Sui giornali. Renzi lascia ma resta nel Pd

Politica Interna

Il futuro dei Dem. È il giorno dell’autorottamazione di Matteo Renzi. Via dalla segreteria del Pd, quasi senza rumore. O almeno, così sperano alla vigilia renziani e antirenziani. Perché la vera battaglia si combatterà altrove, lontano dal salone della direzione nazionale del partito. Sull’identikit dei capigruppo, sulle Presidenze delle Camere, sul governo del Paese. Questa “guerra per finta” lascia come sospeso il Pd, stordito dalla batosta elettorale. Se nulla andrà storto, la direzione affiderà oggi stesso il timone del Nazareno nelle mani del traghettatore Maurizio Martina. Quattro anni dopo la vittoria di Matteo Renzi alle primarie dell’8 dicembre 2013, il Pd prova a voltare pagina. Renzi: “Tocca ad altri. Noi saremo all’opposizione”.

Il futuro del governo. Un centrodestra a due velocità. Con Matteo Salvini che prova ad accelerare e Silvio Berlusconi convinto che la partita del prossimo governo sarà invece molto lunga, esattamente come è accaduto in Germania dove ci sono voluti diversi mesi prima di arrivare alle larghe intese che hanno dato il via al quarto esecutivo guidato da Angela Merkel. D’altra parte, il voto ha cambiato gli equilibri interni alla coalizione ed è nelle cose che il segretario della Lega – uno dei due vincitori della tornata elettorale insieme a Luigi Di Maio – voglia andare all’incasso. Così, dopo una settimana all’insegna del low profile, Salvini ieri ha deciso di mettere in chiaro tre punti. Il primo è che farà il possibile per «rispettare il mandato degli italiani e fare il presidente del Consiglio». Il secondo è che non è intenzionato a «scendere a patti e rinnegare il programma», quindi no a «govemini, governissimi e passi di lato». Il terzo è che la partita delle presidenze delle Camere – la prima seduta del Parlamento è convocata per il 23 marzo – non la giocherà a nome di tutto il centrodestra, ma in quanto leader della Lega. «Ci sono due forze politiche che hanno vinto le elezioni e – spiega – è giusto che ragionino tra loro». Steve Bannon, l’ideologo del nazional-populismo americano che ha portato Trump alla Casa Bianca sogna di vedere la Lega e il Movimento 5 stelle varcare insieme sotto braccio il portone di Palazzo Chigi. Un’alleanza «necessaria» dice per far pulsare in Europa il «cuore della rivoluzione».

Politica Estera

Xi Jinping presidente a vita. Nella Grande Sala del Popolo di Piazza Tienanmen hanno cominciato ad applaudirlo in modo contenuto mentre infilava nell’urna rossa la sua scheda. Poi un altro battimani di una ventina di secondi, quando sul tabellone luminoso comparivano i numeri. Con 2.958 sì, 2 no, 3 schede bianche e una nulla il Congresso Nazionale del Popolo cinese ha approvato la riforma della Costituzione: una svolta che concede a Xi Jinping la possibilità di restare presidente della Repubblica senza limiti di tempo. Dopo l’era di Mao Zedong era stata introdotta per volere di Deng Xiaoping nel 1982 la regola dei due mandati quinquennali, proprio per non ricadere nel rischio di un uomo solo al potere, a vita.

