Violenza sulle donne, le Rinascite ribelli

Pubblichiamo l’Introduzione al libro di Stefi Pastori Gros “Rinascite Ribelli”

di Stefi Pastori Gloss

Solo una femminista come me può scrivere i più biechi dialoghi maschilisti: fui ghost writer anche di Carlo Verdone. Negli Anni Novanta, ebbi il privilegio di lavorare come sceneggiatrice per film importanti e mi rimase la speciale predilezione per il cinema. È pertanto pertinente l’umile scelta di truccarmi da Joker in copertina di  “Rinascite Ribelli”, promuovendolo sui Social con l’hashtag #siamotuttijoker. Vi sono svariati motivi che concorrono ad eleggere Joker come copertina di “Rinascite Ribelli”. Il Joker di Todd Phillips, Leone d’oro a Venezia76 e Golden Globe 2020 per miglior recitazione, undici nominations agli Oscar della cui attribuzione chiunque abbia amato il film se ne aspettavano almeno quattro: miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora, migliore fotografia. In realtà, ne saranno attribuiti soltanto due, e va sottolineato     ai fini di uno degli scopi di questo libro, l’autostima femminile – che uno dei due è donna. È un film che non può prescindere dal politicamente scorretto, perché Joker è simbolo della violenza. “Rinascite Ribelli” tratta di situazioni politicamente scorrette, cioè di uomini che aggrediscono le donne. Un film che non può prescindere dall’oscurità, nascosta in ciascun spettatore. “Rinascite Ribelli” tratta dell’oscurità celata in ciascuno di noi, aggressori e vittime. Un film che non può prescindere dalle risate malate del protagonista, responsabilità derivante dalle violenze psicologiche della madre perpetrategli da bimbo. “Rinascite Ribelli” tratta non proprio di malattia, ma comunque di disturbi del comportamento legati alla violenza psicologica agita dal genitore sul figlio. Un film che non può prescindere dalla sua stessa colonna sonora, fatta di tonalità scure, gravi, profonde, viola orchestrale e sonorità elettroniche commiste, grancasse e diesis ritmati. Per comprendere a fondo il film, ci si deve immergere e far rapire dalle note della compositrice islandese Hildur Guðnadóttir e dalla restante soundtrack costellata di classici strepitosi, da Frank Sinatra e Fred Astaire fino all rock di Gary Glitter e dei Cream. Se “Rinascite Ribelli” dovesse avere una colonna sonora, sarebbe esattamente così. Un po’ come le nostre vite, tra alti e bassi, tra serenità e dramma. Il film è totalmente imperniato sul personaggio principale che dà il titolo. Joaquin Phoenix d’ora in poi sarà indissolubilmente stretto al suo stesso Joker, slegato da qualsiasi altro film ispirato ai personaggi DC Comics e non un aderente adattamento di precedenti storie filmiche. Per stessa ammissione del regista, il film è influenzato da un paio di pellicole di Scorsese (TAXI DRIVER e RE PER UNA NOTTE). Qualunque amante del cinema che abbia superato la cinquantina se ne accorgerebbe, grazie all’utilizzo di De Niro, a dire il vero così imbolsito da essere irriconoscibile. Di Phoenix, i più saranno rimasti al vilain dell’imperatore romano Commodo ai tempi de IL GLADIATORE. Era acerba. Da quella sono passati tanti anni e lo si percepisce concretamente nella raggiunta maturità recitativa di Phoenix. All’epoca, l’attore appariva di un’imponente torbida bellezza, come il personaggio richiedeva, il viso porcellanato dei potenti e le borse scure sotto lo sguardo del bieco uomo di potere. In questa pellicola, invece, si direbbe più alto di Commodo, dimagrito, emaciato, così tanto coerente alla parte da lasciar pensare abbia vissuto sulla sua pelle le traversie di Joker. Chi ha cognizione della travagliata vita di Joaquin Phoenix, apprezza che il direttore del casting ha fatto la scelta migliore. L’attore usa strategie mirate per dar vita ai disturbi del comportamento di Joker. Indossa scarpe più grandi dei suoi piedi – e non mi riferisco a quelle da clown, Phoenix nel film sembra abbia un 48 di piede, a Venezia invece durante la premiazione con lo smoking indossa All Star di un normale 43; per gran parte della pellicola, con evidenza trascina un passo zoppo, però in chiusura film corre come se non ci fosse un domani, dimenticando la zoppia; dopo aver scoperto che tutta Gotham City è dalla sua parte, nella scena in cui emerge dalla metropolitana cammina rilassato leggiadro e consapevole finalmente del suo valore, senza zoppicare. In più, l’uomo (lo chiamo così, perché Joaquin Phoenix appare nella sua dimensione di più sconcertante umanità, tanto buona tanto deforme quanto cattiva), l’uomo usa coscientemente le proprie deformità fisiche per sottolineare quelle psichiche, Lombroso docet. E Todd sta al suo gioco. Delle scene madri, ce n’è una in particolare che dà significato a tutto il film e che rappresenta il motivo per cui Joker ha assunto l’importanza di rivestire il ruolo di copertina di “Rinascite Ribelli”; ed è quella in cui Todd Phillips ci fa penetrare nei misteri dell’inconscio del protagonista, persona affetta da disturbi del comportamento inoculatigli dalla madre fin dalla più tenera età – meccanismo tanto morboso quanto reale e proverò a spiegarlo meglio nel Cap. III “Furia o calcolo” – madre maltrattante che poi ucciderà da adulto. In questa scena, l’impietosa macchina da presa lo scova seduto negli spogliatoi del datore di lavoro. È qui che conosceremo la cagione prioritaria della trasformazione di Arthur Fleck, di base un buono, in Joker, fondamentalmente un cattivo, tramite un magistrale carrello in avanti, in avvicinamento alla schiena ingobbita, appesantita e lorda di ecchimosi, mentre il protagonista martoria una delle scarpacce da clown, suoi strumenti di lavoro. Ha da poco subito un pestaggio da parte di un gruppo di bulli, durante l’espletamento del suo misero, ma dignitoso, lavoro da clown stradale, per il quale è costretto ad indossare il sorriso che tanto gli instillò la madre fin da piccolino – una vera e propria violenza sulla psiche – e che trova naturale realizzazione in questo compito da disperato. Una delle sue braccia è seminascosta dal torace, appare come staccata e indipendente dal resto del corpo, fissata in un punto anatomicamente “sbagliato”. L’inquadratura sottolinea ancor di più tale innaturale incongruenza, parlandoci del suo essere interiore, così scollegato dalla società dei normalmente adeguati. È un ineccepibile “punto di svolta” del plot, perché proprio in quel momento un collega gli farà dono di un’arma, per difendersi, ma che determinerà il suo prossimo futuro di eroe negativo. Forse è qui che scatta l’amore del pubblico per Arthur Fleck. Anche se sono solo gli studiosi esperti del fenomeno della violenza sulle donne a poter lucidamente riconoscere che per ogni vittima, c’è un carnefice, che il carnefice cerca la propria vittima, così come la vittima cerca il proprio carceriere, il film sostiene esattamente queste tesi, ovvero il martire delle angherie materne Arthur Fleck finirà per uccidere la propria madre, pur essendo morbosamente legato a lei; asserzioni che ritroviamo sostenute dagli psicologi clinici del trattamento di vittime e carnefici intervistati in “Corpi Ribelli” – resilienza tra maltrattamenti e stalking.

