Politica interna

Salta Conte. Incarico per Cottarelli. «Non l’ho fatto a cuor leggero», dice Mattarella, e quell’espressione semplice riassume l’assillo che lo ha tormentato queste settimane d’impazzimento generale, prima di giungere alla scelta più drastica. Cade l’ipotesi del governo Lega-5 Stelle e si materializza un incarico per Carlo Cottarelli, convocato per stamane al Quirinale. Questo nome si è imposto adesso per tamponare in corsa i conti pubblici, dopo che l’Italia è stata messa sotto attacco dagli speculatori finanziari. La notte della legislatura cala in pieno giorno, poco dopo le 17 al Quirinale. «Non posso accettare Savona – scandisce Sergio Mattarella, ricevendo Matteo Salvini – la sua linea potrebbe provocare l’uscita dell’Italia dall’euro». Il Capo dello Stato vuole concedere altre due ore al leader. Ma la risposta è immediata. «Presidente, non serve. A questo punto vogliamo tornare al voto, ma non faremo campagne contro di lei». Il leader ha già deciso di far saltare il governo di Giuseppe Conte, che rimetterà l’incarico tre ore dopo. Di precipitare il Paese in una crisi istituzionale senza precedenti. E di creare le condizioni per trascinare il Colle nella bufera. «Sto invitando alla calma migliaia di persone che mi stanno dicendo di farci sentire e vedere», è l’avvertimento. Quasi contemporaneamente, Giorgia Meloni brandisce il manganello dell’impeachment. E Luigi Di Maio si accoda, evocando anche disordini di piazza: «Bisogna mettere in stato d’accusa il Presidente. Bisogna parlamentarizzare tutto, anche per evitare reazioni della popolazione».  Cottarelli non poteva immaginare una chiamata al Colle in una situazione così drammatica. Adesso, il tecnico che rispetta la politica, e che il 9 febbraio diceva «non so per chi votare» dovrà fare scelte decisive nel contesto di uno scontro istituzionale senza precedenti e sotto il rischio di una bufera sui mercati. Oggi salirà al Quirinale, magari con la consapevolezza di essere stato chiamato da Mattarella perché il suo solo nome, la sua storia, il suo curriculum sono assoluta garanzia di permanenza dell’Italia nell’euro.

L’ipotesi delle urne il 9 settembre. L’obiettivo primario del Colle, al momento, è impedire che la drammatica crisi politica e istituzionale impatti pesantemente sull’economia nazionale. Ma non c’è dubbio che la mossa di Mattarella celi anche un altro intento: far leva sul senso di responsabilità dei gruppi parlamentari perché accettino di far approvare dal futuro gabinetto tecnico quantomeno la legge di Stabilità e magari anche una nuova legge elettorale, così da tornare alle urne all’inizio del nuovo anno. Il fatto è che Cinquestelle e Lega dispongono dei numeri per bloccare una simile operazione, e si preparano a impedire il disegno del Quirinale per non perdere la loro golden share ed evitare che in corso d’opera si consolidino nelle Camere altri equilibri, capaci di far durare la legislatura. Se questi sono i margini di azione, lo sbocco sono le elezioni anticipate, che i partiti già immaginano fissate nella seconda domenica di settembre. E dal modo in cui ci si avvicinano, è evidente che non saranno un test ordinario: saranno un referendum sull’Europa, sull’euro e anche sul modello costituzionale italiano. E intanto i Cinque Stelle temono nel cono d’ombra. Il Movimento 5Stelle, scrive Claudio Tito su Repubblica, è stato “salvinizzato”. Il prodotto finale di questa lunghissima crisi istituzionale è la subaltemità del “grillismo” al leghismo. E la rinuncia di Giuseppe Conte al mandato ricevuto da Mattarella ne è stata la prova finale. I risultati delle ultime elezioni politiche e il saliscendi delle trattative per formare il nuovo governo hanno dunque messo in mostra un singolare paradosso. Il partito di Salvini si è conquistato una centralità che va ben oltre i consensi ricevuti. Sul versante di centrosinistra la prospettiva  di nuove elezioni a brevissima scadenza è destinata a proiettare Paolo Gentiloni in una cruenta prima linea. In quella che si prospetta una campagna sudamericana, Gentiloni e il Pd si proporranno come quelli che vogliono salvare l’Italia dalle avventure. La scommessa è quella di occupare tutto intero il campo anti-sovranista.

