Dal Cardarelli di Napoli a Monopoli, retata negli ospedali dei furbetti del cartellino

Si allontanavano dal posto di lavoro, o non lo occupavano affatto, per andare al mare o in palestra, fare shopping o svolgere commissioni personali. Eppure figuravano regolarmente in servizio. Il copione è sempre lo stesso ma stavolta tra i “furbetti del cartellino” ci sono medici, infermieri, impiegati delle aziende sanitarie del Cardarelli di Napoli e dell ospedale di Monopoli, nel Barese: 118 in tutto gli avvisi di garanzia notificati ieri a conclusione di due distinte inchieste giudiziarie. Anche due primari sono stati presi nella rete. E sono finiti nei guai pure autisti di ambulanze che scorazzavano per fatti propri usando i mezzi di soccorso. Una dipendente mandava il figlio di 13 anni a timbrare al posto suo mentre lei se ne restava a casa e un infermiera incaricava quasi ogni mattina un parcheggiatore abusivo di marcare il proprio badge nell apposita macchinetta all ingresso del nosocomio. Anche stavolta gli assenteisti sono stati incastrati dalle telecamere nascoste

S installate dagli investigatori dopo lunghe e accurate indagini fatte di accertamenti documentali, controlli a distanza e pedinamenti. Sono 62 gli indagati al Cardarelli di Napoli, la più grande struttura sanitaria pubblica del Sud Italia. Gli episodi rilevati, in questo caso, sono precedenti all entrata in vigore, nei mesi scorsi, della rilevazione delle presenze tramite le impronte digitali. I reparti di pneumologia e oncologia, qui, sarebbero i più falcidiati dalle assenze: sembra che talvolta sparissero 8-9 dipendenti alla volta, primari compresi, rendendo insufficiente l organico con conseguenze sull efficienza dei servizi. Nessuna categoria di lavoratori sarebbe stata risparmiata dalla “retata” della polizia: centralinisti e portantini, e persino un sindacalista e un consigliere comunale di un popoloso centro del napoletano che solo tra il 19 luglio e il 27 settembre del 2018 avrebbe timbrato al posto dei colleghi per quasi 30 volte. Al San Giacomo di Monopoli gli inguaiati dalle ordinanze della magistratura, eseguite dai carabinieri, sono 46 (13 agli arresti domiciliari): tra loro dirigenti medici, operatori tecnici e assistenti amministrativi. Con le loro assenze i dipendenti dell ospedale pugliese hanno messo insieme, nel solo periodo che va da ottobre 2018 a gennaio 2019, un totale di 660 ore di servizio sottratte alla struttura, con un danno economico per la Asl di Bari di circa 25mila euro.

Le accuse, per gli inquisiti nelle due operazioni di polizia – che oltre a subire le misure cautelari del caso verranno assoggettati anche a procedimenti di disciplina – vanno, a vario titolo, dalla truffa aggravata ai danni dello Stato al peculato fino al falso ideologico (per attestazioni e certificati fasulli).

Una decina di giorni fa erano stati arrestati 12 dipendenti del vicino ospedale di Molfetta. «Questi signori non hanno capito che la musica è cambiata – ha commentato il ministro della Salute, Giulia Grillo –, perché non solo andremo a scovare ogni episodio del genere ma chiedo per questi farabutti il licenziamento immediato». © RIPRODUZIONE RISERVATA Sono 118 in tutto gli avvisi di garanzia per dipendenti del Cardarelli e del San Giacomo. Misure cautelari anche per primari, infermieri e personale amministrativo. Il ministro della Salute, Giulia Grillo: «Saranno licenziati» La polizia all ospedale Cardarelli di Napoli

Almaviva, riesplode la protesta: 1600 posti a rischio a Palermo

Almaviva deve essere affezionata al numero 1.600. Dopo aver licenziato questo numero di lavoratrici e lavoratori – per la precisione 1.666 – a Roma nel natale del 2016, ora minaccia di aprire un altra procedura di licenziamento collettivo per lo stesso numero di dipendenti a Palermo.

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno: da tempo l azienda leader nei call center in Italia aveva paventato la misura per la sede del capoluogo siciliano. Solo che ne ha aumentato il numero di 300 unità in un batter d occhi. E chissà che la quota non aumenti nuovamente. Rispetto al totale di circa 2.600 dipendenti del sito, da anni alle prese con ammortizzatori sociali.

Ieri mattina lavoratrici e lavoratori palermitani erano in presidio sotto la prefettura sperando che dal tavolo sull intero settore dei call center e Tlc convocato al Mise a Roma arrivassero buone notizie.

SPERANZE SUBITO DELUSE: l assenza del governo – né Di Maio né alcun sottosegretario erano presenti alla riunione – ha reso inutile il tavolo.

«Si è trattato di un tavolo finto – attacca il segretario nazionale della Slc Cgil Riccardo Saccone – . Doveva esserci Di Maio, e Di Maio non c era. Si è trasformato in un convegno, uguale ad altri due incontri fatti nei mesi scorsi al Mise con il solo obiettivo di prendere altro tempo e non di discutere dei problemi concreti del settore e delle migliaia di licenziamenti nelle varie crisi aperte a partire da Almaviva Palermo».

IN UNO SCARNO E IMBARAZZATO comunicato il Mise ha fatto sapere che «il tavolo convocato con operatori e parti sociali, a cui hanno partecipato le agenzie governative Anpal e Inapp, è servito a mettere in piedi un percorso per risolvere quella che è una crisi strutturale del settore» mentre «il governo è impegnato quotidianamente sui tavoli di crisi che coinvolgono alcune aziende di settore, in primis il caso Almaviva Contact a Palermo, per il quale Mise e il ministero del Lavoro hanno già avviato delle interlocuzioni con i committenti». In realtà al ministero del lavoro la settimana scorsa si era discusso di nuovi ammortizzatori sociali per Palermo per impedire i licenziamenti con la notizia della convocazione del Mise per oggi: per questo i lavoratori palermitani avevano tante aspettative. E per questo le reazioni al flop romano sono state furiose. Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom e Ugl da Palermo hanno chiesto che «quest emergenza vada affrontata subito con un tavolo ministeriale dedicato al caso di Almaviva Palermo: non è possibile che due multinazionali come Tim e Wind 3 malgrado abbiano contratti in corso con Almaviva non li rispettino e dichiarino da un momento all altro di dover tagliare i volumi di traffico garantiti fino al 60 e al 70 per cento. Palermo non può permettersi questo dramma sociale».

I PROBLEMI DI PALERMO – come di altri call center in Italia – riguardano due aspetti. Il primo è la delocalizzazione: gli abbonati Tim e Wind 3 che chiamano il servizio clienti si sentono rispondere sì da Almaviva, ma dalla Romania. Il secondo è che serve un vero ricambio del concetto di call center, tramutandoli in assistenza clienti per servizi digitali.

In questo quadro il Mise può fare molto. È lui a dispensare licenze per tutti gli operatori: potrebbe almeno negarle a chi delocalizza e imporre un costo orario al minuto superiore all attuale – e quasi vergognoso – 0,43 euro con cui vengono fatte le gare di appalto nel settore.

Lavoratrici e lavoratori di Almaviva Palermo intanto continuano la loro battaglia. Annunciando una nuova manifestazione nei prossimi giorni: «un corteo che andrà a Palazzo d Orleans (sede della Regione, ndr) e non smetteremo la nostra mobilitazione fino a quando questo governo non avrà capito che la crisi va affrontata con un progetto che metta le premesse allo sviluppo e all occupazione del settore». Tim e Wind 3 hanno annunciato il taglio delle commesse ma ora si risponde dalla Romania La protesta dei lavoratori Almaviva Palermo contro i 1.600 licenziamenti

Concorsopoli all’università, scandalo o sistema

Anche nel caso della vicenda dei “concorsi truccati” di Catania si rischia
il solito repertorio: gli organi di informazione si occupano dello
“scandalo” per qualche giorno, mentre nell’Università si sta a guardare o
si parla d’altro. Poi tutto come prima, anzi peggio.
1. Il reclutamento è sempre stato fatto dal maestro e con la legge
Berlinguer anche l’avanzamento
Tutti sanno che la cooptazione personale nei concorsi universitari, a
tutti i livelli (dai posti di dottorato a quelli di ordinario), è LEGGE: da
sempre le norme hanno consentito al maestro di scegliere il proprio allievo
per la formazione e il reclutamento in ruolo (prima nel ruolo di
assistente, e dal 1980 in quello dei ricercatori) e, dalla legge Berlinguer
del 1999 in poi, anche per i posti di associato e di ordinario (v. nota).
Per coprire la cooptazione personale, con gli annessi fenomeni di
localismo, clientelismo e nepotismo, si mantengono i finti concorsi locali
e le abilitazioni scientifiche (concorsi senza posti), foglie di fico
queste ultime per mantenere tutta la sostanza delle cooptazioni personali.

2. E gli organi universitari? E i docenti?
Anche questa volta nessun organismo di Ateneo o nazionale metterà in
discussione l’attuale assetto normativo che favorisce e tutela la
cooptazione personale?
Ci sarà qualche docente che lo farà oppure ci si limiterà a parlare di
casi isolati?

3. Invece del concorso locale, un “buono posto”
Qualche tempo fa alcuni docenti hanno pubblicamente dichiarato che deve
essere diritto/dovere del maestro scegliere il proprio allievo e che quindi
vanno aboliti i concorsi. Una soluzione questa che certamente farebbe
risparmiare tempo e denaro e che ridurrebbe al massimo gli “incidenti”
giudiziari. Ciò in realtà equivarrebbe ad assegnare al maestro un “buono
posto” che gli consentirà di scegliere senza infingimenti il proprio
allievo; al maestro, esplicitamente e limpidamente, e non, come nella
finzione attuale, al dipartimento e all’ateneo. Il modello degli
“abolizionisti” è quello statunitense, dimenticando che l’accademia
italiana ha una “tradizione” che rende altamente improbabile la scelta di
chi non sta nella stanza accanto (v. il documento “Sostituiamo i finti
concorsi con il ‘buono posto’” nel sito dell’ANDU).

4. Lorenzo Fioramonti, attuale vice-ministro, nel 2010 sulla cooptazione
Una descrizione perfetta dello stato di sottomissione anche umana
determinata dal sistema della cooptazione personale è stata fatta nel
dicembre del 2010 da Lorenzo Fioramonti, allora “ricercatore precario
all’Università di Bologna” e ora vice-ministro del MIUR. Fioramonti
scriveva tra l’altro: “Chi entra nell’università viene inserito in un vero
e proprio ingranaggio che lascia poco o nessuno spazio all’innovazione. Il
talento, anche quando c’è, viene negato ed avvilito.”  E poi: “I tagli
imposti dal nostro ministro renderanno ancora più difficile sottrarsi
all’assetto baronale dell’accademia italiana. Meno soldi e chiamata
diretta. Quindi, aspettatevelo pure, assisteremo ad una nuova fase di
nepotismo dilagante, con i poveri ricercatori a sgobbare dalla mattina alla
sera pur di assicurarsi gli avanzi. Disposti a tutto pur di essere chiamati
a fare qualche lavoretto.”  Per leggere l’intervento del 2010 di Fioramonti
v. sito.

5. Filippomaria Pontani: “Il familismo accademico e la legge”
Si segnala un recente intervento fuori dal coro di Filippomaria Pontani
(“Il familismo accademico e la legge”) che propone un’alternativa ai
concorsi locali e cioè l’introduzione di prove nazionali a tutti i livelli,
nella direzione prevista dalla Proposta del Legge Torto in discussione alla
Camera. Per leggere l’intervento di Pontani v. sito.

