di Cecilia Gabrielli

«Le persone che incontro, quando bevono al bar o bestemmiano giocando a carte, quando aprono un libro o piangono amici morti, vivono tutte una doppia vita: quella che ci è stata data,  che si svolge nel tempo degli altri e che scorre sulla pelle e sul volto; e l’altra, quella che ci scegliamo, proiettata nel nostro tempo solitario, e che fluisce dentro di noi, nel nostro sangue, nei nostri recettori, nella nostra testa. La maggior parte sceglie la prima, nascondendo l’altra sotto un pesante manto nero, affogandola, sopprimendola, facendola pezzi pezzi».
Astolfo Malinverno è un personaggio umile e silenzioso, ritroso perché zoppo, per niente ingombrante e proprio per questo vi resterà sempre incollato al cuore e finirete per rivederlo nelle persone di ogni giorno, persino a cercarlo nascosto da qualche parte dietro la parvenza dell’insignificanza. Suo fratello gemello, Notturno, non nascendo, si è tenuto due centimetri della sua gamba e Astolfo gli ha pure prestato il volto della sua unica foto, ad aiutare il ricordo di chi non era mai stato. Eppure Astolfo nasce, vive ogni giorno apparentemente uguale al precedente, con la regolarità dei registri che si trova a tenere, l’uno per la biblioteca e l’altro del cimitero, di cui diviene con sorpresa custode. Nel suo cuore e nella sua mente accadono e si narrano vicende meravigliose, che lo vedono protagonista e perfino regista, che incuriosiscono il lettore, già affezionato dalla terza pagina, mentre per strada Astolfo combatte spesso con i reumatismi che gli provoca la sua zoppìa.« Mi piaceva l’idea che ogni passo avesse una posizione ben precisa nel mondo, che le soste temporanee dettate dall’imperfezione della gamba avvenissero dentro un quadrato di terra già previsto e descritto dagli uomini, come se la giusta collocazione offrisse di per sé, autonomamente, un significato. Anche la mia biblioteca funzionava a quel modo».


Se questo non bastasse, Astolfo nasce in un luogo che travalica la fantasia.«Timpamara fu conosciuta come il paese della carta: ogni settimana venivano scaricati quintali di riviste, giornali, manifesti, locandine, cartelle, documenti, e soprattutto migliaia e migliaia di vecchi volumi destinati al macero».Qui sorgeva la più antica cartiera della regione e in ogni dove gli operai e il vento seminavano parole e foglie, lasciando crescere consapevolezza e amore.«Non avevo mai saputo affrontare i mutamenti, mi spaventavano, e allora cercai di distrarmi nell’unica maniera che conoscevo. Presi dalla tasca Madame Bovary e in un attimo abbandonai le terre avverse di Timpamara per giungere a quelle immobili e pigre di Yonville-l’Abbaye. Questa lettura tornava nella mia vita ogni volta che avevo bisogno di consolazione, quando avvertivo cioè la necessità di annacquare e di disperdere la mia tristezza nella tristezza del mondo e sentirmi così parte dell’umanità illusa e dolente».I cimiteri hanno qualcosa che induce a pensare agli scaffali di una libreria come se le vite umane fossero semplicemente storie narrate e i corpi come libri. Sono certo due manifestazioni dell’umana esigenza di incasellare, catalogare, registrare, come se la sequenza di un ordine o la tenuta di un registro potessero aumentare il possesso di qualcosa che è semplicemente un prestito.«Che poi, quando il pomeriggio in biblioteca strappai la scheda del libro, pensai che in fondo tutto quello che ci viene dato nella vita è un prestito a tempo che prima o poi dovremo rendere, che nulla ci appartiene davvero, come se l’universo fosse una grande biblioteca nella quale si dispensano comodati d’uso di solitudine, gioia, rimpianto, tutti appuntati su schede scritte minutamente, sapendo già che a qualcun altro andranno un giorno i nostri oggetti, le nostre sensazioni, i nostri respiri».Questo si annida nell’acme di un romanzo bellissimo con cui inauguriamo il 2021, righe in cui Domenico Dara trasuda Mario Benedetti e Borges, senza mai avere bisogno di citarli, pagine in cui si scopre uno scrittore potente che custodisce un segreto destinato a conquistare qualunque lettore: questa storia è scritta da qualcuno che ama leggere e possiede la letteratura in maniera insolita, per questo ci si ritrova in compagnia di una penna narrante con cui il lettore ha tutto da condividere.Ha scritto Idamaria che Domenico Dara, con la sua scrittura e la sua capacità di emozionare, ci fa fare un bel viaggio: un viaggio d’amore per la lettura, per la vita. Entriamo in contatto con Dostoevskij, ripercorriamo l’atmosfera di Flaubert con Madame Bovary, passiamo per emisferi infiniti e ci imbattiamo in una nuova e magica dimensione, tutta raccontata da Astolfo Malinverno, «l’unico bibliotecario guardiano del cimitero che l’umanità abbia avuto».

Il 17 gennaio alle 21.00il Circolo della Lettura “Barbara Cosentino”vi aspetta per incontrare Domenico Dara con il suo romanzo “Malinverno”.

Presenta e modera Idamaria Marini.

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