni nel governo. Continuano le tensioni a distanza tra M5S e Lega. Matteo Salvini punta le proprie fiches sul rinnovo del Parlamento di Strasburgo, come dice in un comizio a Fossano, in provincia di Cuneo: “Ci dovete aiutare ad andare in Europa come primo partito europeo, la Lega primo partito europeo, per andare a riprenderci le chiavi di casa nostra. Il 26 maggio non sono elezioni europee, è un referendum tra la vita e la morte, tra passato e futuro, tra Europa libera e stato islamico basato su precarietà e paura”. Risponde Di Maio, da San Giovanni Rotondo: “L’ultimo che ha parlato di referendum è stato Renzi e non gli è andata bene. Io non sfido gli italiani, io li rappresento e voglio lavorare per rappresentarli”. E ancora: “Gli italiani scelgono in libertà alle elezioni europee, dovranno scegliere tra chi si vuole tenere gli indagati per corruzione nelle istituzioni e chino. Chi abbassa le tasse nei comizi e chi lo fa davvero”. Nel primo pomeriggio Salvini risponde a Lucia Annunziata a In mezz’ora in più e rilancia sul decreto sicurezzabis perché “costa poco e aiuta la sicurezza”. E ai grillini dice: “Al governo siamo per i sì, con i no non si aiuta il Paese”. La resa dei conti nel governo pare avere una data precisa: lunedì 20 maggio, giorno del prossimo Consiglio dei Ministri, l’unico e ultimo prima del voto per le Europee. Prima, Di Maio e Salvini non avranno alcun incontro, nè alcun vertice a tre con il premier Conte. Così, il tavolo della riunione di governo rischia di trasformarsi nell’ultimo ring elettorale tra i palazzi romani, con al centro le questioni identitarie di Lega e Movimento.

Caso Fazio. Come annunciato ieri in diretta da Fabio Fazio, la trasmissione Che Fuori Tempo che Fa, che va in onda il lunedì in seconda serata, chiuderà i battenti con tre puntate di anticipo: “Un avviso al nostro pubblico, per tutti coloro che ci seguono al lunedì, vorrei ricordavi che domani (oggi per chi legge, ndr) sarà la nostra ultima puntata. Ci è stato comunicato che le ultime tre previste non andranno in onda”. La spiegazione offerta dall’ufficio stampa è che si tratta di una decisione autonoma della rete che fa capo a Teresa De Santis, vicina alla Lega. Ma dallo staff dell’ad Fabrizio Salini si fa sapere che il manager è “molto irritato” per la vicenda di Fazio al punto di aver convocato oggi la De Santis, direttore di rete e il direttore editoriale e palinsesti. “Io non ne sapevo niente, non sapeva niente tutto il resto del Cda e si potrebbe aprire un dibattito su cosa sanno e cosa non sanno i consiglieri della Rai, ma questo adesso importa forse solo a noi, anche se ha il suo significato”. Così Rita Borioni, consigliera di amministrazione Rai vicina al Pd. “Penso si voglia dare una bella botta a questa azienda, al servizio pubblico. Penso anche che Fabio Fazio sia diventato il capro espiatorio di una situazione, di un clima interno ed esterno che vede in lui un bersaglio da colpire”.