6. L’ANDU alla Camera pochi giorni prima dello “scandalo”
E proprio alcuni giorni prima che scoppiasse lo “scandalo” di Catania,
nell’Audizione alla Camera del 12 giugno 2019, l’ANDU aveva, tra l’altro,
sottolineato come nella PdL Torto “si confermano a tutti i livelli i finti
concorsi locali e le prove locali per mantenere il controllo personale da
parte del “maestro” sul reclutamento e sugli avanzamenti del proprio
allievo. Occorrerebbe invece prevedere a tutti i livelli che le scelte
venissero operate da parte di commissioni nazionali con tutti i membri
sorteggiati tra tutti i docenti, escludendo quelli appartenenti agli Atenei
direttamente interessati ai concorsi o alle prove e consentendo la presenza
di non più di un docente dello stesso Ateneo” (v. il documento “Camera:
sempre precariato e localismo” dove si trova anche il link del video
dell’audizione. Per leggere il documento v. sito).

7.  La terza fascia di ruolo o la terza fascia precaria
Le PdL Torto e Melicchio sul reclutamento dei ricercatori saranno discusse
nell’Aula della Camera a partire da 29 luglio 2019. Cliccare qui.
Nell’audizione alla Camera l’ANDU ha evidenziato come con la PdL Torto “si
introduce una “nuova” figura subalterna di ricercatore a tempo
indeterminato. Occorrerebbe invece prevedere una terza fascia di
professore, con le stesse mansioni e con lo stesso stato giuridico
(compresa l’età di pensionamento) degli associati e degli ordinari.”
La messa a esaurimento del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato è
stato attuato nel 2010 con la cosiddetta Legge Gelmini proprio per
sostituirli con una terza fascia di precari usa e getta, sparpagliata in
una giungla di figure, in numero quasi uguale a quello dei docenti di
ruolo, con “giovani” che spesso a oltre 40 anni non sanno ancora cosa
faranno da “grandi”.
Opporsi alla introduzione della terza fascia di ruolo equivale a volere
mantenere la terza fascia precaria, ricercando uno sbocco in ruolo nella
fallimentare figura del ricercatore di tipo b solo per una parte limitata
degli attuali precari.

8. L’analisi articolata sulla cooptazione personale
A chi fosse interessato ad approfondire la questione, drammatica e
urgente, dei concorsi proponiamo di leggere un documento dell’ANDU
(“’Corruzione’: tu vuo’ fa’ l’americano ma …”) scritto nell’ottobre 2017
in occasione di un altro “scandalo” concorsuale. In questo documento,
purtroppo ancora attuale, si trattano i seguenti punti
1. Le scelte sono già tutte locali
2. I finti “concorsi” locali
3. Abolire l’abilitazione, foglia di fico
4. Non abolire stato giuridico e valore legale
5. La radice del male: la cooptazione personale
6. Prove esclusivamente nazionali
Per leggere questo documento v. sito.

9. Il Rettore sovrano assoluto
La vicenda dei concorsi a Catania rende ancora più urgente un intervento
che abolisca la figura del rettore padrone assoluto che grazie alla Legge
cosiddetta Gelmini ha assunto il ruolo di sovrano assoluto.
In questa direzione, occorre rendere il Senato Accademico organo
decisionale e rappresentativo di tutte le componenti, trasformando il
Consiglio di Amministrazione in organo puramente esecutivo. Bisogna inoltre
prevedere la netta riduzione dei poteri del Rettore che non deve fare parte
del Senato Accademico.
Va sottolineato come il meccanismo dei finti concorsi locali (cooptazione
personale) aumenti, tra l’altro, a dismisura il potere del Rettore.

La Lettura. Profugopoli, la grande mangiatoia dell’industria dell’accoglienza

Tutti gli scandali sono insopportabili, ma quelli che si fanno scudo della generosità sono i peggiori. Mi riferisco al grande business dell’accoglienza degli immigrati esploso nell’era del governo Renzi e che continua in maniera ridotta ancora oggi.

Qualche anno fa il noto giornalista Mario Giordano se ne è occupato con un documentato libro dal titolo significativo: «Profugopoli. Quelli che si riempiono le tasche con il business degli immigrati», pubblicato da Mondadori.

Come al solito Giordano ci offre un viaggio tra i più clamorosi casi di speculazione sugli immigrati, episodi dove sono protagoniste cooperative, società fantasma, albergatori senza scrupoli, politici, amministratori, che campano con l’emergenza immigrazione.

Si parla tanto di accoglienza, solidarietà, ma basta «sollevare il velo dell’emergenza immigrazione per scoprire che dietro il paravento del buonismo si nascondono soprattutto gli affari».

Dietro all’immigrato, c’è una vera e propria industria dell’accoglienza, ci sono avventurieri improvvisati, faccendieri, speculatori di ogni tipo. Qualcuno ha costruito degli imperi economici. Giordano racconta la storia economica di alcune aziende che si sono buttate a fare profitti con gli immigrati e arriva a sostenere che «mentre il 95 per cento delle aziende italiane fattura meno di 2 milioni di euro l’anno, ci sono cooperative che arrivano anche a 100 milioni e altre che in dodici mesi hanno aumentato il fatturato del 178 per cento».

Del resto qualcuno ha scritto che «gli immigrati rendono più della droga». Si tratta di un fiume di denaro che significa potere, posti di lavoro e tanti voti. L’indagine di Mario Giordano si riferisce a tre anni fa, oggi naturalmente col nuovo governo di Lega e Cinquestelle, probabilmente, molte cose sono cambiate, almeno si spera.

Anche se dopo le recenti elezioni in Europa non promettono nulla di buono. Vedi il grande schiaffo pubblico che hanno ricevuto i sovranisti con l’elezione della tedesca, «Von der Leyen, che oltre a riaffermare l’ovvio (dovere di soccorso in mare), non ha fatto altro che ribadire il solito mantra ‘riforma di Dublino’, ‘coesione nei ricollocamenti’, ‘diritto di asilo europeo’, ‘sviluppo nei paesi di provenienza e di transito’. Si è detta fiera, anzi motivo d’orgoglio di non ricevere i voti di quel Gruppo che, non si deve dimenticare, rappresenta la maggioranza dei votanti in Italia (Lega) e Francia (Le Pen). Tuttavia pare che anche questa volta, forse ancor più che nello scorso mandato, il rispetto dell’elettorato in alcuni paesi europei sia un orpello inutile».

Ritornando al libro, la sua lettura fa bene, soprattutto a un certo mondo cattolico che ancora crede ciecamente che tutti quelli che si occupano di stranieri lo fanno in nome della solidarietà e dell’accoglienza.

Giordano però non intende criticare tutto il mondo del volontariato che ogni giorno lavora onestamente con abnegazione e crede nel farsi carico del prossimo, lo scrive chiaramente all’inizio del libro dedicandolo a sua mamma. Ma soprattutto lo dedica «ai tantissimi volontari per bene, gente onesta e dal cuore d’oro, a voi che ogni giorno tendete la mano al prossimo senza pretendere di ritirarla piena di denari, a voi che aiutate gli latri senza arricchire bilanci milionari».

Insomma Giordano dedica il suo “Profugopoli”, ai volontari veri e sinceri, a sua mamma, voi «che siete le principali vittime di questo sistema che ha trasformato l’emergenza in una mangiatoia, la disperazione in una grande industria, le sofferenze altrui in una mucca da mungere, infiniti rivoli di denaro in cui tutti hanno cercato di abbeverarsi compiendo ogni tipo di misfatto nel vostro nome».

Effettivamente accanto ai samaritani ci sono tanti altri finti samaritani che speculano e fanno tanti quattrini.

Come sempre nelle sue indagini Giordano non si limita a raccontare genericamente quello che succede, ma fa i nomi e cognomi dei vari protagonisti del tema che affronta. L’immigrazione è una grande torta, tutti vogliono spartirsela, ne vogliono una fetta. Giordano scopre che a gestire l’emergenza e quindi i soldi che arrivano dalle varie Prefetture e quindi da noi contribuenti, c’è di tutto. Addirittura ci sono associazioni folkloristiche come Sicilia Bedda, in Sicilia, specializzata in tarantella, friscaletti e marranzanu, bummulu, tamburello e mandolino. Ci sono cooperative che organizzano corsi per buttafuori, addetti alle pompe funebri. Istituti scolastici per odontotecnici, tutti mossi da slanci di generosità e solidarietà?

I protagonisti sono presenti in tutto il territorio italiano, da Nord a Sud. E’ un mistero, ma spesso le gare delle Prefetture li vincono sempre gli stessi.

Tutti vanno a pescare profughi, come l’Arcipesca di Vibo Valentia in Calabria. In pratica Giordano evidenzia che tutte queste associazioni, cooperative, alberghi, che prima erano sul punto del fallimento, avuto il loro numero di immigrati e quindi il compenso economico, di colpo il loro fatturato raddoppia, triplica. Ci troviamo di fronte a imprenditori strutturati, veri e propri manager, rampanti raider della scalata al profugo: come la bocconiana Lady Finanza, come i grandi imprenditori di Termine Imerese, della Val Seriana. «Tutti organizzati, preparati, attrezzati: usano l’emergenza ma pensano al business, parlano di bontà per nascondere la voracità. Si fingono disinteressati. E invece sono affaristi spregiudicati».

Una cooperativa si occupa di asili nido, all’improvviso comincia a gestire profughi, il suo bilancio da 114.000 euro sale a oltre 2 milioni. Avviene così per tutti. A pagina 70 del libro, Giordano pubblica due schede di sintesi, dove si vede come il fatturato delle varie cooperative cresce con l’accoglienza dei profughi. Dall’elenco si vede chiaramente come le cooperative guadagnano un sacco di euro e soprattutto come il loro fatturato ogni anno sale vertiginosamente in percentuale.

Interessante il IV capitolo (Hotel Immigrati Spa). Qui descrive le operazioni che i vari albergatori compiono per risollevare le proprie attività. Sostanzialmente gli hotel si trasformano in centri di accoglienza. Pertanto si chiede Giordano, come fa questo Paese a investire sul turismo?

Gli albergatori badano al business, «ma un conto è guadagnare con i soldi dei clienti (cioè producendo reddito e fatturato), un altro conto è attaccarsi alla mammella dello Stato. Cioè ai soldi dei contribuenti. Un’attività che, qualche volta, può diventare un affare per i singoli. Ma è sempre un disastro per il Paese». Anche qui Giordano si esercita a raccontare, facendo i nomi di questi impresari che guadagnano sempre con “spirito umanitario”.

Gli immigrati diventano una boccata d’ossigeno per gli albergatori, ma così capita spesso che si svendono i luoghi più belli d’Italia. E quindi addio turismo. Qui Giordano elenca una serie di luoghi caratteristici del nostro Paese, che sono deturpati, saccheggiati anche a causa della presenza incontrollata di questi soggetti che vagano pericolosamente per le strade e dove le sacche di illegalità sono abbastanza evidenti.

Si va dalla Toscana all’Abruzzo, alla Campania alla Sicilia con la Valle dei Templi.

Non mancano alla spartizione della torta dei profughi anche chi usa le bandiere di Che Guevara, quelli che occupano le case, i palazzi abusivamente. Giordano fa qualche nome a questo proposito di quei comitati di lotta vicini alla sinistra.

E poi ci sono i fondi Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). I fondi a disposizione sono notevoli. Cifre importanti che vengono dati perlopiù a singoli Comuni, ma anche unione dei Comuni, Comunità montane. A volte ad incassare queste grosse cifre sono piccoli Comuni. «Immaginiamo, per esempio, che cosa vogliono dire quasi 216.575 euro garantiti ogni anno dallo Sprar per il paese di Melicuccà, meno di 1000 abitanti sull’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria. O che cosa significano 170.688 euro l’anno per il Comune di Settime in provincia di Asti, che di abitanti ne fa appena 572. O che cosa significano 191.720 euro l’anno per il Comune di Ascrea in provincia di Rieti, che di abitanti ne conta appena 260». Sono somme che sistemano il bilancio comunale. Pensate il bilancio del Comune di Vizzini, patria di Verga, in tre anni ha incassato oltre 8 milioni di euro. Ma questi fondi non arrivano solo ai piccoli Comuni, Roma, raggiunge la ragguardevole cifra di 85.492.539 euro. Questi fondi vengono investiti per sagre, feste e tanto altro.