Tutti gli spettatori si aspettano che Arthur Fleck, in quanto buono rifiutato dalla Società, prima o poi usi l’arma contro di sé. Invece no, la sua voglia di vita e di rivalsa contro i soprusi subiti diventerà gonfalone degli oppressi di Gotham, che indosseranno la sua maschera per protestare contro bulli e potenti e ricchi. Un novello Robin Hood, che ruba le vite e non i denari, che rende facile identificarsi nel colorato eroe negativo e che, nel finale sorprendentemente aperto, non muore. Un disadattato che finisce costretto ad adattarsi, suo malgrado, sebbene conserverà l’impronta di sangue nel suo destino. Impressionante come Phoenix mantenga la tragedia nello sguardo durante le sue sguaiate risate, cosa impossibile al Joker del precedente Jared Leto, il quale, forse per sopperire alla sua incapacità recitativa, usò l’escamotage di tatuarsi il sorriso sulla mano. Un film, JOKER, da vedere perché fa riflettere, per riconoscere il Joker che è in noi. Da non vedere, se si vogliono chiudere gli occhi sulla realtà malata che ci circonda (e che ci fa ammalare). Un libro, “Rinascite Ribelli”, da leggere perché ci fa soppesare certi nostri comportamenti da vittima o carnefice, mai così vicini, mai così sovrapponibili. Da non leggere, se vogliamo restare nel caldo e comodo brodo primordiale dell’inconsapevolezza.

– Netnografia

Pastori Gloss, S. (2013) Corpi Ribelli – resilienza tra maltrattamenti e stalking, Kimerik Edizioni https://centrovirtualearte.it/2018/02/02/corpiribelliresilienzamaltrattamentistalkingparte/ (tutte le edizioni esaurite)

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