Politica estera

Vaticano. Alle 22 di sabato, in uno stabile occupato in via Santa Croce in Gerusalemme a Roma, dopo una settimana senza corrente, è tornata la luce. Merito di monsignor Konrad Krajewslci, l’Elemosiniere di Papa Francesco, che ha rotto i sigilli in favore delle 450 persone di 18 diverse nazionalità che vivono nell’ex sede Inpdap. Racconta la missionaria laica Adriana Domenici, che sabato ha avvisaro monsignor Konrad della situazione drammatica: “Lunedì, dopo la sospensione dell’energia elettrica, abbiamo contattato il Comune. Martedì ci è stato detto che l’allaccio sarebbe stato ripristinato in 24 ore, ma non è avvenuto. Il cardinale ha promesso: se entro le 20 non succede niente, ci penso io. E così è stato”, dice. Immediata la reazione della politica. “Conto che l’Elemosiniere del Papa paghi anche i 300 mila euro di bollette arretrate e aiuti anche tutte le famiglie italiane in difficoltà”, commenta il ministro Salvini. Toni decisamente diversi quelli di Luigi Di Maio in difesa del Pontefice, contestato ieri da Forza Nuova: “Non c’è limite alla vergogna. La mia vicinanza a Papa Bergoglio e a tutti coloro che al suo fianco si impegnano per un futuro migliore. E più umano”. L’interventismo sociale di Papa Francesco si basa su due principi, la presa d’atto del vuoto di rappresentanza politica sindacale e la scelta di campo a favore dei poveri, con il duplice effetto di un monito alla politica che esclude i più deboli e di un richiamo alle gerarchie ecclesiastiche tradizionaliste ed elitarie, alle quali indica il modello di una Chiesa “povera per i poveri”, al posto dell’alleanza trono-altare a difesa dello status quo. Ed è un modo anche per riprendere saldamente in mano il timone della barra di Pietro scossa da scandali, lotte di potere e spaccature.

Elezioni europee. Ieri Stanislas Guérini, numero due di En Marche, ha incontrato il segretario del Pd Zingaretti a Torino, confermando la propria proposta: una coalizione di gruppi diversi da formare subito dopo il voto del 26 maggio: socialisti, Verdi e il nuovo gruppo liberaldemocratico che nascerà con gli europarlamentari del presidente francese e il vecchio gruppo dell’Alde di Guy Verhofstadt. Scopo della coalizione è arginare le forze sovraniste, ma anche avere forza negoziale quando si siederà al tavolo con il Partito Popolare Europeo della Merkel. En Marche tuttavia non chiede al Pd di abbandonare il partito socialista europeo. Il Pd potrebbe essere interessato ad un asse con Macron, tanto più perchè il movimento del capo dell’Eliseo sta vivendo un momento di difficoltà nei rapporti internazionali, con gli spagnoli di Ciudadamos che non offrono sufficienti garanzie. “Il motto è “uniti nella diversità”. Su molti temi europei siamo già d’accordo: salario minimo, Banca per il Clima, bilancio unico per l’eurozona. Era urgente cominciare a costruire un fronte contro i sovranisti che tessono già alleanze”, dice Caterina Avanza, oggi candidata Pd, ma nel 2016 protagonista della campagna di En Marche: “Il progetto di Macron è superare l’Alde e costruire una forza di centro che possa poi allearsi con i socialdemocratici e i Verdi. Vediamo cosa succederà dentro al Ppe rispetto ai sovranisti. Ma se il gruppo voluto da En Marche costruirà un’alleanza con socialdemocratici e Verdi la sfida di fare una maggioranza alternativa senza Ppe non è impossibile”.

Le feste nel Regno di Napoli. Banchetti e danze in onore di Sant’Anna

“A un’altra festa religiosa di carattere paesano, assistetti il 26 luglio, il giorno di Sant’Anna, a Capodimonte. Anche qui mancarono affatto simposii, banchetti e danze. La festa consisteva soltanto nello smagliante addobbo della chiesa — davanti alla sua porta avevano collocato fontane artificiali — nella processione alla quale la confraternita del villaggio, prese parte nel suo costume, insieme con la banda fatta venire da Napoli, e tra esse giovani con castagnette si intromisero non chiamati; e, a sera, nella generale illuminazione, che già aveva avuto luogo nei due giorni precedenti. Anche questa festa si chiuse con un fuoco d’artificio, al che ognuno si separò con molta maggiore allegria, col ventre vuoto. Di questo genere sono tutte le piccole feste ecclesiastiche nei villaggi”.

da “Vita popolare a Napoli nell’età romantica, Karl August Mayer”