Politica estera

Macron apre il summit sulla Libia «Con l’Italia lavoriamo per la pace». «Insistiamo sul valore della cooperazione francoitaliana: sono anche i mesi di riunioni a vari livelli tra i nostri due Paesi ad avere portato alla conferenza di domani». Alla vigilia della conferenza internazionale sulla Libia organizzata dal presidente Macron a Parigi, l’Eliseo tiene a ricordare il ruolo dell’Italia nelle trattative sul futuro della sua ex colonia. Domani sono attesi a Parigi il presidente libico Sarraj, il generale Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti Aguila Salah Issa e quello del Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri, più i rappresentanti di 19 Paesi coinvolti: i cinque membri del Consiglio di sicurezza Onu, l’Italia, i Paesi confinanti e le potenze regionali dal Qatar alla Turchia. Per Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera, sulla carta il piano francese sembra elementare: facilitare il dialogo Tripolitania.Cirenaica per risolvere l’anarchia in Libia 7 anni dopo la fine di Gheddafi. Come? Con elezioni entro il 2018, grazie all’intesa tra Fayez al Sarraj e Khalifa Haftar; un esercito unico che smantelli le milizie; una banca centrale che regoli l’economia nazionale e gestisca equamente le entrate petrolifere. A ben vedere, non è molto diverso dal summit parigino voluto da Emmanuel Macron nel luglio 2017 tra Sarraj e Haftar. A Roma scatenò non pochi risentimenti per il modo non condiviso in cui venne organizzato. Ma intanto la situazione è peggiorata. Haftar malato è debole contro le milizie islamiche in Cirenaica; Sarraj resta passivo; Isis in crescita anche a Tripoli; il traffico dei migranti in ripresa; le milizie di Misurata premono su Sarraj per bloccare intese con Haftar.

Corea. Trump vedrà Kim: «Potenziale brillante»Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha riaffermato la sua intenzione di tenere il summit con il presidente Usa Donald Trump e accettare la «denuclearizzazione della penisola». Lo ha confermato ieri il presidente sudcoreano Moon Jae-in dopo il summit a sorpresa a Panmunjom. La risposta di Trump non si è fatta attendere: «Stiamo procedendo molto bene». Intanto una squadra di funzionari Usa è entrata in Nord Corea per colloqui in vista del summit previsto (salvo colpi di scena) per il 12 giugno a Singapore. Il leader sudcoreano sembra fare leva su una forza irresistibile: la vanità umana. La voglia di “passare alla storia” è una tentazione formidabile. Nel weekend una squadra di alti rappresentanti della Casa Bianca hanno varcato il confine nordcoreano, accolti con tutti i riguardi dai vertici di un regime con cui Washington non ha rapporti diplomatici, anzi è ufficialmente in guerra. I delegati di Trump sono là per ultimare i preparativi del summit del 12 giugno a Singapore, stanno negoziando i minimi dettagli, fingono d’ignorare che giovedì quell’incontro era stato disdetto dal presidente americano con una formale lettera a Kim. A dimostrare che esistono delle realtà parallele, degli universi virtuali in cui i nostri avatar stanno vivendo altre combinazioni possibili della nostra vita. L’alta delegazione americana è guidata da un uomo di grande esperienza: è l’americano-coreano Sung Kim, richiamato dal suo ruolo di ambasciatore nelle Filippine. Sung Kim nel 2005 partecipò per conto di George W. Bush ad un tentativo precedente di negoziare la de-nuclearizzazione di Pyongyang. Finì maluccio però lui ha accumulato un’esperienza preziosa. Conosce molto bene la sua controparte, Choe Son-hui, viceministra degli Esteri nordcoreana: proprio quella che pochi giorni fa diede dell’idiota al vicepresidente americano Mike Pence, facendo “quasi” saltare il vertice di Singapore.

