Luglio, dati alla mano. Tra il 19 e il 28 del mese, in meno di dieci giorni, SRM e SVIMEZ, i due più autorevoli istituti che in Italia tengono sotto osservazione l’economia meridionale, hanno fatto il punto sullo stato di salute del Sud. Il Centro Studi e ricerche di Intesa San Paolo diretto da Massimo Deandreis ha pubblicato il Check Up 2107 in partnership con Confindustria. L’associazione Sviluppo Mezzogiorno, presieduta da Andrea Giannola, ha convocato una conferenza stampa per far conoscere le anticipazioni sul Rapporto 2017.

La ripresa, valutata come evento eccezionale dopo 20 anni di crescita zero dalla Svimez l’anno scorso (trainata da agricoltura e turismo), si conferma a sorpresa anche nel 2016, ma stavolta a tirare è il settore industriale. E non basta. La novità più importante è l’exploit della Campania, che si rivela la regione più reattiva non solo nel Mezzogiorno ma di tutto il Paese. Il Sudonoline.it prova a scavare più a fondo nelle ragioni di un successo (relativo, perché alla crescita del Pil non corrisponde al momento un incremento dell’occupazione, specie giovanile). Alla ricerca delle linee di fondo che possono consolidarla, ne parliamo con Vito Grassi, presidente di Graded Spa (azienda attiva nel settore dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili) e vice presidente dell’Unione industriali di Napoli.
Presidente, dall’osservatorio di Srm e di Svimez emerge al solito un Sud a luci ed ombre, non è così?

Luci ed ombre, ma in maniera nuova. Quella meridionale si mostra come un’economia in risalita, sia pure lenta, e questo è un dato nuovo dopo venti anni di crescita zero, venti anni di mancato sviluppo del Mezzogiorno vista come questione irrisolta.

Che cosa vuole dire? Dove vede il cambio di passo?

Dalle stime e dai dati di cui possiamo disporre si nota che non si parla del solito Sud, dove eccellenze singole e isolate emergono come oasi nel deserto del sottosviluppo. Non siamo più al cospetto di un territorio costellato da cattedrali nel deserto quello che emerge. Piuttosto sembra evidente un certo dinamismo di tutti gli attori del territorio, con in testa proprio  l’industria, in particolare quella meccanica, e le start up.

A quale causa lei connette questi risultati positivi?

Il beneficio che a me pare evidente si deve a un fatto politico incontestabile: il ritorno del Mezzogiorno nell’agenda politica, a partire da quella governativa.

Quali sono i dati più confortanti a suo parere?

Al di là dei numeri, che però contano, io credo nell’effetto che può dare una economia meridionale che continua la sua crescita moderata, che le fa tenere il passo del Centro-Nord. Questa è una iniezione di fiducia che deve spingere istituzioni e imprese a impegnarsi ancora di più per recuperare il terreno perduto soprattutto con la crisi del 2007. E’ confortante apprendere che “i segnali di vitalità che negli ultimi anni si registrano si fanno sempre più intensi e sempre più diffusi, soprattutto rispetto alla capacità competitiva (sul mercato interno e nella competizione internazionale) di un nucleo forte di imprese che si fa progressivamente più consistente”.

Parliamo di questo blocco di aziende che riescono ad essere competitive come e più delle imprese del Centro e del Nord. Quali sono le loro caratteristiche distintive?

La crisi ha operato una selezione darwiniana delle imprese in grado di stare sul mercato. Chi è riuscito a superare la tempesta oggi si sente ed è più forte. E’ passato a un maggiore equilibrio finanziario, ha ridotto la situazione debitoria, si è irrobustito sotto il profilo patrimoniale. E spesso appartiene al cluster delle aziende che esportano, portando il Sud a un rotondo +12% nei primi tre mesi dell’anno, 3 punti percentuali in più sulla media nazionale. Come ha osservato il presidente dell’Istat nel corso del convegno al San Carlo per celebrare i Cento anni dell’Unione di Napoli, il tessuto produttivo di Napoli, pur segnato profondamente dalla crisi, conta su un gruppo di aziende che risultano produttive alla stregua – e, talvolta, anche più – di quelle del Centro Nord.

Quali sono invece le ombre che gravano ancora sullo sviluppo del Sud?

La capacità produttiva andata distrutta ha il suo peso. Pesano soprattutto i divari di competitività. Una spesa per investimenti pubblici, prima di tutto infrastrutturali, ancora insufficiente. L’offerta di credito che fatica a seguire la domanda delle imprese. I ritardi nella capacità di innovazione. Per tutte queste ragioni, l’economia del Mezzogiorno è in crescita, ma in una misura non sufficiente a recuperare il terreno perduto. Ma volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, il dato più importante deriva dalla constatazione che è anzitutto il governo a fare la sua parte, come si è potuto vedere con il rilancio di Bagnoli grazie all’impegno del ministro De Vincenti e Invitalia. E’ un giudizio nel quale sono confortato da Srm, il quale nel suo Check Up Sud riconosciuto che l’attenzione posta dal governo sul tema Mezzogiorno “è andata ben al di là della sola istituzione di un Ministero dedicato”.

La Campania rubricata, con una crescita al 2,4%, come locomotiva d’Italia e non solo del Sud. Se l’aspettava?

E’ un successo dietro il quale c’è un territorio che comincia a prendere seriamente fiducia in se stesso, nei propri ineguagliabili attrattori ambientali, culturali e storici, c’e’ un territorio che comincia a godere degli effetti causati dall’impatto delle nuove generazioni, c’e’ un uso sapiente degli strumenti per attrarre le imprese. Non è un giudizio mio, ma dello stesso De Vincenti e della Svimez. Un credito d’imposta assicurato a chi investe pari a 800 milioni, la decontribuzione sulle nuove assunzioni che in Campania è al 100%, lo sgravio sull’Iva alle nuove imprese. E poi i contratti di sviluppo che hanno portato a investimenti superiori a 1 miliardo e mezzo. E i contratti di programma…

Qual è, in conclusione, la lezione che si può trarre da questa vicenda?

Tutto ciò lascia intendere che la priorità è il rilancio degli investimenti pubblici, specie nelle infrastrutture che servono a “stappare il Sud dandogli la possibilità di diventare davvero la porta che unisce l’Europa ai mercati del Mediterraneo. Tutti confidiamo su una leva che, in questo contesto, può rivelarsi determinante: le Zone economiche speciali. La Campania è una regione pilota coi porti e i retroporti di Napoli Salerno e Nola. Altrove, specialmente in Polonia, le Zes sono state decisive. Svimez ha calcolato che nelle aree polacche interessate il Pil è cresciuto in media del 20%. Allora? A chi aspettiamo?