Un anno di feste nel Regno di Napoli – Le puntate precedenti

  1. 17 gennaio – S. Antonio Abate – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-17-gennaio-s-antonio-abate/
  2. La domenica di quaresima – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-la-domenica-di-quaresima/
  3. 19 marzo, San Giuseppe – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-riscopriamo-le-feste-del-regno-di-napoli-san-giuseppe-e-il-mito-delle-zeppole-di-pintauro/
  4. Pasqua – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-riscopriamo-le-feste-del-regno-di-napoli-la-processione-di-pasqua-dei-lazzaroni/
  5. San Gennaro – https://www.ilsudonline.it/laltra-storia-del-sud-un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-i-tre-giorni-di-san-gennaro/
  6. La pentecoste https://www.ilsudonline.it/un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-la-pentecoste-da-montevergine-alla-madonna-dellarco/
  7. La festa dei gigli – https://www.ilsudonline.it/un-anno-di-feste-nel-regno-di-napoli-i-gigli-di-nola/
  8. La festa di San Giovanni – https://www.ilsudonline.it/le-antiche-feste-del-regno-di-napoli-a-san-giovanni-un-mare-di-carretti/

Le grandi bugie sul Sud. Il Posto Fisso? Ora si è spostato al Nord.

Antonio Troise

Checco Zalone, ha fatto solo un errore nel suo “Quo Vado”, il film campione di incassi che prende in giro l’ossessione degli italiani per il posto fisso. L’errore è stato quello di ambientare le scene principali in un piccolo paesino della Puglia, fra le scartoffie e le scrivanie di un inutile ufficio pubblico. Un errore, tutto sommato, perdonabile: il comico sarà stato condizionato dalle sue radici baresi. Ma, certo, non dai dati ufficiali dell’Istat. Che raccontano un’Italia molto diversa da quella andata in scena sul set del comico barese. Probabilmente, se avesse letto i dati del “censimento permanente delle istituzioni pubbliche” del 2016 (l’unico attualmente disponibile), avrebbe ambientato il suo film in qualche piccolo Paese in provincia di Mestre o di Bergamo. E magari averebbe chiamato il suo protagonista Cazzaniga, Brambilla o magari Zambon. Tutti figli del profondo Nord, diventata la vera terra del “posto fisso”, smentendo anni di luoghi comuni e di slogan contro i terroni. E, invece, c’è poco da fare: anche i più convinti anti-meridionalisti devono rassegnarsi. E se proprio non vogliono chiedere scusa, almeno ad oggi in più dovrebbero utilizzare altri argomenti per continuare a puntare l’indice contro il Sud degli sprechi e dell’assistenza. Sul versante del pubblico impiego la situazione è, neanche a dirlo, capovolta. Impossibile? Macchè. Se mettiamo in fila i dati ufficiali, quelli con il bollino dell’Istat, scopriamo che fra il 2011 e il 2015, vale a dire negli anni più pesanti della recessione, il Centro-Nord ha continuato a ingrossare le fila del suo esercito degli statali, circa 26mila in più. Mentre nel Mezzogiorno, invece, la cura dimagrante ha espulso dagli uffici pubblici oltre 14mila unità. Numeri che capovolgono l’opinione comune di un Sud “avviluppato all’impiego pubblico”, sentenziano gli esperti della Svimez, l’associazione guidata da Adriano Giannola. E, la situazione diventa ancora più evidente se consideriamo un altro dato, cioè il numero dei dipendenti pubblici in rapporto alla popolazione. Il record, ovviamente, spetta di diritto al Centro, dove la differenza la fa Roma Capitale: qui troviamo 5 lavoratori in carico allo Stato ogni cento abitanti.
Ma nel ricco Nord-Est, dove non ci sono ministeri ma c’è la capitale “produttiva” del Paese, il rapporto è inferiore di appena un punto decimale. 4,9 dipendenti ogni cento abitanti. Nel Sud, invece, la quota scende a 4,5. E, in ogni caso, siamo al di sotto della media nazionale, che si attesta a quota 4,6. Numeretti che smontano, definitivamente, il luogo comune dell’esercito meridionale dei dipendenti pubblici.
Ma il dato più eclatante è un altro. Il travet di Stato, strenuamente impegnato nella difesa del posto fisso a tutti i costi, non parla più napoletano o calabrese. Ma, piuttosto, il milanese e il veneto, giusto per smentire un altro dei clichè più abusati nel Paese delle due Italie. Sempre fra il 2011 e il 2015, infatti, il taglio dei contratti a tempo indeterminato, nel Sud è stato quasi il il triplo rispetto al Centro-Nord: -5,8% contro l’1,7%. In termini assoluti, nel Mezzogiorno hanno detto addio al posto fisso quasi 26mila lavoratori, nel centro Nord solo 17mila. Il risultato è che da Napoli in giù, perfino chi aspira ad un posto nelle braccia di mamma-Stato si è rassegnato a un contratto a termine o precario. L’esempio più clamoroso, da questo punto di vista, è quello della Calabria. Qui i dipendenti pubblici con un rapporto di lavoro part time sono passati dai 250 del 2011 a 3.770 nel 2015. Una vera e propria impennata. Che cosa è successo? Molto probabilmente le regioni meridionali hanno deciso di anticipare, in qualche modo, la ricetta lanciata proprio nelle ultime settimane dal M5s: lavorare meno per lavorare tutti. Nel Sud ci si è mossi in anticipo, ma con una variante significativa: non solo è stato ridotto l’orario ma anche il salario. “Una sorta di condizione sociale delle risorse a disposizione – scrivono alla Svimez – volta a garantire occupazione al maggior numero di persone consentito dalla legge”.