Economia e Finanza

Spread e Borse, la grande paura dei mercati. Che cosa succederà oggi sui mercati dopo il fallimento di Lega e Movimento Cinque Stelle che hanno rinunciato a formare un nuovo governo? All’ipotesi di un esecutivo anti euro, incarnato dalla figura di Paolo Savona nel ruolo di ministro dell’Economia, i mercati hanno risposto no, facendo salire lo spread e affossando la Borsa. Venerdì il differenziale tra i Btp decennali e gli analoghi Bund tedeschi è arrivato a toccare quota 216 punti, con un rendimento volato oltre il 2,5% (un mese fa era sotto l’1,8%) e conseguenze salate sui conti pubblici e sui prestiti a famiglie e imprese. Piazza Affari ha perso il 4,48% in una settimana, con 51 miliardi di capitalizzazione spazzati via. «L’impennata dello spread aumenta il  nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato. Le perdite in Borsa bruciano risorse e risparmi e configurano rischi concreti per i risparmi delle famiglie italiane», ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per spiegare perché ha posto il veto sulla scelta di Savona. Nel pomeriggio, prima ancora della resa del presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte, era stato il ministro dell’Economia uscente, Pier Carlo Padoan, a mettere in guardia. «I mercati si stanno riposizionando sull’Italia, Moody’s l’ha detto in modo esplicito», ricordando che l’agenzia americane ha subito messo sotto osservazione il rating Baa2 dell’Italia, in vista di un possibile declassamento. La convocazione al Quirinale di un civil servant come l’ex commissario alla spending review e dirigente Fmi, Carlo Cottarelli, potrebbe rassicurare il mondo finanziario. Le dichiarazioni degli esponenti di M5S e della Lega, infatti, avevano innervosito i mercati. Non a caso il ministero dell’Economia aveva preventivamente alleggerito l’importo in asta a fine mese proprio per evitare contraccolpi negativi in termini di rialzo dei rendimenti. Ma una circostanza in particolare aveva provocato una forte preoccupazione negli addetti ai lavorio: l’incontro tra Conte e i rappresentanti dei risparmiatori delle banche fallite. La volontà risarcitoria «senza se e senza ma» è stata letta come un atteggiamento pregiudizialmente ostile nei confronti del settore finanziario. E adesso che cosa succederà? Potranno durare gli eventuali rialzi? «E probabile che il rialzo sia consistente se il centrodestra riuscirà a compattarsi: i sondaggi lo indicano come possibile vincitore delle prossime elezioni e con la rentrée di Berlusconi è sicuramente più convincente per i mercati», afferma il direttore di una Sim bancaria.

Berlino e la linea dura sull’Italia. Da giorni, l’agitazione per quel Paolo Savona che avrebbe potuto scommettere sull’uscita dall’euro o perlomeno sul potere di ricatto che una minaccia del genere avrebbe potuto avere sul resto dell’Europa, stava agitando più d’uno, a Berlino. Dietro le dichiarazioni di circostanza, tranquillizzanti di Angela Merkel, si nascondeva il timore di un governo in grado di riaprire l’abisso della crisi dell’euro. E stasera una fonte vicina alla cancelliera non sembrava convinta che lo sventato governo Conte con la mina vagante Savona tranquillizzerà i mercati, né gli animi. «Si apre comunque uno scenario di una campagna elettorale violentemente anti europea e anti tedesca», spiegava, aggiungendo anche che l’unico baluardo «resta Sergio Mattarella», l’uomo che in queste ore ha messo gli interessi del Paese davanti a tutto, «un presidente della Repubblica sul quale si può fare affidamento». Al vertice europeo di giugno che partorirà un topolino, rispetto alle aspettative di qualche mese fa ma che comunque segnerà qualche convergenza sulla difesa o sul tema cruciale, sopratutto per l’Italia, come l’immigrazione, il nostro Paese si presenterà azzoppato. Va ricordato che la Germania aveva già mostrato segni di insofferenza sul programma di governo-:groviera. dal punto di vista dei conti pubblici, che era stato ufficializzato da Lega e Cinquestelle una decina di giorni fa.  A 60 milioni di italiani lo Spiegel ha dato dei «barboni». Qualcosa del genere era accaduto anni fa alla Grecia, con la copertina della Venere di Milo dal dito medio alzato: riferita a un Paese che vive la peggiore catastrofe mai vista in tempo di pace in Europa, in buona parte a causa degli errori che gli sono stati imposti su insistenza di Berlino. Uno studio del 2013 di Daniel Leigh e Olivier Blanchard, allora capoeconomista del Fondo monetario internazionale, dimostra come in Grecia (e non solo) la Trojka abbia sbagliato del tutto, per difetto, le stime sui danni che la stretta di bilancio avrebbe prodotto sull’economia e l’occupazione. Ogni stretta di bilancio pari all’1% del Pil ha fatto crollare il Pil stesso dell’1% più del previsto. Errori simili sono costati milioni di posti di lavoro, e non solo in Grecia. Ciò che sorprende oggi non è che quello studio di Blanchard sia stato rimosso dal dibattito sull’area euro: quasi nessuno ne parla.