Sui giornali. Ponte crollato, l’ira di Salvini – Mattarella difende la libertà di stampa

Sui giornali. Ponte crollato, l’ira di Salvini – Mattarella difende la libertà di stampa

Politica

Ponte, tensioni su Palazzo Chigi. Raccontano che la sera prima che si votasse il decreto «fantasma» su Genova, Matteo Salvini in una cena a casa sua abbia detto ai commensali: «Ma io perché domani devo andare a votare un decreto di cui non so nulla?». Sono i prodromi di quella che sarebbe diventata una guerra sotterranea, a base di veline avvelenate, accuse e controaccuse, che hanno finito per concentrarsi poi su una sola persona: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accusato dai leghisti ma anche da diversi ministri del Movimento 5 Stelle di aver voluto accelerare il decreto, per potersi presentare alla cerimonia, a un mese dalla tragedia, con qualcosa da esibire. I malumori nei confronti di Conte erano già emersi. Ieri un’agenzia dell’Agi li ha evidenziati, aggiungendo un elemento: il decreto su Genova Conte se lo sarebbe «fatto da solo» e non sarebbe stato visto neanche dal ministro per le Infrastrutture Danilo Toninelli. Ci sarebbe, dunque, un’irritazione congiunta dei due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio contro quello che viene considerato un gesto troppo autonomo, e avventato, da parte del premier. Naturalmente piovono smentite da ambienti vicinia Salvini.. Ma altri ambienti leghisti confermano i malumori. Intanto c’è da registrare che andato a vuoto il primo tentativo diretto di venerdì scorso con il presidente del Consiglio, la coppia inseparabile Giovanni Toti e Marco Bucci ha cambiato bersaglio: Matteo Salvini. Con il leader della Lega il rapporto è forte e consolidato nel tempo e questa è l’ora di una precisa, e incalzante, richiesta. Ovvero che la struttura commissariale che dovrà occuparsi della demolizione del Morandi e della successiva ricostruzione rimanga entro la diretta sfera di influenza di Regione Liguria e Comune di Genova. Chiamate e messaggini diretti sul cellulare del ministro dell’interno per ora hanno sortito solo una dichiarazione pubblica: il nome del commissario «è giusto che venga concordato con gli enti locali — le parole del vicepremier — perché questo governo non farà come in passato quando non si condividevano le scelte coi territori». Questo in chiaro. Dietro le quinte invece la Lega, dato il pressing, lavora ad un compromesso: lasciare a Toti la gestione delle operazioni già avviate per poi affiancarlo ad un commissario terzo per la ricostruzione. Tradotto, una specie di tandem. Il nodo di fondo è che il “decreto Genova” annunciato in settimana manca ancora della più importante informazione: chi appunto gestirà i lavori dei prossimi mesi. In ballo c’è una partita di potere non indifferente, anche perché la struttura commissariale avrà la possibilità di “bypassare” i normali vincoli normativi.

Mattarella: la libertà di stampa è un elemento fondamentale. L’allarme per la raffica di attacchi ai giornali, in cui si son lanciati i 5Stelle, è arrivato fino al Colle. E rischia di aprire un nuovo caso. Sergio Mattarella coglie l’occasione di un messaggio di augurio a due quotidiani siciliani che escono con una nuova veste grafica, per mettere in guardia: la voce libera dei giornali non si tocca, «è un elemento portante e fondamentale della democrazia». La libertà di stampa non può che essere «incondizionata» e, aggiunge non a caso il presidente della Repubblica, «non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo del giornalismo». La chiave di lettura del messaggio presidenziale sta proprio qui. Perché fra queste insidie, con tutta probabilità, c’è dentro anche la campagna sferrata contro la “stampa nemica” dal vice premier Di Maio, che nella legge di bilancio minaccia di tagliare ai giornali ogni pubblicità delle aziende controllate dallo Stato.  Mattarella non è affatto silente, sta lavorando per definire e marcare bene i confini costituzionali a cui devono attenersi i due azionisti del Governo. Su vicende attuali e su quelle che verranno: dalla partita più grossa della legge di stabilità, alle nomine – a cominciare da Consob – ai decreti su Genova e sicurezza. Lo fa senza intervenire a caldo sulle polemiche, misurando le parole, soprattutto per non dare l’impressione che ci siano due “sorvegliati speciali”. Non è infatti questo il punto. Il suo punto è presidiare i confini costituzionali entro i quali possono agire le forze politiche. Le parole di Mattarella hanno incassato il plauso di Andrea Riffeser, presidente Fieg: «La libertà di ciascuno di noi dipende dalla libertà di stampa». Chi è di casa al Quirinale esclude intenti polemici nelle parole di Mattarella. Di Maio non è un bersaglio, così come non risulta esserlo Salvini. Lo spirito del Colle è ispirato alla massima collaborazione. Lassù nessuno considera il governo alla stregua di sorvegliato speciale. Mattarella riconosce alla politica i suoi diritti, che ciascun protagonista interpreta come crede. Esce dal riserbo se e quando vede in gioco le regole e i principi. Lo fa piantando volta a voltai «picchetti» che fissano il perimetro costituzionale. Di questi picchetti, ultimamente, Mattarella ne sta mettendo parecchi. I frequentatori del Colle la considerano una forma di «dissuasione preventiva», un modo per avvisare in anticipo i naviganti che certe scorciatoie potrebbero portarli dritti sugli scogli.

