Suore in prima linea contro la tratta

“Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”. Fu inevitabile, per chi allora le ascoltò, scorgere la traccia della santità nelle parole che Giuseppina Bakhita pronunciò pensando ai suoi rapitori, a coloro che la strapparono dal suo villaggio, nel cuore dell’Africa, per dare inizio al suo lungo cammino di sofferenza. Venduta, torturata, sottoposta all’estenuante dolore di un sadico rituale tribale che la privò perfino della memoria del proprio nome, la giovane Bakhita affrontava il suo cammino verso il Signore, la cui voce avrebbe scoperto a poco a poco, confrontandosi inizialmente con chi, fra tanto orrore, per la prima volta usò verso di lei una parola gentile. Non è un caso che la memoria liturgica di santa Bakhita coincida con la Giornata mondiale di preghiera contro la tratta delle persone: quell’incubo lei lo visse sulla propria pelle, sperimentando su sé stessa la brutalità dei mercanti di schiavi in un’epoca in cui, inerme, l’Africa veniva dilaniata dall’avido desiderio di potere e conquista di uomini venuti da lontano. Senza però aprire mai all’odio le porte del proprio cuore: “Poveretti – dirà -, forse non sapevano di farmi tanto male: loro erano i padroni, io ero la loro schiava. Come noi siamo abituati a fare il bene, così i negrieri facevano questo, perché era loro abitudine, non per cattiveria”.

In prima linea

Non è bastato però lo scorrere della storia, né le strazianti testimonianze di chi, come Giuseppina Bakhita, è riuscita a lasciare dietro di sé il ricordo delle torture fisiche e morali subite per aprirsi a una vita nuova. La tratta degli esseri umani continua a mietere le sue vittime anche nell’era dell’informazione di massa, sotto gli occhi del mondo in evoluzione, che assapora le meraviglie della modernità ma che troppe volte dimentica di volgere il proprio sguardo oltre il velo di luce dei propri schermi. Ma non va nemmeno dimenticato chi, seguendo l’esempio della santa africana, consacra sé stesso nel contrasto al mercimonio di giovani ragazze che, come Bakhita, hanno conosciuto l’orrore della schiavitù, cercando nel conforto e nell’ascolto il necessario barlume di speranza per ricominciare a vivere. Suor Annamaria, come la santa sudanese, appartiene all’ordine delle Canossiane, al quale Bakhita aderì e da cui iniziò il suo secondo cammino di vita: “Il film su di lei si interrompe a questo punto – racconta a Interris.it -. Mi viene da dire che avrebbe dovuto partire da qui invece. Quando il console italiano la strappò dalla sua condizione di schiava per portarla con sé in Italia, Bakhita visse un’esperienza sconvolgente: fu davanti a un Crocifisso che riconobbe chi, nel buio periodo della schiavitù, le aveva dato sostegno e coraggio. E a lui volle dedicare la sua vita“.

Un modello di santità

La rinascita vissuta dalla santa, secondo suor Annamaria, deve essere lo stimolo anche per coloro che, come lei, si trovano di fronte alla difficile prova della ricostruzione di sé e dei propri sogni: “Il suo esempio fa capire che non è detta l’ultima parola. Lei ritrovò quella forza grazie alla preghiera, senza fare nulla di eclatante ma vivendo semplicemente nell’amore e nella riconoscenza. E questo senza mai cedere alla tentazione, a volte difficile da domare, di lasciare che il suo cuore perdesse il suo riparo dall’odio di fronte a un crimine come la tratta, da considerare davvero un’offesa a Dio e alla dignità umana“. La vita consacrata corrispose a una sensibilità particolare per le storie di sofferenza e di privazione, “tanto che il Tempio della Sacra Famiglia di Schio, dove madre Bakhita riposa, è meta di un continuo flusso di pellegrinaggio e accoglie soprattutto tante donne desiderose di avere un bambino. E’ come se continuasse a far sentire la propria benedizione, dimostrando in ogni momento come anche in Africa, un continente così spesso dimenticato, il Signore possa cogliere i suoi fiori più belli”. Anche per questo la Giornata di preghiera contro la tratta assume un’importanza che, necessariamente, non può essere convogliata in un unico momento di riflessione: “Sarebbe bello che ci fossero più volte, durante l’anno, questi spazi di condivisione e presa di coscienza. Perché il dramma va avanti sotto i nostri occhi e non possiamo permettere che l’attenzione cali”. O che il nostro sguardo si sposti troppo presto.