Giordano fa diversi esempi di spese folli da parte degli enti pubblici, la parola chiave che apre tutte le casseforti, che giustifica ogni spesa, , il nuovo passe-partout è interculturale. Tutti portano a casa qualcosa, basta organizzare un progetto che si avvicina a questa parola chiave.

Anche per i fondi Sprar viene pubblicata una scheda per i Comuni che incassano di più. Naturalmente tra gli scandali legati all’immigrazione c’è Mafia Capitale, che non è solo Roma, ci tiene a precisare Mario Giordano. Anche qui si fa la storia delle associazioni, cooperative, che sono coinvolte nell’affare milionario. Ne hanno parlato abbondantemente i giornali, la tv, ma che cosa è successo? Se volevano magnà Roma, e continuano a vincere appalti.

E poi c’è il centro di Mineo, dove ci guadagnano un po’ tutti. I proprietari del Residence degli Aranci, che riescono ad affittare una struttura che altrimenti sarebbe rimasta vuota; i sindaci della zona, la grande cooperativa che si aggiudica il maxiappalto (100 milioni di euro in tre anni). L’accoglienza dei profughi è diventata l’industria più grande della zona, con 400 dipendenti.

A proposito del termine, profugo, Giordano soltanto alla fine, descrivendo il Cara di Mineo, si corregge sul termine. Qui nessuno scappa dalla guerra, soltanto tre, sono gli unici veri profughi in fuga da una guerra. Gli altri sono senegalesi, nigeriani, del Gambia o del Mali. Quindi sono tutti immigrati per questioni economiche.

Domenico Bonvegna

domenico_bonvegna@libero.it

Le notizie in prima pagina sui giornali di venerdì 19 luglio 2019

Politica interna

Governo, venti di crisi   Marco Galluzzo racconta nel dettaglio sul Corriere della Sera la sequenza di scontri verbali e accuse reciproche tra Lega e 5 telle che hanno caratterizzato la giornata politica di ieri. Scrive: “Prima uno scambio di colpi bassi, roba da far tremare le gambe e far pensare che il governo era già pronto a cadere. Salvini e Di Maio hanno passato la giornata ad alzare lo scontro. Poi si è passati da «persa la fiducia» (Salvini) e «colpiti alle spalle» (Di Maio) a toni meno accesi come «il governo ha delle cose da fare, se si lavora insieme la soluzione si trova» e «no a strappi». La situazione resta però «deteriorata», come dice la Lega. Insomma: una tregua, non la pace”. A sua volta, Ugo Magri sulla Stampa scrive: “Con la tensione politica alle stelle, e il governo virtualmente in crisi, Matteo Salvini smentisce a tarda sera l’intenzione di salire al Colle: mossa che un tam-tam insistente aveva dato per certa, e che avrebbe spianato la strada a nuove elezioni subito dopo l’estate. «Non c’è nulla in programma», garantiscono Lega e Quirinale. Ma se non sarà oggi, il colloquio con Sergio Mattarella potrebbe aver luogo domani, poiché l’ora delle scelte irrevocabili è arrivata e, prima di mandare tutto all’aria, non c’è da stupirsi che Salvini voglia capire come si regolerebbe il capo dello Stato. Scioglierebbe le Camere per restituire la parola al popolo, […] oppure tenterebbe di far nascere qualche governo tecnico, balneare o di salute pubblica, magari appoggiato da Cinque stelle e Pd?”.

commenti.   Secondo molti commentatori, nonostante le tensioni tra i due partner di governo che sono esplose nella giornata di ieri, la prospettiva di una crisi di governo in tempi brevi non è affatto scontata. Stefano Folli, su Repubblica, ad esempio, coglie un elemento di novità nel ” parziale coinvolgimento istituzionale del presidente della Repubblica che ha diritto di sapere cosa sta succedendo. E non è escluso che egli agisca dietro le quinte per vedere se la tela lacerata può essere in qualche misura rammendata. Peraltro – aggiunge – se davvero la preoccupazione della Lega è l’ipotesi dell’intesa trasformista tra M5S e Pd, bisogna stare ai fatti concreti: quali che siano stati certi desideri segreti nelle ultime settimane, nessuno o quasi oggi ammette che esistano le condizioni per un simile accordo prima delle elezioni”. A sua volta, Massimo Franco, sul Corriere della Sera, rimarca come Salvini, al termine di una giornata di accese polemiche con i 5 Stelle, abbia alla fine “frenato”. Scrive:  “Salvini ha frenato. Eppure aveva messo in campo la «sfiducia personale» con il suo omologo del Movimento, Luigi Di Maio, e attaccato Conte. Il motivo inconfessabile era ed è che Salvini si sente in trappola. Se non scarta, per lui comincerà un lungo logoramento. […] nell’esecutivo è cominciata una manovra spietata per ridimensionarlo. Sommando a questo le ombre dell’inchiesta sui rapporti tra Lega e faccendieri russi, si capisce che per lui una crisi sarebbe la scorciatoia per scrollarsi di dosso questi fantasmi; o almeno per affrontarli senza sentirsi dire che «non può» andare al voto perché ha le mani legate. Le sue esitazioni dicono che presto potrebbe ritrovarsi una rivolta perfino dentro la Lega. Ma evidentemente la sua tentazione di fare saltare il banco presenta incognite che alla fine lo hanno fermato”.

Economia e finanza

Debito pubblico, il monito di di Ursula von der Leyen   Nell’intervista a un pool di giornali, Ursula von der Leyen, neopresidente della Commissione europea, interviene anche sui problemi legati all’alto debito pubblico italiano: «La Commissione che presiederò – spiega nell’intervista – monitorerà molto da vicino la situazione in Italia. Obiettivo comune è quello di investire nella crescita senza però contravvenire alle regole esistenti». Per la presidente le regole vanno rispettate ma anche sfruttate nella loro potenzialità. «Nel Patto di stabilità e crescita ci sono regole per un buon motivo – aggiunge – Queste regole devono essere mantenute ma c’è anche molta flessibilità nella struttura regolatoria che noi dovremmo utilizzare senza rompere le regole». Ricordando la flessibilità concessa dal 2015 a Roma, von der Leyen assicura: «Cercherò sempre un approccio aperto e costruttivo con l’Italia».

Mafia ed economia, la relazione della Dia   Marco Ludovico evidenzia i tratti salienti della relazione della Dia (appena pubblicata) sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia. Scrive: “Le fette di mercato conquistate dalla criminalità organizzata ormai non si contano. Nella ricognizione della relazione Dia sul secondo semestre 2018 si possono individuare quasi trenta settori. Ci sono persino i servizi di scuolabus, i prodotti ortopedici e l’ingrosso di giocattoli. I mafiosi «sanno variare il ‘paniere’ dei propri investimenti». Con l’adozione ormai strategica di «modelli manageriali per la gestione delle risorse» i mafiosi investono soprattutto al Sud nei settori secondario e terziario. «C’è una mancanza di allarme sociale – denuncia la Dia – che sembra aver anestetizzato la coscienza collettiva». Aumenta la minaccia degli investimenti finanziari della criminalità organizzata al Nord: la Lombardia è in testa alla classifica nazionale delle operazione sospette (19.752 in un anno), più del triplo della Sicilia (6.151)”.

Politica estera

Unione Europea, l’intervista a Ursula von der Leyen   Nella sua prima intervista concessa ai maggiori quotidiani europei, la neo Presidente della commissione Europea Ursula von der Leyen mostra da subito quali saranno le coordinate del suo mandato: ascolto delle diverse posizioni dei singoli Paesi e volontà di non avvelenare il clima puntando il dito su questo o quello Stato membro. Sull’immigrazione dice: «Va da sé che le persone in mare debbano essere salvate, ma questo non significa che debbano arrivare automaticamente in Europa. Abbiamo bisogno di frontiere esterne sicure e di una comprensione comune del sistema di asilo di Dublino, in modo che Schengen funzioni, in modo che le frontiere interne possano rimanere aperte».La neo presidente della Commissione Ue spiega che è diritto di ciascuno Stato proporre i suoi commissari, ma è anche suo diritto «chiedere altri nomi qualora si ravvisino buone ragioni».E su i rapporti con la Russia, puntualizza: «La Russia è nostra vicina e resterà la nostra vicina. Ma il Cremlino non perdona alcuna debolezza, questo ci dice l’esperienza degli ultimi anni. L’Europa deve ripetere ancora e ancora: siamo disponibili al dialogo, ma da una posizione di forza. Ad esempio, quando si tratta di influenzare i social media, il modo migliore per scoprire e rendere pubbliche le cose è usare i mezzi migliori. Questa è la forza dei paesi liberi con la stampa libera».

Usa – Iran, sale la tensione nel Golfo   L’unità statunitense Boxer, in navigazione, nel settore di Hormuz ha abbattuto un drone iraniano. È stato lo stesso Donald Trump ad annunciarlo.ll velivolo, secondo la versione americana, ha ignorato gli avvisi e si è avvicinato «in modo pericoloso» alla nave da assalto anfibio. A quel punto è scattata la risposta. Il presidente ha parlato di gesto di difesa auspicando che anche gli alleati partecipino alla tutela delle rotte marittime. L’appello della Casa Bianca, insieme al fuoco del Boxer, è arrivato poche ore dopo una nuova provocazione dei pasdaran. I guardiani della rivoluzione hanno annunciato di aver bloccato una petroliera degli Emirati. La Riah, con 12 marinai a bordo, era scomparsa dai radar nella giornata di domenica dopo aver lanciato un segnale d’emergenza.

Concorsi Forze Armate per i celiaci: apertura dalla Commissione Difesa

Roma, giovedì 18 luglio 2019 –Diventare poliziotto, ufficiale di Marina, pilota militare: oggi questo è ancora un sogno impossibile per chi è celiaco, perché lesonero introdotto negli anni 80, per il servizio di leva obbligatorio, non riguardava tanto la diagnosi quanto le difficoltà logistiche per garantire un servizio mensa sicuro. A distanza di 33 anni da quel decreto è stata fatta tanta strada. Le conoscenze attuali e il mercato dei prodotti senza glutine consentono oggi di garantire pasti per celiaci in ogni situazione, anche in emergenza: per questo l’Associazione Nazionale Celiachia (AIC) ha chiesto, in un recente incontro con la Presidenza della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, che si ricerchino soluzioni idonee, in ambito logistico, a rimuovere gli ostacoli di accesso ai concorsi per la carriera militare, soprattutto nel solco delle tutele giustamente garantite ai membri dei corpi militari che ricevono la diagnosi nel corso della carriera. AIC appoggia perciò il Disegno di Legge 841-  presentato in Senato il 4 Ottobre 2018 dalla senatrice Daniela Donno (M5S) e ancora in itinere – recante “Delega al Governo in materia di accesso alla carriera militare per i soggetti affetti da celiachia e da intolleranze alimentari”. All’incontro hanno partecipato per AIC il presidente Giuseppe Di Fabio, il direttore generale Caterina Pilo e il dottor Marco Silano dell’ISS e coordinatore del board scientifico di AiC  alla presenza del Presidente della Commissione difesa della Camera dei Deputati on Gianluca Rizzo che in un proprio comunicato osserva: “Ho accolto favorevolmente questa richiesta d’incontro perché già nella scorsa legislatura avevo presentato una interrogazione al Governo sulle problematiche legate alla celiachia da parte degli appartenenti alle Forze Armate. Si è trattato di un scambio utile e sarà mia cura sensibilizzare i componenti della Commissione difesa su questo tema che ormai coinvolge una parte sempre più importante della popolazione”.