Ue. Secondo le proprie idee, la si può chiamare in una miriade di modi diversi. «Destra nazionalista», oppure «sovranista», «radicale», «estrema» e «neo-fascista», «nazionalista», «sciovinista» e «andimmigrati», «euroscettica» e «anti-europea» o «xenofoba», «popolare» o «populista». La stessa quantità di definizioni possibili dimostra quanto la politica europea sia oggi in uno stato di soqquadro simile a quello dei mercati finanziari pochi anni fa. Ognuno sceglierà il termine che la propria cultura gli detta, ma un esame dei sondaggi e delle ultime elezioni dovrebbe mettere tutti d’accordo almeno su un punto: questa destra — nuova o vecchissima che essa sia — ha fatto il sorpasso. In un’Unione Europea nata dalle macerie del fascismo, le è incredibilmente riuscito di entrare nell’élite delle forze che condizionano il linguaggio e le scelte degli altri. Oggi la destra radicale è il secondo campo politico di forza in Europa, dietro solo al Partito popolare. Intanto Berlino e Parigi stanno già trattando, Macron e la Merkel ne discuteranno a fine mese, a Parigi, in un vertice che riguarderà le cariche della futura Unione e le riforme cruciali da approvare nei prossimi due anni. Più o meno a cavallo delle consultazioni per la formazione di un governo in Italia. Ma se a Bruxelles non fanno mistero, negli uffici di Jucker come in quelli di Tusk, che « il gioco è già entrato nel vivo e che a fine anno si scopriranno le carte», il dato assodato è che al momento l’Italia sta alla finestra.

Economia e Finanza

I temi caldi del dopo voto. Fisco e lavoro, due temi centrali nell’agenda della nuova legislatura. Da un lato, il riordino delle agevolazioni fiscali torna all’ordine del giorno come strumento per coprire il costo delle promesse elettorali (flat tax, reddito di cittadinanza, nuova Irpef). Operazione che si preannuncia complicata, nonostante il monitoraggio condotto dalla commissione di esperti del Mef, che ne ha censite 466,e dopo i rinvii che si sono susseguiti dal 2011. Dall’altro lato, a tre anni dall’entrata in vigore del contratto a tutele crescenti- il piatto forte del Jobs act che ha ristretto l’applicazione dell’articolo 18 nelle grandi aziende – i numeri sui nuovi contratti attivati e cessati evidenziano una crescita dei contratti a tempo determinato e un calo dei licenziamenti. La riforma varata dal Governo Renzi nel 2014 potrebbe ora essere messa in discussione visto che i vincitori, Movimento 5 Stelle e Centro destra ne chiedono la revisione.

Dazi ed Export. Impegnatissimo nella campagna elettorale per le suppletive in Pennsylvania, il presidente Usa Donald Trump continua ad alzare il tiro sul commercio internazionale. Non pago dei dazi imposti sulle importazioni di acciaio e alluminio, e per nulla spaventato dalla reazione dei partner, Europa in testa, il presidente Usa minaccia altre misure restrittive, a esempio sulle importazioni di auto e altri prodotti dall’Europa, e resta in pressing sulla Cina. «L’Unione Europea ci uccide sul commercio. Aprite le dogane e abolite i vostri dazi e se non lo fate, tasseremo le Mercedes Benz, tasseremo le Bmw. Con l’Ue siamo sotto di 100 miliardi di dollari sul commercio perché abbiamo avuto politici stupidi». Tempi difficili per il commercio internazionale. A rendere più costosi gli scambi non è solo la svolta protezionistica del presidente americano Donald Trump. Ma anche il futuro impatto della Brexit. Se il conto complessivo dell’addio del Regno Unito all’Unione Europea resta incerto, un rapporto che sarà diffuso oggi, realizzato in collaborazione dalla società di consulenza Oliver Wyman e dello studio legale Clifford Chance, stima che il costo diretto delle maggiori barriere tariffarie e non tariffarie (o red tape) al commercio post Brexit sarà di 58 miliardi di sterline all’anno, calcolato in percentuale sul valore lordo aggiunto (Val), misura comunemente usata per misurare la produzione dei settori dell’economia. «Per l’Italia, che ha un export di circa 20 miliardi di euro verso il Regno Unito, il terzo mercato europeo di sbocco dopo Germania e Francia, l’impatto delle maggiori barriere post Brexit sarà pari allo 0,2% del Val, cioè circa 2,5 miliardi»,

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