Il Commento. Nel Sud più disoccupati dell’intera Germania: così il Paese si spacca

Antonio Troise

Un popolo di santi, poeti, navigatori. E disoccupati. Restiamo di sasso a leggere le ultime cifre snocciolate dall’Eurostat, l’ufficio di statistica europeo, sul fronte del lavoro. Soprattutto quando scopriamo che il Sud e le isole, 20 milioni di anime, un terzo della popolazione italiana, ha più disoccupati di lunga durata dell’intera Germania, che di abitanti ne ha quattro volte tanti, 80 milioni. Ma c’è di più. Campania e Calabria, da sole, hanno gli stessi disoccupati dell’intero Regno Unito. Un vero e proprio record.
Certo, le cose vanno sicuramente meglio al Nord. Anzi, da questo punto di vista, la distanza che c’è fra il Nord-Est e il Mezzogiorno è la stessa che separa la Germania dalla Grecia. Il tasso di disoccupazione, nel Sud, è triplo. Così come il rischio di cadere in povertà. In pratica due Paesi in uno, con il divario più profondo e più antico dell’intero Occidente e con un effetto a cascata su tutte le statistiche che ci toccano da vicino e che ci portano sempre agli ultimi posti nella speciale classifica dell’economia. Siamo fanalino di coda, ad esempio, per la disoccupazione di lunga durata. Ma anche per la crescita economica. Per non parlare, poi, del debito pubblico: le nostre performances continuano a far suonare campanelli di allarme in Europa e sui mercati.
Ultimi per occupazione e sviluppo, ma primi per ricchezza accumulata e risparmio: da questo punto di vista non ci batte proprio nessuno, neanche i panzer tedeschi. Le nostre famiglie hanno un patrimonio fra i più solidi del mondo. Anche se, per il 50%, rappresentato dagli immobili.
Una contraddizione? No. Molto semplicemente, è il prezzo che gli italiani continuano a pagare in un Paese che si ritrova in panne da almeno vent’anni, che non offre prospettive di medio periodo e dove la recessione ha colpito più a fondo rispetto agli altri partner europei. Nel dopoguerra il risparmio è stato utilizzato per ricostruire un paese distrutto. Poi, negli anni del boom, ha dato slancio all’economia, proiettandoci nel ristretto club delle nazioni industrializzate. Nel 2019, le famiglie, risparmiano per la “paura” del futuro e per l’assenza di certezze nell’immediato. Unica differenza è che prima, nell’Italia rurale, i soldi si conservavano sotto il materasso. Oggi, sotto il “mattone”, bene rifugio per eccellenza ma sempre più tartassato dal fisco.
Gli italiani hanno sempre dato il meglio nei periodi più difficili. E’ già successo tante volte in passato. Ma se davvero si vuole invertire il trend, risalire le classifiche e riunire il Paese, c’è bisogno più che mai di stabilità politica e di certezze economiche. Senza questi due elementi continueremo a fare i conti con la Grecia di casa nostra e con tutti i costi sociali di uno sviluppo dimezzato. A cominciare, ovviamente, dall’emergenza lavoro.