Dopo la Direttiva IGESAN 0047571 del 9 Aprile 2015 con cui il Ministero della Difesa tutela tutti coloro che ricevono la diagnosi di celiachia quando già operano in un corpo militare, evitando quindi che siano messi a riposo forzato, demansionati o riformati, le nuove consapevolezze scientifiche, il miglioramento delle condizioni di vita e l’accesso facilitato alla dieta senza glutine rendono anacronistico il veto ai celiaci, che discende dall’esenzione dal servizio militare sancito a inizio anni ‘80 – spiega Di Fabio – Per i tanti giovani che hanno volontà e vocazione di mettere il loro operato al servizio dello Stato è difficilmente comprensibile come sia possibile gestire la permanenza in servizio di chi ha avuto la diagnosi di celiachia quando già arruolato e allo stesso tempo si precluda a loro la partecipazione ai concorsi”. Oggi il mercato ha facilitato l’accesso ai prodotti gluten-free, così come la preparazione di alimenti senza glutine, tanto che il Ministero della Difesa nella  precedente Legislatura  ha avviato uno studio per la realizzazione di  razioni K per diete differenziate, fra cui anche quella senza glutine. Inoltre secondo la legge 123/05 anche le mense delle caserme, assimilabili a mense pubbliche, il cui servizio è ormai per la maggior parte assegnato in appalto esterno ad aziende con adeguato HACCP, dovrebbero  fornire un pasto senza glutine. “La stessa AIC – riprende Di Fabio – ha contribuito alla formazione del personale volontario della Protezione Civile Italiana, dimostrando che la dieta senza glutine può essere garantita anche in condizioni di assoluta emergenza. Anche da un punto di vista normativo abbiamo già visto i primi segnali di fattibilità delle nostre istanze, è stata infatti depositata in Senato la proposta di legge n°841 che vede concorde AIC. Auspichiamo perciò che la sensibilità espressa dal Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati costituisca appunto un altro passo avanti nel percorso verso la piena integrazione dei celiaci nelle forze armate per il quale AIC, attraverso i propri esperti nel campo scientifico e dell’alimentazione, si rende disponibile ad ogni forma di collaborazione che sarà richiesta.

 

Ufficio stampa Associazione Italiana Celiachia (AIC)

AUTONOMIA DIFFERENZIATA / I rischi di frantumazione di un “Paese troppo lungo” – Intervista con Amedeo Lepore

“La questione dell’Autonomia è troppo seria per essere ridotta a un mero gioco delle parti o a uno scontro tra fazioni”. Ne è convinto Amedeo Lepore, professore di Storia dell’economia con esperienza amministrativa come assessore alle Attività produttive della Campania, dove si è distinto in particolare per l’impegno nella costituzione delle Zone economiche speciali in regione. “Si tratta di un tema di fondo – aggiunge in un commento pubblicato sul Mattino – che riguarda l’organizzazione dello Stato, i rapporti delle istituzioni con i cittadini, i diritti di uguaglianza e di democrazia, alcune delle parti più sensibili della Costituzione repubblicana, ma anche principi di importanza fondamentale, come il funzionamento e l’efficienza delle pubbliche amministrazioni”. Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario – in base all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – si è imposto al centro del dibattito politico a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017. Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il Governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nella seduta del 14 febbraio 2019, il Ministro per gli Affari regionali ha illustrato in Consiglio dei ministri i contenuti delle intese da sottoporre alla firma. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia…

Professore, il mantra degli amministratori del Centro Nord e della Lega è accattivante: occorre semplificare e rendere più efficienti i servizi pubblici. E visto che ognuno ha il diritto a essere padrone in casa propria…

E’ impensabile tradurre l’esigenza di nuove forme di semplificazione e produttività delle istituzioni in una delega meccanica per l’attribuzione di poteri o funzioni in base alla Costituzione. Non si può dare la stura allabulimia regionale per la conquista di competenze e risorse, senza guardare agli interessi reali del Paese.

Ma dinanzi agli obiettivi di maggiore efficienza ed efficacia dei servizi tutto il resto viene in secondo piano. Non è così?

Se gli obiettivi sono quelli di efficienza ed efficacia, di ruolo e capacità delle strutture pubbliche, i problemi riguardano sia il livello nazionale che quello territoriale. A quasi quarant’anni dalla loro costituzione, andrebbe avviata una riflessione anche sulle regioni, per evitare quei pericoli su cui Giorgio Rufolo appuntò l’attenzione in un suo famoso libro, intitolato «Un Paese troppo lungo», in cui denunciava i rischi di fare di un sistema Italia frammentato e disunito. Se davvero si vuole innovare senza creare ulteriori squilibri territoriali e differenze sociali, considerando il peso enorme sul futuro dell’Italia intera costituito dal divario meridionale, è necessario muoversi evitando forzature e con l’impiego massimo del buon senso, misura essenziale anche di politica e strategia in tempi turbolenti.

Entrando nel merito, qual è il suo giudizio sul tema Autonomia differenziata?

Rilevo le gravi preoccupazioni emerse sulle bozze di intesa per il regionalismo asimmetrico, attualmente in discussione tra il governo e i tre presidenti di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, e dico chesono molti i punti che devono essere discussi.

A che cosa si riferisce in particolare?

Alla possibilità di coinvolgeretutte le regioni, all’interno della loro Conferenza, e il Parlamento stesso. Non sono aspetti secondari, come hanno sancito il procuratore generale della Corte dei conti e il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi, che è una struttura di supporto della presidenza del consiglio.

Qual è la preoccupazione più impellente?

Guardando i documenti che sono circolati di recente è possibile verificare l’ampiezza delle deleghe che toccano materie come la scuola, la sanità e la salute, la ricerca scientifica e tecnologica, le grandi reti nazionali di trasporto e navigazione, le infrastrutture, i beni culturali, l’energia e l’ambiente, i rapporti internazionali e il commercio con l’estero, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le professioni, lo sport, il governo del territorio e la protezione civile, la previdenza integrativa, la sicurezza sul lavoro…E via dicendo. Oltretutto si tratta di documenti tenuti gelosamente segreti finora, quasi si trattasse di contratti tra privati e non dell’attuazione di disposizioni costituzionali.

La cosa che più conta è che assieme alle deleghe vengono trasferitealle tre regioni anche le relative risorse finanziarie. Non crede?

Con qualche distinguo fra loro. Vi sono le posizioni più aggressive del Veneto, che chiede tutto e subito, ossia il massimo di 23 materie indicate nel titolo V. Poi quelle apparentemente più morbide della Lombardia, che ha richiesto 20 materie e 131 funzioni, ne ha concordate un centinaio con i singoli ministeri e sta trattando, per averne ancora qualcuna di quelle non riconosciute su sanità, beni culturali, infrastrutture e strade, prima di chiudere.

Facciamo un esempio concreto?

Prendiamo in esame una competenza particolarmente significativa come la scuola.Assegnandola integralmente alle due regioni, si affermerebbe un modello di «scuola differenziata», prevedendo perfino il passaggio alle loro dipendenze di dirigenti scolastici e insegnanti.

E l’Emilia-Romagna?

E’ l’unica ad aver meritoriamente riconosciuto nella bozza l’unità e l’indivisibilità della Repubblica e si è limitata a chiedere sedici materie, anche se sembra seguire l’esempio lombardo della delega di «funzioni» e pare abbia inserito qualche lapsus nel testo, come la competenza regionale per «istituire in territorio montano zone economiche speciali, per favorire l’insediamento delle imprese e promuovere lo sviluppo e l’occupazione».

Un lapsus?

Come è noto, le ZES, per legge, riguardano i porti della rete TEN-T e le aree logistiche e industriali a essi collegati e, secondo l’art. 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, possono essere istituite solo nelle regioni in ritardo di sviluppo. In ogni caso il conferimento di queste deleghe trasformerebbe, di primo acchito, le tre regioni a statuto ordinario in regioni a statuto speciale.

E se Liguria e Piemonte dovessero procedere lungo la stessa strada?

Ci troveremmo di fronte a un cambiamento repentino degli equilibri istituzionali e territoriali del nostro Paese. Senza considerare la mole delle risorse economiche riallocate, in tempi di ristrettezze finanziarie, a livello regionale, solo in tre regioni.

Anche le Regioni del Mezzogiorno potrebbero seguire l’esempio, o no?

Luciano Cafagna, nel 1994, quando lanciava l’allarme sul rischio di fare a pezzi l’unità d’Italia, criticava lucidamente anche i “naziomeridionalisti”, quelli che invocavano una reazione speculare dei territori meridionali. L’autonomia può essere un’opportunità per tutto il Paese solo se si coniuga con la responsabilità e l’equilibrio nazionale delle scelte, la perequazione verso i più deboli.

Intanto sembra che ci sia ben poco da fare per arrestare questo processo…

Per ora si sta negando anche il concetto dell’efficienza, perché, anziché procedere verso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e nella sfida dei costi standard, si propone di adottare il criterio della spesa storica per trasferire le risorse ai “primi arrivati” nei primi tre anni. Poi si vedrà.

Che cosa si dovrebbe fare, invece?

Al contrario, sarebbe necessario rendere operative norme finora inattuate, ossia i livelli essenziali di prestazione, discutere apertamente del regionalismo e delle modalità attraverso cui mettere in atto, all’interno di un più saldo quadro nazionale, al contempo una collaborazione e una sana competizione a livello territoriale.

E per conservare un ruolo negli scenari della globalizzazione?

l’Italia nel suo insieme, nella reciprocità degli interessi di Nord e Sud, potrebbe affrontare la «globalizzazione arcipelago» di questo periodo, che condanna irrimediabilmente alla marginalità anche le regioni più forti, se si isolano e se contribuiscono alla dissoluzione del sistema più importante che possediamo: quello italiano.

Legge “Spacca-Italia”, anche la Corte dei Conti boccia le Regioni del Nord

Il Regionalismo ”differenziato” – ovvero l’ampia autonomia richiesta da Veneto, Lombardia ed EmiliaRomagna  avallata dalla ministra Erika Stefani (nella foto) – non piace troppo nemmeno alla Corte dei conti, che ieri è stata audita sul tema dalla Commissione per il federalismo fiscale: né la Costituzione, né la legge del 2009 consentono, dicono i giudici contabili, “una diversa modalità di finanziamento delle materie aggiuntive (concesse alle Regioni, ndr), né la loro sottrazione al meccanismo di perequazione interregionale previsto dalla legge”.

Insomma, non solo il sistema deve essere “solidale” tra aree ricche e povere, ma non si può nemmeno arrivare a venti modelli di trasferimento fiscale per accontare Zaia e soci: intanto le competenze andrebbero passate alle Regioni solo quando c’è un vantaggio per i cittadini, e poi “talune materie, di competenza sia concorrente, sia esclusiva, definite come devolvibili, non sembrano così facilmente ‘spacchettabili’, come ad esempio ‘il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario’: appare necessaria una riflessione”. Di più: servirebbe “un’analisi costi benefici”. Altra carne al fuoco per domani, all’ennesimo vertice di governo.

I grandi del Mezzogiorno. Jo Petrosino, il poliziotto che fece la guerra al padrino di New york

Agli inizi del Novecento, la miseria in cui versava buona parte degli  italiani, acuita al Sud dalla dura repressione governativa delle rivolte popolari, impone a milioni di meridionali la strada dell’emigrazione. Oltre 1 milione di siciliani salpa verso gli Stati Uniti, senza sottrarsi al laccio della società che ancora non si chiama Cosa Nostra, ma che Oltreoceano ha già messo radici, offrendo la sua interessata protezione a una massa di diseredati in duplice posizione di sudditanza: schiavi della povertà e del forzato trasferimento in una realtà nuova e spaesante.