Un impegno costante

Eppure, nonostante il continuo richiamo alla vigilanza, il dramma della tratta continua a serpeggiare, troppe volte invisibile ai nostri occhi oppure sepolto nelle nostre coscienze: “Ci sono diverse situazioni che ci rendono difficile vederlo – ha raccontato suor Gabriella Bottani, coordinatrice della rete Talitha Kum -, così come ci è difficile vedere tante altre situazioni di grave violazione dei diritti umani o di violenza estrema. A volte facciamo fatica a entrare nel profondo dei problemi, anche solo perché non sappiamo come affrontarli o perché ci possono incomodare. Quindi rischiamo, con superficialità, di proteggere le piccole situazioni di comfort che ci siamo creati, preferendo chiudere gli occhi di fronte a qualcosa che potrebbe inquietarci o che non sapremmo come affrontare”. “Insieme contro la tratta” non è solo il tema della Giornata di preghiera ma anche un invito a renderci partecipi di una lotta che richiama ognuno di noi a una sensibilizzazione costante, a un doveroso sguardo attento e privo di pregiudizi: “Più andiamo avanti e più ci rendiamo conto che se non riusciamo a superare tutti i confini di divisione che costruiamo, difficilmente riusciremo a contrastare la tratta”. In questo senso, determinante è il messaggio continuo di Papa Francesco, costante nel rinnovare l’invito all’impegno massimo: “Penso a due momenti importanti, come il documento sulla fratellanza universale firmato dal Santo Padre e dal Grande Imam di al-Azhar, fra i cui punti c’è la questione della donna e dello sfruttamento sessuale, oltre che un richiamo a superare questa grave violazione dei diritti delle persone come lo sfruttamento delle donne nella prostituzione. E anche il documento firmato il 2 dicembre del 2014 dai leader dei diverse religioni dove insieme si impegnano contro la tratta e la dichiarano come un crimine contro l’umanità. E’ un ruolo fondamentale quello che il Papa e i leader delle religioni possono svolgere. Papa Francesco ne parla in ogni momento, anche nel documento pastorale uscito a dicembre 2019 e in altre occasioni… Durante il suo Pontificato abbiamo un documento della Dottrina sociale della Chiesa specificamente su questo tema”.

Un contrasto necessario

E’ una speciale pagina di bellezza conoscere l’esperienza di chi ogni giorno si spende nella tutela delle ragazze strappate alla strada, nel difficile compito di restituire loro non soltanto un futuro in cui credere ma anche la stima di sé stesse. L’esperienza dell’associazione Slaves no more, guidata da suor Eugenia Bonetti, così come l’impegno perpetuo di evangelizzazione per le strade portato avanti da suor Carla Venditti fra Roma e l’Abruzzo e delle tante associazioni che, come loro, operano costantemente per le strade, non rendono solo l’idea di quanto è possibile fare ma anche di quanto ci sia da fare. C’è bisogno di uno sguardo ampio, che richiami non solo le coscienze dei singoli individui ma che solleciti una posizione istituzionale nell’opera di contrasto. Perché i numeri sono drammatici quanto il crimine stesso, con il 72% delle vittime diviso fra donne (49%) e bambini (23%), con il 30% complessivo costituito dai soli minori. Per questo, come ricorda costantemente don Aldo Buonaiuto, sacerdote anti-tratta della Comunità Papa Giovanni XXIII, “è arrivata l’ora di sviluppare una coscienza che sia davvero collettiva, trasferendo anche in Italia il cosiddetto modello nordico, mirato a colpire i ‘clienti’ che, per primi, alimentano il perverso racket della tratta”. L’obiettivo è arrivare alla creazione “di una task-force europea, che possa garantire chiarezza sul crimine e, soprattutto, efficaci operazioni di contrasto. Perché nessuno possa più sentirsi in diritto di ‘comprare’ un altro essere umano”. Così come nessuno deve essere costretto a guardare sé stesso senza scorgere più la propria dignità dentro i suoi occhi.

Damiano Mattana

Fonte: Interris

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