Sorpresa, siamo più ricchi della Germania: ecco perchè nessuno se ne accorge…

Povertà pubblica e ricchezza privata. Siamo al quarto posto fra gli Stati più indebitati al mondo ma le famiglie, al contrario, sono patrimonialmente molto solide. Perfino più solide dei panzer tedeschi, anche se, considerando la ricchezza pro-capite, la Germania ci ha quasi raggiunto. Insomma: sorvegliati speciali per i conti pubblici e fanalino di coda per la crescita ma saldamente al primo posto in Europa per la ricchezza accumulata dai cittadini. Un risultato ancora più clamoroso se si considera il nostro contesto economico, caratterizzato da un Pil “stagnante” e da stipendi fermi ormai da vent’anni. Insomma, nell’istantanea sullo stato patrimoniale degli italiani, scattata ieri da Istat e Bankitalia, le luci e le ombre si alternano senza soluzione di continuità. “E’ vero che siamo un popolo di formichine ma è anche vero che tutto questo risparmio non si traduce in crescita economica – spiega Giuseppe Roma, uno dei più noti sociologi italiani, direttore della Fondazione Censis e a capo del “think tank” sulle città – Con la liquidità disponibile gli italiani comprano essenzialmente due cose: la casa o i Bot. Quasi mai, questa enorme quantità di risorse, viene dirottata sulle attività produttive o sui nuovi investimenti. Da questo punto di vista siamo ancora un Paese rurale. Solo che prima gli italiani mettevano i soldi sotto il materasso, oggi sotto il mattone”.

I dati, da questo punto di vista, sono inequivocabili. A fine 2017, si legge nel rapporto Bankitalia-Istat la ricchezza delle famiglie italiane è tornata a crescere raggiungendo la cifra astronomica di 9.743 miliardi di euro, quasi cinque volte in più rispetto al debito pubblico accumulato dal Paese e con un incremento dell’1% rispetto all’anno precedente. Copione diverso sul fronte delle imprese non finanziarie, dove il patrimonio è diminuito di 23 miliardi attestandosi a poco più di mille miliardi di euro.

Attenti, però: circa il 50% della dote disponibile è stata utilizzata per acquistare immobili. Un portafoglio che vale 5.246 miliardi di euro. E tutto questo nonostante il calo dei prezzi delle case che dura ormai dal 2012 e che ha determinato una forte riduzione del valore medio delle abitazioni. “Non è un dato che dovrebbe sorprenderci – commenta Giuseppe Roma – nella prima fase della Repubblica, dopo la guerra, il risparmio è stato utilizzato per la ricostruzione. Poi, lo abbiamo speso per acquistare la prima casa. Oggi, invece, è un risparmio figlio della paura economica e dell’incertezza”. Una sorta di “polizza” sul futuro. Anche perché, nel frattempo, il reddito continua a segnare il passo, tanto da essere inferiore di 8,4 volte rispetto alla ricchezza delle famiglie.