È la mafia di “Bruccolino” (Brooklyn), quella spietata e paternalistica raccontata dal “Padrino” di Francis Ford Coppola, che vive sul pizzo imposto ai connazionali e su qualsiasi traffico lecito e illecito che possa rendere dollari facili. Non tutti i siculo-americani si piegano al ricatto, molti finanziano una task force nata in gran segreto all’interno della Polizia di New York.

La comanda un poliziotto italoamericano, Joe Petrosino, nato a Padula in provincia di Salerno ed emigrato negli States, dove è cresciuto. A differenza dei colleghi americani, conosce la lingua del ghetto italiano e per la malavita del racket, raccolta nella misteriosa associazione detta “la Mano Nera”, diventa un pericolo. Investigatore di razza, Petrosino raccoglie informazioni dagli italiani vessati e comincia ad assestare colpi micidiali ai “picciotti” d’esportazione: ne finiscono in guardina a centinaia, mentre Joe si conquista una promozione dietro l’altra. Quando è già tenente e ormai investigatore di mezza età, comprende che gli equilibri criminali “a stelle e strisce” sono ancora dettati dalla madrepatria e sbarca a Palermo nel febbraio del 1909, carico di dollari – lo finanziano i banchieri Rockefeller e J.P. Morgan, molto preoccupati da un vasto  spaccio di dollari falsi gestito dai siciliani – e di idee precise sul da farsi, la prima delle quali è muoversi da solo e in incognito. Peccato che un  giornale newyorkese abbia pubblicato la notizia della sua partenza. Ma Petrosino non indietreggia, resta convinto che a Palermo come a New York la malavita non osi sfidare la legge al punto da uccidere un poliziotto.

Nel capoluogo siciliano l’investigatore sembra muoversi a suo agio negli ambienti delle coppole storte. Spende con prodigalità e raccoglie informazioni preziose, di giorno consulta senza sosta i casellari giudiziari e a fine giornata torna all’Hotel de France, in piazza Marina.

Una sera il cameriere lo avverte che due signori chiedono di lui. Petrosino li segue fuori dall’albergo e viene colpito da 3 colpi di rivoltella mentre cammina lungo la cancellata del parco. Muore sul selciato dopo un quarto colpo alla testa. Il cadavere di Joe Petrosino sfilerà sulla Fifth Avenue per i più imponenti funerali che New York abbia mai visto: 250mila persone, interi reparti di Polizia dietro la bara del primo italiano ad aver conquistato il distintivo della Polizia della città. In Sicilia, intanto, la Polizia indaga, ma non cava un ragno dal buco. Tutte le attenzioni investigative si  concentrano su Vito Cascio Ferro, malavitoso di successo – secondo alcuni sarebbe da considerarsi addirittura il fondatore della mafia siciliana – nel cui portafogli viene trovata la foto di Petrosino. È stato lui a sparare in piazza Marina? Tutto lo fa pensare, ma don Vito ha un alibi robusto, confezionato addirittura da un deputato, pronto a giurare che quella sera il boss era rimasto a cena da lui. E agli investigatori sciorina pure il menù della serata. Vito Cascio Ferro evita il carcere, ma non potrà sottrarsi al ciclone scatenato nel 1926 dal “prefetto di ferro” del Duce, Cesare Mori, che lo obbligherà a una lunga residenza nelle patrie galere, dove troverà la morte nel 1943 sotto le bombe alleate.

L’allarme di Confindustria: nel Sud un giovane su due non lavora (perchè non c’è lavoro…)

Un Sud in «frenata». Un Mezzogiorno che avrebbe bisogno di «una rivoluzione» con delle «necessarie azioni  per dare impulso agli investimenti e far ripartire il lavoro».
Confindustria lancia l’allarme per il Meridione insieme con Srm-Studi del Gruppo Intesa partendo da un’analisi sul numero delle imprese (ferme ad un anno fa),  sull’export bloccato, sull’economia che cresce meno della  metà del resto d’Italia (0,4% contro la media dello 0,9%), con il calo degli occupati e 1,5 milioni di disoccupati e soprattutto una disoccupazione giovanile al 51,9%: «Più di un giovane meridionale su 2 non lavora». «Serve una roadmap, ma con un cronoprogramma da far rispettare», dice il presidente Vincenzo Boccia. Perché «il Mezzogiorno passi da emergenza a priorità», per tutti, «governo e industria: è una sfida comune, da soli possiamo fare tanto –  riflette Boccia – ma da soli non ce la faremo». Cosa serve? Infrastrutture, per
cominciare, «perché collegano territori e includono le persone». E poi formazione: «Per ridurre i divari, aumentare l’occupazione, includere i giovani».

<<Dai dati siciliani emerge tutta la drammaticità di una situazione che nell’arco di dieci anni è mutata in negativo, con commercio e servizi, che pur rimanendo settori preminenti dell’economia siciliana, pagano in modo pesante più di ogni altro settore una crisi sistemica alla quale la classe politica che ci governa non è stata capace di far fronte con provvedimenti diretti, snelli ed efficaci utili a salvare migliaia di piccole imprese costrette a chiudere i battenti>>. Lo affermano i presidenti di Confcommercio Palermo Patrizia Di Dio, Confcommercio Messina Carmelo Picciotto, Confcommercio Siracusa Elio Piscitello, Confcommercio Enna Maurizio Prestifilippo e Confcommercio Caltanissetta Massimo Mancuso. <<Una delle cause della crescita della disoccupazione giovanile è ascrivibile all’interruzione del ciclo naturale che portava i figli a raccogliere l’eredità professionale dei loro padri. Oggi, purtroppo, occuparsi di commercio non paga e quindi assistiamo ad un quadro disarmante e privo di prospettive per i più giovani. C’è un sistema economico al collasso, soprattutto nelle aree interne di una Sicilia che non riesce ad inserire più i suoi giovani nel mondo del lavoro e che li costringe all’emigrazione. Purtroppo, di fronte alla freddezza dei numeri c’è poco da fare se non lanciare un ultimo appello affinché chi ha un ruolo istituzionale metta in campo tutte le azioni utili a trovare tutte le soluzioni possibili, a partire da quel gap infrastrutturale e dai costi di collegamento con la Sicilia che condizionano inevitabilmente tutte le attività imprenditoriali>> concludono i presidenti.

<<Messina è la città metropolitana che sta soffrendo di più>>. Ad affermarlo è un Carmelo Picciotto seriamente preoccupato, secondo il quale <<solo mettendosi fianco a fianco in un progetto di Alleanza Territoriale, con uno sforzo unitario d’azione, si può tentare di invertire la rotta. Solo ora si sta capendo il male fatto a Messina da una politica incompetente e irresponsabile. Occorre un disegno politico di sviluppo economico che guardi anche e soprattutto al territorio e alle piccole imprese. Bisogna anzitutto pensare a potenziare le infrastrutture per cogliere appieno le occasioni di crescita. Sono fiducioso e credo che la nuova classe politica della nostra città possa creare una “rete” che metta in relazione anche la camera di commercio e le organizzazioni sindacali al fine di disegnare un quadro di sviluppo unitario>>.

Luca Zingaretti piange Camilleri: “La tua penna mi ha cambiato la vita”

Luca Zingaretti

E alla fine mi hai spiazzato ancora una volta e ci hai lasciato. Nonostante le notizie sempre più tragiche, ho sperato fino all’ultimo che aprissi gli occhi e ci apostrofassi con una delle tue frasi, tutte da ascoltare, tutte da  conservare.
E invece è arrivato il momento di ricordare. Di cercare le parole per spiegare chi sarà per sempre per me Andrea Camilleri. Un Maestro prima di tutto, un uomo fedele al suo pensiero sempre leale, sempre dalla parte della verità che ha raccontato tutti noi e il nostro Paese.
Mancherai. È inevitabile, è doveroso. Per la tua statura artistica, culturale, intellettuale e soprattutto umana. Le tue parole resteranno sempre con la stessa semplicità e con l’immensa generosità e saggezza con cui le hai condivise, da mente libera e superba quale sei. Ma soprattutto mancherai a  me perché in tutti questi anni meravigliosi in cui ho incrociato la mia vita con quella del commissario, mi sei stato amico. Ho avuto la strana
sensazione che bastasse un tuo tratto di penna a cambiare la mia vita. Ho vissuto accanto a te, nel tuo mondo, quello che avevi creato, quello che ti apparteneva perché uno scrittore non può che riportare sé stesso nelle cose che scrive. E ho imparato tantissimo. Il rispetto per le persone, tutte, per sé stessi, e per le persone deboli. Perché il tuo commissario è così che la pensa. A volerti bene no. Quello già sapevo farlo dai tempi dell’accademia, quando non ci trattavi da allievi, ma piuttosto da colleghi. Ho imparato che il valore delle persone non c’entra nulla con quello che guadagnano, con le posizioni che ricoprono, con i titoli che adornano il loro cognome: le persone si valutano per quello che sono. Adesso te ne vai e mi lasci con un
senso incolmabile di vuoto, ma so che ogni volta che dirò, anche da solo, nella mia testa, «Montalbano sono!» dovunque te ne sia andato sorriderai sornione, magari fumandoti una sigaretta e facendomi l’occhiolino in segno di intesa, come l’ultima volta che ci siamo visti a Siracusa.
Addio maestro e amico, la terra ti sia lieve!
Tuo Luca

Coltivava marijuana sul terrazzo, Rita Bernardini chiede l’arresto. Ma viene solo denunciata

Voleva essere arrestata ma è stata «solo» denunciata. Rita Bernardini, storica esponente radicale, ieri
mattina è stata convocata in caserma dai carabinieri dopo essere stata trovata a coltivare marijuana sul
terrazzo di casa (nel 2015 le erano state trovate 56 piante), iniziativa che porta avanti per «cercare di
regolamentare le sostanze stupefacenti e toglierle dal mercato clandestino delle mafie». Nel pomeriggio
è stata rilasciata. «Sono stata denunciata a piede libero per la coltivazione di sostanze stupefacenti, 32
piante alte tra un metro e un metro e venti—ha detto uscendo dalla caserma —. Al verbale del sequestro
ho fatto allegare una dichiarazione: «Esprimo tutto il mio disappunto per la decisione della Procura di
Roma di non procedere al mio arresto». «La vera disobbedienza civile—è scritto ancora nel verbale—
esige che non ci siano esimenti di tipo politico».

Le notizie in prima pagina sui giornali di giovedì 18 luglio 2019

Economia e finanza

Il G7 accende un faro su Libra. Tutti contro Libra: la criptovaluta annunciata da Facebook riesce a mettere d’accordo i Sette Grandi, al contrario divisi su una lunga serie di temi. Tanto che il vertice dei ministri delle Finanze, iniziato ieri nella fiabesca cornice di Chantilly, potrebbe chiudersi oggi con un comunicato congiunto sulla moneta del social network creato da Mark Zuckerberg. Complice anche la difficoltà di trovare un accordo sull’altro grande tema in discussione, la web tax, il padrone di casa, il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, ha fatto delle criptovalute il punto centrale del vertice. I ministri hanno espresso la «necessità di agire rapidamente. Nessuno può accettare che multinazionali con oltre un miliardo di utenti si trasformino in Stati privati, dotandosi di una moneta capace di competere con valute sovrane» ha detto Le Maire, il quale ha evocato «rischi di riciclaggio e per la lotta al finanziamento del terrorismo». Parigi ha chiesto a Benoit Coeuré, membro del board della Bce, di costituire una task force e un rapporto preliminare è atteso per oggi. «I ministri delle Finanze e i banchieri centrali hanno tutti serie preoccupazioni» su Libra, ha detto il tedesco Olaf Scholz, per il quale serve «un’azione rapida».

Manovra. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte accoglie la proposta di Luigi Di Maio di tenere a Palazzo Chigi una serie di workshop con tutte le parti sociali in vista della manovra, per un confronto sulle proposte economiche per il Paese. L’idea è stata avanzata ieri da Di Maio sulle pagine del Sole 24 Ore e ha trovato concorde il premier Conte. Verrà pubblicato un calendario di incontri e tutti i ministri parteciperanno. Primi tavoli su Fisco, Sud e salario minimo. Lo scorso lunedì era stato Matteo Salvini a convocare al ministero dell’Interno 43 sigle tra sindacati e associazioni datoriali per discutere della prossima manovra. Il presidente di Confindustria, Boccia: «La prima Flat tax dovrebbe essere sul mondo del lavoro. Noi abbiamo proposto il taglio del cuneo fiscale». Le priorità per il Paese in vista della prossima legge di bilancio su cui concentrare tutte le risorse per il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sono due: riduzione del cuneo fiscale e rilancio delle infrastrutture. E sui due punti «tutte le associazioni d’impresa e tutti i sindacati sono d’accordo». Boccia avverte che «il clima da campagna elettorale continua non è utile al Paese», ma più che alle continue fibrillazioni che agitano il governo è alla sostanza che punta. A suo parere oggi le parole d’ordine devono essere «meno debito, meno deficit e più crescita».

Politica interna

Il premier in Senato sul Russiagate.A riferire sul Russiagate in Aula al Senato andrà mercoledì prossimo non Matteo Salvini, ma Giuseppe Conte. Quanto basta per scatenare lo scontro tra la Lega e il premier. Conte cala la sua carta di buon mattino, accogliendo la richiesta che le opposizioni di Pd e Leu avevano inoltrato anche a lui. E negando nei fatti la tesi del vicepremier leghista, ossia che si tratti di «fantasie» che non giustificano un’informativa. La distanza tra il presidente e il suo vice è massima. La mossa di Conte serve a a rimarcarla, in nome delle linee guida che aveva indicato lunedì scorso: la «trasparenza nei confronti dei cittadini» e la «fedeltà agli interessi nazionali». «Ho una concezione sacrale del Parlamento e delle istituzioni», afferma il premier. E a chi gli chiede di commentare il rifiuto di Salvini, risponde così: «Sono il presidente del Consiglio, la massima autorità di Governo». La mossa del premier marcia parallela al perdurante silenzio del segretario della Lega nonché vicepremier, Matteo Salvini, secondo il quale «in Parlamento ci si va a riferire sulle cose vere e non sulla fantasia….».
«D’altronde, – aggiunge il ministro – Conte ribadisce ogni giorno che è il presidente del Consiglio. Io non mi alzo la mattina dicendomi: ‘Matteo, sei ministro dell’Interno’. Detto questo, andrò in Parlamento a ribadire quello che ho sempre detto».

Lite gialloverde sulla nomina di von der Leyen. Non ci sta la Lega a passare per traditore degli interessi nazionali. La narrazione imposta dal premier Conte e dai 5S, secondo cui il no a Ursula von der Leyen avrebbe indebolito l’Italia e compromesso la possibilità di ottenere un commissario di peso nel governo Ue, ha fatto andare su tutte le furie gli uomini del Carroccio. «Siamo al ribaltamento della realtà, sono loro ad aver tradito gli italiani che il 26 maggio hanno votato per noi e per i 5S con l’obiettivo di cambiare l’Ue e si sono ritrovati alla presidenza la candidata di Merkel, Macron e Pd». Non hanno gradito i colpi sparati ad alzo zero dai grillini. Quel post pubblicato al mattino sul blog delle Stelle per svelare i termini del presunto patto stretto anche «dai Paesi di Visegrad per condizionare ogni decisione futura in Europa. Poi la Lega, all’ultimo secondo, ha deciso di sfilarsi. Pur di colpire noi, hanno scelto di condannarsi all’irrilevanza». È sempre più in salita e insieme confusa la scelta di un candidato italiano per la nuova Commissione europea, dopo la scelta della Lega di piazzarsi all’opposizione e di non sostenere la von der Leyen. Toccherà a Giuseppe Conte sbrogliare una matassa che per ora è fatta di accuse incrociate fra i due partiti. I nomi che circolano sono quelli del sottosegretario Giancarlo Giorgetti, la ministra Giulia Bongiorno, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Di sicuro all’Italia è arrivata l’indicazione di fornire due nomi, un uomo e una donna, perché la von der Leyen ha dichiarato di volere una Commissione con una parità di genere.

Politica estera

Commissione Ue. Il voto di fiducia che la nuova presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha strappato martedì sera a Strasburgo non è stato solo risicatissimo e peggiore delle attese. Ha anche messo in luce la spaccatura del Parlamento europeo e degli stessi gruppi parlamentari, così come nuove tensioni con il Consiglio. La legislatura si presenta difficile, a cominciare dal voto di fiducia che in autunno l’assemblea dovrà concedere al collegio dei commissari. «È stata la fiera delle menzogne», nota un funzionario parlamentare. Tre gruppi avevano deciso dopo lunghi tira-e-molla di dare il proprio sostegno alla signora von der Leyen: in tutto popolari, socialisti e liberali totalizzano 444 deputati sui 747 parlamentari registrati. Nel voto di fiducia, a scrutinio segreto, la nuova presidente della Commissione ha ottenuto appena 383 voti a favore, rispetto a una maggioranza di 374. Molti deputati non hanno rispettato la promessa di votare a favore. Ottenuta la presidenza, ora sono ventisei le caselle da completare (27 in caso di rinvio della Brexit) con almeno tredici donne. Ursula von der Leyen ha soltanto due mesi tempo (pausa estiva inclusa) per mettere a punto la sua squadra con le pedine che le saranno fornite dai governi Ue. Non sarà semplice trovare uno schema di gioco equilibrato e funzionale. La prossima presidente della Commissione europea si insedierà il 1° novembre, però il team von der Leyen dovrà essere pronto con almeno un mese di anticipo. Già dal 30 settembre partiranno le audizioni dei commissari davanti agli eurodeputati e il 22 ottobre a Strasburgo ci sarà la votazione finale sull’intero esecutivo Ue.

Kurdistan, ucciso diplomatico turco. Un agguato a bruciapelo, che non ha lasciato scampo e che potrebbe dare vita a una crisi diplomatica fra Turchia e il governo regionale del Kurdistan. Ieri mattina in un ristorante di Erbil, una delle località più importanti in territorio nord iracheno, un killer in abiti civili è entrato in un ristorante sulla strada dell’aeroporto, uccidendo un iracheno e un diplomatico in servizio al consolato turco nella città. Una terza persona coinvolta, anche questa irachena, è ricoverata in ospedale in condizioni gravi. Stando a quanto riferito dal proprietario del ristorante, tutto si è svolto nel giro di pochi minuti. L’assassino, che forse aveva dei complici, è entrato nel locale con due pistole in mano, aprendo il fuoco contro il diplomatico turco e coinvolgendo anche il tavolo di fianco, dove erano seduti i due iracheni. La notizia ha sconvolto tutti. La Turchia e la Regione autonoma curda del Nord Iraq hanno sempre trattenuto relazioni amichevoli, fin da quando questa è stata creata, nel 2005. L’area intorno a Erbil ospita le roccaforti dei militanti curdi del Pkk, bombardate regolarmente da Ankara e attaccate da maggio anche sul terreno dalle forze speciali turche nell’Operazione Artiglio, entrata ora nella sua seconda fase. Durissima la condanna della Turchia. Il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, l’ambasciatore Ibrahim Kalin, ha promesso una “risposta appropriata”.

Napoli, sfide estive da urlo contro il Barcellona e il Liverpool. La serie A comincia il 25 agosto

Iniziano subito a respirare il clima Champions: è da urlo il calendario del Napoli, atteso a Miami
Detroit da una doppia sfida contro il Barça e, prima, dallo scontro con il Liverpool campione d’Europa.

In attesa del sorteggio del calendario completo di anticipi e posticipi (il 29 o 30 luglio prossimi nella sede di Sky, con la data da definire in base alla disponibilità dell’emittente satellitare), la Lega Serie A ha ufficializzato le date della prossima stagione. La Serie A 2019/20 inizierà domenica 25 agosto, l’ultima giornata sarà domenica 24 maggio 2020. Tre turni infrasettimanali (25 settembre, 30 ottobre, 22 aprile) e cinque soste: quattro per gli impegni delle nazionali (8 settembre, 13 ottobre, 17 novembre, 29 marzo), una a cavallo di Capodanno, con il ritorno della sosta invernale dal 29 dicembre al 5 gennaio che manda in pensione il boxing day.

La Coppa Italia inizia il 4 agosto, finalissima il 13 maggio: 11 agosto secondo turno, 18 agosto terzo turno, 4 dicembre quarto turno, 15 e 22 gli ottavi, 29 gennaio i finale, 12 febbraio e 4 marzo andata e ritorno delle semifinali.

I braccianti occupano la Basilica di San Nicola: “Non vogliamo essere sfruttati”

Sessanta braccianti impiegati nei campi del Foggiano, ieri mattina hanno occupato pacificamente la Basilica  di San Nicola, uno dei luoghi più simbolici di Bari e della Puglia, per chiedere attenzione da parte delle istituzioni sul tema dello sfruttamento dei lavoratori e sulla loro emergenza abitativa: “Siamo noi a raccogliere i prodotti di questa terra, non chiediamo carità ma diritti per tutti e tutte a prescindere dalla nazionalità e dal colore della pelle”, la richiesta della manifestazione, organizzata dal coordinamento Usb di Foggia. I braccianti sono arrivati in bus da Borgo Mezzanone, San Severo, Manfredonia, Cerignola, Lucera. Dagli stessi campi dove lunedì, mentre andavano a lavorare, due lavoratori originari di Senegal e Guinea Bissau, sono stati colpiti e feriti da pietre lanciate da sconosciuti a bordo di unauto. Un episodio di apparente matrice razzista che si somma alle condizioni di lavoro già ai limiti dello sfruttamento: di qui la richiesta di più tutele, anche contrattuali, e di garanzie sul rilascio dei permessi di soggiorno in tempi certi. La protesta è durata un paio d’ore e si è conclusa con l’incontro con l’arcivescovo di Bari-Bitonto, monsignor Francesco Cacucci, e il governatore Michele Emiliano.

Decreto Spacca-Italia, il muro dei Cinquestelle contro le Regioni del Nord

I CInquestelle frenano ancora sulle autonomie regionali. Ieri sia il presidente della Camera Roberto Fico sia il ministro per il Sud Barbara Lezzi sono intervenuti per ribadire la necessità di un dibattito parlamentare sulle intese: “Solo il Parlamento può decidere. Sarò inflessibile – ha detto Fico – e dovrà passare tutto in un percorso serio. Noi non possiamo dare potestà legislativa ad altri. A questo proposito, Fico ha anche annunciato che oggi incontrerà il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, “perché l’iter legislativo deve essere uguale tra Camera e Senato”.

A preoccupare la ministra Lezzi è anche il merito delle intese: “Secondo il dettato costituzionale le proposte di  autonomia differenziata di Lombardia eVeneto sono impraticabili ”. Parole che non sono affatto piaciute al governatore leghista della Lombardia, Attilio Fontana, che da tempo chiede tempi rapidi per l’approvazione:
“Sono stupito e un po’ indignato delle dichiarazioni del ministro Lezzi sull’autonomia. Vorrei che specificasse in cosa sono impraticabili”.