Ma la gamba che manca al risparmio individuale per trasformarsi in ricchezza collettiva è quella finanziaria. “Spendiamo tantissimo in medicine o per curarci ma sono pochi gli italiani che hanno una polizza sanitaria – insiste Roma – Che cosa significa? Semplice: che gli italiani continuano a fidarsi molto poco degli intermiediari. E’ vero che bruciano ancora, nella memoria, eventi più o meno recenti. Ma è il sistema che continua ad essere ostico e opaco per i risparmiatori. Non mi riferisco solo a coloro che acquistano titoli e che, quindi, si assumono dei rischi. Ma anche a chi, invece, vorrebbe sottoscrivere una normale polizza assicurativa o acquistare prodotti finanziari”. I motivi? “Non ci sono consulenti al servizio delle famiglie. E abbiamo sistema di regole complesso e per molto aspetti indecifrabile per i cittadini”.

IL COMMENTO. Conti pubblici, perchè l’Italia rischia grosso in Europa

Antonio Troise

L’Italia torna ad essere sorvegliato speciale in Europa. Crescita al lumicino, deficit alle stelle, per non parlare poi della valanga, incontenibile, del debito pubblico. Le “previsioni” di primavera che arrivano da Bruxelles sono impietose. E’ vero che il rallentamento è globale e interessa un po’ tutto il Vecchio Continente. Ma da noi è molto più marcato. La Commissione Europea, infatti, ha rivisto al ribasso lo già striminzito 0,2% di aumento del Pil annunciato qualche mese fa. Se tutto andrà bene, la crescita sarà più contenuta, lo 0,1%, con un effetto trascinamento sul 2020, che dovrebbe chiudere a quota 0,7%. E’ vero che siamo usciti dalla recessione, ma solo per entrare in una fase che gli economisti chiamano “stagnazione”. Al di là dei tecnicismi, c’è poi un dato inequivocabile: siamo il fanalino di coda dell’economia europea.

Quello che più preoccupa la Commissione è però il deficit. Senza interventi correttivi e, soprattutto, se non troveremo misure alternative all’aumento dell’Iva, il rischio è di sforare clamorosamente la soglia del 3%. E il conto da pagare potrebbe arrivare fino ai 30 miliardi di euro già da quest’anno nel caso in cui Bruxelles chiedesse all’Italia di rispettare gli impegni sottoscritti. C’è poi il debito, il vero “buco nero” della nostra finanza, che potrebbe raggiungere un nuovo record, schizzando al 133% del Pil. Per non parlare, poi, degli effetti della frenata dell’economia sulla disoccupazione. Su questo fronte potrebbe giocare un brutto scherzo perfino il reddito di cittadinanza, che spingerebbe buona parte della popolazione attiva ad iscriversi nelle liste per ottenere il sussidio.

Naturalmente, per ora, Bruxelles rispetta la tregua elettorale. La resa dei conti slitta a giungo, quando saranno più chiari i numeri del disavanzo. Ma, al di là della trattativa con l’Europa è sempre più evidente che, nelle prossime settimane, il governo Conte sarà chiamato a confrontarsi con la realtà dei numeri che arrivano dall’economia reale. E, a qual punto, le chiacchiere e i litigi, conteranno meno di zero. Anzi, potrebbero essere ancora più dannosi.

Certo, nell’esecutivo c’è ancora chi spera negli effetti espansivi del decreto crescita e di quello sblocca-cantieri approvati qualche giorno fa. Ma è evidente che, anche se tutto filasse per il verso giusto e se i provvedimenti, miracolosamente, diventassero operativi a tempo di record, difficilmente faranno sentire i propri effetti quest’anno. Di fronte ai numeri arrivati ieri da Bruxelles, occorrerebbe uscire dalle sabbie mobili della contesa permanente fra Lega e Cinquestelle mettendo in campo una strategia concreta contro la nuova crisi. Altrimenti, prima ancora delle sanzioni di Bruxelles, saranno i mercati a far sentire la propria voce. Con un conto salatissimo per cittadini ed imprese.