Imprese: entrano in azienda gli allievi di Itsmame. Grandi imprese a caccia di talenti

Dall’aula all’azienda: al via gli stage degli alunni degli ITS (Istituti Tecnici Superiori ) del settore della manifattura meccanica (MA.ME.) nei grandi gruppi industriali del territorio.

I colloqui per la selezione degli studenti si svolgeranno con la formula del “job speed date”: più di 40 allievi dei due corsi ITS MA.ME. (Tecnico superiore per l’innovazione di processi e prodotti meccanici – Processo meccanico per l’automotive e l’aerospazio e Tecnico superiore per l’automazione e i sistemi meccatronici – Automazione dei sistemi produttivi per l’automotive e l’aerospazio) incontreranno non solo le aziende della Fondazione ITS MA.ME. (Abete, Adler, Dema, Laer e Novotech), ma anche altre imprese (da Adecco a Lmc, a Gigroup, Marotta, Mec Euro Engineering, Tesi, Vulcanair e Wind).

Gli incontri si svolgeranno venerdì 19 luglio, dalle 9.30 a Villa Campolieto (Corso Resina 283, Ercolano), sede della Fondazione ITS MA.ME. e di Stoà – Istituto di Studi per la Direzione e Gestione d’Impresa (l’ente di formazione che fa parte della Fondazione) nell’ambito del Job Meeting Day, la giornata dedicata al confronto fra i ragazzi e le imprese che hanno dato la disponibilità ad offrire stage curriculari.

“Per gli studenti degli ITS – spiega Luca Scudieri, presidente della Fondazione ITS MA.ME., che aprirà i lavori della giornata – questa esperienza formativa completa il percorso di specializzazione tecnica post diploma. Una grande opportunità per entrare subito in contatto con il mondo del lavoro. In particolare con aziende di primo piano del settore della manifattura meccanica, asset prioritario per lo sviluppo economico e la competitività della Campania”.

Info su www.itsmame.it.

Teatro Orfeo di Taranto, ecco il cartellone

Finalmente è stato svelato il cartellone 2019-20 dello storico Teatro Orfeo di Taranto, una rassegna ricca di personaggi illustri con ben 16 spettacoli.

Un lavoro che ha portato a coltivare una significativa sinergia con diversi teatri pugliesi, quello di Martina Franca in particolare, Bari, Cerignola, Altamura, e con diversi promoter che organizzano a Brindisi, Lecce e Foggia.

Sin dall’inizio il Cinema Teatro Orfeo, si distinse per la sua eleganza e per la qualità delle sue programmazioni. Venne inaugurato da Gennaro Fusco nel 1915, con una rappresentazione della Cavalleria Rusticana, alla quale seguì Pagliacci.

Si leggeva ne la “Voce del Popolo”: “L’Orfeo è davvero elegante. Costruito in muratura, ferro e cemento armato, offre tutte le comodità di un teatro moderno. Spazioso e bellissimo è il “foyer” che ha delle indovinate decorazioni. Anche le decorazioni della sala, bianco e oro, sono profuse con maestria ed offrono un insieme di ricchezza e di eleganza pregevolissime…”.

Ed ora lo attende un leggero restyling, riferiscono i proprietari Luciano e Adriano Di Giorgio: “E’ una struttura che ha ben 105 anni e siamo dell’idea che debba mantenere la sua fisionomia, è una vecchia signora in cui dobbiamo soltanto andare a sostituire la pavimentazione all’interno della sala e le poltrone; avremo un service audio/luce di base per ottimizzare di più quelli che sono i costi per le piccole realtà, perché ci sono le compagnie locali da sostenere, quelle più piccole che vogliono venire a fare teatro, non avendo tutte il budget delle produzioni più grandi”.

Inoltre il Teatro Orfeo punterà di più a diversificare la sua offerta, oltre che con gli spettacoli, anche con i convegni, per cui disporrà di un kit per la traduzione multilingua, ricordiamo a tal proposito che già lo scorso anno ha ospitato il convegno mondiale del Rotary, non essendoci altre strutture che possono dare la possibilità di avere 750 posti a sedere.

E per quanto riguarda le proiezioni cinematografiche: “Saremo i primi a dare la possibilità ai non udenti di poter venire ad assistere alle proiezioni, perché disporremo di un kit innovativo per loro, di un proiettore 4K di ultima generazione, e siamo ancora gli unici ad avere il 7.1, il dolby, con un nuovo 3D, anche se daremo più spazio al teatro perché il Teatro Orfeo è un teatro prestato al cinema e non viceversa” sono sempre le parole dei due proprietari.

E tornando alle novità in programma per il prossimo anno, si parla di spettacoli di cabaret, stagioni concertistiche e teatro sperimentale. Per festeggiare i 105 anni della struttura si prospetta una stagione ancora più prestigiosa della passata con undici spettacoli in cartellone e cinque fuori.

Verranno ospitati artisti che abbiamo già avuto modo di apprezzare come Alessandro Siani, Battista, il duo Solenghi-Lopez e Paolo Rufini che aprirà la prossima stagione il 14 novembre con venti ragazzi down che reciteranno con lui, e Lino Guanciale che è attesissimo.

Le serate doppie verranno divise con il ristrutturato teatro “Verdi” di Martina”.

Si esibiranno altri grandi artisti tra cui Angelo Pintus, Enrico Montesano, per la prima volta Geppy Cucciari con un bellissimo spettacolo di prosa e in esclusiva i “Soliti Ignoti” con Vinicio Marchionni e Giuseppe Zeno.

Il Teatro Orfeo rappresenta la storia del teatro tarantino e i fratelli Di Giorgio stanno facendo un grande lavoro per la cultura e lo spettacolo della nostra città – ha affermato Fabiano Marti, assessore alla Cultura per il Comune di Taranto – e bisogna restituire a Taranto la dignità culturale e artistica che merita”.

E allora è giusto fare un po’ di storia. Nel 1916, l’anno successivo alla sua inaugurazione, il Teatro Orfeo ospitò per la prima volta a Taranto il grande Ermete Novelli, che in cinque serate mise in scena cinque opere diverse.

Numerose poi furono le stagioni liriche, come quella del 1931, che vide in scena la Traviata, la Norma, la Cavalleria Rusticana, Pagliacci, Madama Butterfly, Favorita e si esibì anche Anna Fougez.

Nel 1934 ospitò la Compagnia comica dei fratelli De Filippo e nel 1936, vi tornò la compagnia di Anna Fougez, con un giovanissimo Nino Taranto.

Nel 1942, sebbene in guerra, si alternarono ben 4 compagnie comiche e poi nel 1943 arrivarono a Taranto gli alleati, che requisirono quasi tutti i teatri. Il teatro Orfeo riaprì dopo tre anni.

Nel 1956 andò in scena un’incredibile carrellata degna di una grande città: la Compagnia di Alida Valli, l’Orchestra cubana di Perez Prado, l’Orchestra sinfonica di Hannover, la Compagnia di Nino Taranto, quella di Ugo Tognazzi, di Walter Chiari e il Music Hall, con la grande Josephine Baker, la Crociera di melodie con Carla Boni,Gino Latilla,Nunzio Filogamo, la Compagnia di Rivista di Giorgio Consolini, quella di Achille Togliani e quella di Macario.

Nel 1956 inoltre fu proiettata per la prima volta la trasmissione “Lascia o raddoppia?”, al quale seguì la partita di calcio Svizzera – Italia.

Non andando oltre, aggiungiamo solo il ricordo degli anni ‘70 che portarono a Taranto altri personaggi di importanza nazionale come Vittorio Gasmann, Salvo Randone, Lilla Brignone, Anna Miserocchi, Tino Schirinzi, Turi Ferro, Pupella Maggio, Gigi Proietti, Giorgio Albertazzi, Giuseppe Pambieri, Ugo Pagliai.

In conclusione si può ben dire che il Teatro Orfeo è stato ed è una proposta culturale continua, centro di discussione e di scambio di idee tra le generazioni, espresse in forma di rappresentazione.

Attraverso il Teatro a Taranto, attraverso la sua storia, si può ricostruire il passato insigne della città e forse dimenticato, per riprendere coscienza dei propri valori e progredire nel futuro, perché lo spettacolo è arte, l’arte è cultura, e la cultura è progresso e civiltà, dell’ingegno e della capacità creativa dell’uomo.

Vito Piepoli

Le notizie in evidenza sui giornali di mercoledì 17 luglio 2019

Economia e Finanza

L’Italia torna a risparmiare. La prima buona notizia è che in Italia il ceto medio torna ad irrobustirsi e i bilanci delle famiglie riacquistano parte della prosperità perduta nella lunga crisi. Da 10 anni questa parte infatti non era mai accaduto che un milione e trecentomila famiglie rientrassero nel ceto medio o vi arrivassero per la prima volta. A certificarlo, numeri alla mano, è il direttore del Centro Einaudi, Giuseppe Russo, in occasione della presentazione della nona indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani curata dallo stesso centro con Intesa Sanpaolo e Doxa. «La fascia di redditi medi, quella tra 1.500 e 3.000 euro, che si era contratta sotto la crisi negli ultimi tre anni, si è espansa e infatti è cresciuta di 7 punti, passando dal 51,7% del totale al 57,7%: nel 2019 1,3 milioni di famiglie italiane sono rientrate o sono rientrate per la prima volta nel ceto medio». Il ritrovamento della prosperità perduta si situa in un’altra curiosità che riguarda le finanze degli italiani: i risparmiatori infatti sono risaliti al 50%, dopo la caduta al 39% del 2013 in piena crisi dei debiti sovrani, e siamo al massimo storico di percentuale di reddito messa da parte (è il 12,6%, mentre nel 2003 era il 7,7 su una percentuale di risparmiatori del 56%). II bene rifugio per eccellenza resta però il mattone. Se infatti il patrimonio medio italiano stimato è di circa 270 mila euro, il 63% è rappresentato dalle case ed è record di proprietari. Nei 12 mesi precedenti all’indagine il 6,7% del campione ha investito in un’abitazione, ma solo il 3%, lo ha fatto per acquistare o cambiare il primo immobile; gli altri acquisti sono stati realizzati per questioni legate all’eredità o per avere un reddito aggiuntivo in vecchiaia. «Crescono le persone che si sentono a proprio agio col reddito e quelle che risparmiano (52%) superano quelle che non lo fanno (48%) con un percentuale decisamente più alta del minimo storico (39%) toccato nel 2013 – ha sottolineato Gian Maria Gros Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo -. E questo sembra difficile da capire in un contesto in cui si leggono commenti allarmati sulla nostra situazione. Tale elemento va collegato a come viene rappresentata la nostra economia. Un altro aspetto positivo che emerge è che le persone imparano a gestire i propri problemi e a cogliere le opportunità. Le crisi sono cambiamento, in ogni cambiamento ci sono abitudini non più opportune e altre chevanno colte con un atteggiamento proattivo di fronte a un mondo che cambia».

Dossier Alitalia. Partiranno nei prossimi giorni i primi faccia a faccia della cordata che si è proposta di traghettare Alitalia dal limbo dell’amministrazione straordinaria al vero rilancio. Tavoli tecnici delicati, nei quali non si escludono momenti di frizione, che dovrebbero durare un paio di mesi e che vedranno protagonisti in particolare Ferrovie dello Stato e Atlantia, ai quali si affiancheranno gli americani di Delta Air Lines e i rispettivi consulenti strategici e legali. Ma saranno anche riunioni che dovranno fare i conti pure con i desiderata della politica. «Seguiremo la struttura del piano industriale che deve essere sui voli di lungo raggio e non deve sacrificare l’occupazione», ha commentato ieri il ministro Di Maio. E c’è un dato in evidenza sulla scrivania di Giovanni Castellucci, l’ad di Atlantia che sarà il socio privato italiano della nuova Alitalia: la compagnia perde ogni anno mezzo miliardo di euro a livello di Ebitdar. Un dato inaccettabile per il manager che guida Atlantia, che va invertito di segno al più presto. I quattro “quasi soci” – in attesa del consorzio vero e proprio – hanno solo due mesi per correggere la rotta dell’abbozzo di piano che Delta, e Air France-Kim stanno mettendo a punto con la supervisione di Ferrovie dello Stato. E Castellucci vuole dire subito la sua, forte anche di una partecipazione di Atlantia che dovrebbe aggirarsi attorno al 35%, con un esborso ipotizzato di circa 350 milioni: già domani incontrerà i commissari Alitalia per mettere a punto un calendario di interventi. I nodi da affrontare sono molti. Le indiscrezioni danno per scontata una ulteriore riduzione della capacità offerta dalla compagnia, ma con ricavi in aumento. In pratica si taglia la flotta di 18 macchine, tre delle quali di lungo raggio, mantenendo o ampliando i collegamenti, grazie ad un incremento dell’utilizzo di equipaggi e aerei. Ma questa strada non genera mai un miglioramento dei margini, anche a parità di ore volate.

Politica interna

Moscopoli incendia il Parlamento. A Palazzo Chigi cominciano a circolare analisi allarmate. A quanto pare la coabitazione tra Di Maio e Salvini sta portando a strappi e retromarce sempre più frequenti. Solo ieri il leader leghista era sotto il fuoco incrociato dei 5 Stelle per indurlo a chiarire in Parlamento la vicenda dei presunti fondi russi. Il ministro dell’Interno l’aveva escluso dicendo che non aveva senso parlare di spie ma, sia pure nella formula del question time, andrebbe a parlarne davanti ai parlamentari. Il punto è che invece il presidente Fico ha accolto la richiesta dei partiti di opposizione – Pd, Leu e + Europa – di riferire in Aula con un’informativa. Un atto che i leghisti interpretano come politicamente ostile perché fatto di sponda con Zingaretti e che mira direttamente al leader. D’altronde, la pressione del M5S e del premier Giuseppe Conte, oltre che delle opposizioni, è sempre più insistente. «II ministro dell’Interno non si è neppure degnato di rispondere, questo è un fatto molto grave. Umilia non le opposizioni ma il Parlamento, quindi sospendiamo l’attività parlamentare. I lavori non riprenderanno finché non sarà restituita dignità a questo luogo». È il capogruppo Graziano Delrio a dare il via alla protesta dura. «Una situazione tecnicamente golpista. Salvini elude la Costituzione, doverosa la reazione del Pd», attacca il dem Stefano Ceccanti. Silvio Berlusconi del resto aveva dichiarato in una nota la sua fiducia nell’amico Salvini: «Nessun finanziamento da Russia, me l’ha detto Putin». La convinzione, nel governo, è che le rivelazioni siano appena cominciate; che del colloquio registrato tra il presidente dell’associazione Lombardia-Russia e i suoi interlocutori moscoviti possano esistere altri spezzoni; e che sia destinato a diventare una questione di sicurezza e interesse nazionali. La presenza del leghista Savoini al vertice bilaterale tra Salvini e il ministro dell’Interno russo, Vladimir Kolokoltsev, un anno fa a Mosca, è considerata una controprova. D’altronde, la magistratura milanese fa capire che le indagini saranno lunghe, laboriose, e proiettate fuori dai confini italiani. Per la Lega, il problema è difendere il suo uomo a Mosca e Claudio D’Amico, consigliere strategico di Salvini a Palazzo Chigi; e in parallelo evitare che gli sviluppi dell’inchiesta travolgano lo stesso vicepremier. Per i Cinque Stelle è un’occasione unica per tentare di rifarsi contro la Lega che ha trionfato alle Europee a spese del Movimento. Ma devono stare attenti a evitare che il caso affossi il governo o trasformi Salvini in vittima.

Ue, l’ira di Conte: traditi dalla Lega. Si rifletterà inevitabilmente sul futuro del Governo italiano la “geometria variabile” espressa nel voto di ieri a Strasburgo sulla candidata alla presidenza della Commissione Ue, Ursula van der Leyen. I parlamentari pentastellati hanno votato a favore dell’ex ministro della Difesa tedesca così come quelli del Pd e di Forza Italia mentre la Lega, dopo alcune dichiarazioni in cui si chiedevano maggiori garanzie sull’immigrazione, ha deciso di votare contro così come i parlamentari di Fratelli d’Italia. Più istituzionale, ma con un occhio interessato al futuro negoziato per il futuro portafoglio destinato all’Italia nel collegio dei commissari, il sostegno del presidente Conte al programma della van der Leyen. «Ho apprezzato il discorso della candidata presidente della Commissione von der Leyen – ha commentato Conte – i temi economici, sociali, ambientali evocati così come la lotta ai traffici illeciti lasciano sperare in un’Europa finalmente più capace di avere cura del suo futuro e dei bisogni dei cittadini». Ma il voto dei 5 Stelle, determinate per l’elezione di Von der Leyen, ha scatenato un uragano nel governo e nella maggioranza. Le conseguenze non sono per il momento calcolabili, ma la tensione è al limite della rottura, che potrà solo essere rimandata magari al prossimo anno. Rimane l’incognita di come l’alleanza gialloverde, in queste condizioni, potrà affrontare nei prossimi mesi una discussione su una legge di Bilancio da 50 miliardi di euro. I toni sono cresciuti oltre la fisiologica dialettica nelle ultime settimane fino ad esplodere sulla questione dell’autonomia regionale e, in queste ultime ore, a seguito del vertice con le parti sociali convocato da Matteo Salvini per cominciare ad impostare la manovra economica e mettere a punto la flat tax. È stato il premier Conte a parlare di «sgarbo istituzionale». Il tutto appesantito dalla vicenda dei presunti finanziamenti russi al Carroccio. Ieri il colpo di scena con la Lega che vota contro Von der Leyen e i grillini a favore. «I leghisti hanno votato contro l’interesse nazionale», sostengono a Palazzo Chigi. «I 5 Stelle hanno fatto un becero gioco del baratto», fanno sapere dalla Lega. Salvini è furioso. Non ha mai accettato la logica messa in campo da Conte che aveva invitato i due partiti del suo governo a sostenere il pacchetto di nomine deciso nell’ultimo vertice europeo. «Non avremo mai votato a favore della Von der Leyen solo per avere una poltrona», fa sapere il ministro dell’Interno che si aspettava un riconoscimento palese dalla neo presidente della Commissione Ue.

Politica estera

Von der Leyen passa per 9 voti. Spirava un forte vento di ottimismo nella giornata di ieri all’Europarlamento di Strasburgo. Ma d’improvviso, alle 19.30, si è trasformato in una ventata gelida. Ursula von der Leyen ha superato il test dell’Aula. Prima donna della storia a guidare l’esecutivo comunitario, raccoglierà il testimone da Jean-Claude Juncker il primo novembre. Ma la tedesca è passata per un soffio, con 383 voti, appena nove sopra la maggioranza di 374. Determinante il sostegno giunto dai 5Stelle e in extremis dai polacchi di Diritto e Giustizia, il partito dell’illiberale Jaroslaw Kaczynski al potere a Varsavia. La presidenza di von der Leyen nasce senza una maggioranza pienamente europeista e nei prossimi 5 anni la sua Commissione dovrà cercare volta per volta i voti per far passare i provvedimenti nell’aula di Strasburgo. «La fiducia che riponete in me è la fiducia in un’Europa unita e forte. È stata la giornata più intensa della mia vita politica», ha commentato a caldo aggiungendo che «in democrazia la maggioranza è maggioranza». Un sospiro di sollievo, ma anche un modo di nascondere il dato politico dopo il pericolo scampato. Nei giorni scorsi si erano sfilati i Verdi, ma gli altri tre grandi partiti pro Ue godevano di una platea di 444 eletti, ben superiore ai 374 voti necessari alla fiducia. Tuttavia tra Popolari, Socialisti e democratici e macroniani di Renew Europe ha colpito il malcontento, con un centinaio di deputati che nel segreto dell’urna ha votato contro. Le maggiori perdite nei Socialisti e democratici, dove una cinquantina di parlamentari ha scelto il dissenso a partire da quelli della Spd tedesca accompagnati dal colleghi di Benelux, Grecia, Austria e Slovenia. ll discorso di presentazione di von der Leyen è stato importante per convincere gli indecisi socialisti della vigilia. Affermati il suo europeismo e la distanza dai sovranisti, ha anche sottolineato l’impegno per la parità di genere. Von der Leyen ha promesso che «se gli Stati membri non proporranno abbastanza donne commissarie» non esiterà «a chiedere nuovi nomi». E su eventuali commissari euroscettici, ha spiegato di volere «una Commissione che lavori per migliorare l’ue e rafforzare l’Europa».

In Francia si dimette il ministro dell’Ecologia. In molti lo avevano pronosticato sin dall’inizio come l’inevitabile epilogo. A una settimana dalle accuse sulle cene da nababbo – con tanto di aragoste giganti, champagne e vini da centinaia di euro a spese del contribuente – il ministro della Transizione Ecologica, Francois De Rugy, ha rassegnato le dimissioni dicendosi vittima di un «linciaggio mediatico» orchestrato contro di lui. Dimissioni rapidamente accolte dal presidente, Emmanuel Macron, che ha evocato una «scelta personale» del ministro, e dal premier Edouard Philippe, lo stesso che in piena bufera – appena qualche giorno fa – gli aveva rinnovato la fiducia. Furioso per le bordate e le rivelazioni a ripetizione, non solo sui menu extralusso, il numero 2 del governo che appena qualche giorno fa disse di non avere «alcun motivo» di lasciare getta dunque la spugna. E denuncia per diffamazione Mediapart, il giornale on-line dal quale partirono le prime accuse contro lui e la moglie Séverine De Rugy. «Gli attacchi e il linciaggio mediatico di cui la mia famiglia è oggetto – si legge nel comunicato con cui il ministro ha annunciato le dimissioni – mi inducono oggi a prendere le opportune distanze, chiunque potrà capire». Rugy ha sottolineato di «tenere troppo all’ecologia per accettare che la nostra azione ecologica sia indebolita da accuse personali incessanti», spiegando che «le azioni necessarie per difendermi mi impediscono di assumere serenamente ed efficacemente la missione che mi hanno affidato il presidente della Repubblica e il primo ministro». Tutto ha avuto inizio circa una settimana fa. Le prime rivelazioni di Mediapart – con tanto di foto d’appoggio, tra vini di grands crus francesi e le aragoste giganti che troneggiano su un banchetto degno del Re Sole – hanno fatto il giro dei social. Secondo il giornale on-line, sono state in totale una decina le cene di questo tenore organizzate da De Rugy tra ottobre 2017 e giugno 2018, vale a dire quando era ancora alla guida dell’Assemblea Nazionale, senza nesso apparente con il suo incarico. In questi ultimi giorni lui si è sempre difeso garantendo che si trattava solo di «cene informali» con personalità della «società civile» legate all’esercizio del suo incarico.

Video-Story. Quando la Rai fece la multa di centomila lire a Totò

Ospite della trasmissione televisiva per quiz il Musichiere il povero Totò si lascia scappare sulla faccia di Mario Riva un incredibile “Viva Lauro!” che scatena il terremoto. Tambroni in persona telefona al presidente della RAI per chiarimenti. Chiede che il comico napoletano sia diffidato, multato, esiliato per sempre dal video. In effetti Totò vedrà penalizzato il suo compenso di centomila lire “per frase pubblicitaria”». Lo scandalo Celentano, come vedete, è stato soltanto una replica di vecchie sceneggiate. La Rai è la Rai…