Politica estera

 I paletti della Tunisia per i rimpatri. Niente iter speciale. Ci vorrà un po’ di più di qualche giorno per riportare in patria gli stranieri sbarcati giovedì sera a Lampedusa. Come minimo tre settimane, secondo l’accordo attualmente in vigore fra Italia e Tunisia sui rimpatri dei migranti provenienti dal Paese nordafricano. Tunisi non ha infatti intenzione di accettare voli straordinari, almeno se le cose dovessero restare così, oltre ai due charter settimanali — il lunedì e il giovedì con quaranta clandestini a bordo —, previsti da quel documento. Un intoppo forse imprevisto all’indomani dello sbarco di circa 180 tunisini, più una famiglia siriana, approdati sull’isola siciliana a bordo di sette motoscafi, quasi tutti poi trasferiti a Trapani in attesa della partenza del primo aereo per il rimpatrio già domani mattina. Ma il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che oltre ad attaccare ancora una volta Malta per non essere intervenuta ha auspicato un’operazione di rimpatrio più rapida e di tutti i migranti, vuole correre subito ai ripari: per martedì è in programma un incontro fra delegazioni di tecnici italiani e tunisini. Sarà l’occasione per la Tunisia per presentare le sue richieste per modificare l’accordo originario mentre Salvini volerà a Tunisi a fine mese. «Stiamo lavorando sul flusso in arrivo da li. Martedì avrò un incontro a Roma (con il suo omologo Hichem Fourati, ndr), in Tunisia non c’è guerra e non c’è carestia e non si capisce perché barchini o barconi devono partire e arrivare in Italia». Sui voli il vice premier appare ottimista: «Vogliamo cambiare accordi che altri ci hanno lasciato che non sono assolutamente soddisfacenti. Charter già ne partono per la Tunisia settimanalmente, l’importante è che ne partano di più e con più gente a bordo».

Più che uno schiaffo al governo italiano il no di Tunisi va letto in chiave interna, C’ è il timore che un via libera totale ai rientri coatti diventi un boomerang sfruttabile in politica interna, soprattutto nell’opinione di una fetta della popolazione tunisina. Le fasce più colpite dalle difficoltà economiche non hanno vissuto con serenità le parole del titolare del Viminale e anzi vedono gli accordi sui rimpatri come una sporta di “tradimento” del governo verso i connazionali più disperati che partono in cerca di fortuna. Ma il nodo è tutto tunisino: in queste settimane il Paese è impegnato a seguire il braccio di ferro che divide il Parlamento e ha di fatto spaccato Nidaa Tounes, il partito di maggioranza del presidente Beji Caïd Essebsi.

Francesco a Palermo: non si può credere in Dio ed essere nei clan. Penzolano dai balconi del Brancaccio i lenzuoli bianchi, lì dove 25 anni fa don Pino Puglisi venne ucciso con un colpo di pistola alla nuca mentre rientrava nella casa popolare in cui abitava. Simbolo di accoglienza e di riscatto dalla mafia, i drappi accolgono Francesco a Palermo. In piazzetta Anita Garibaldi, il Papa sosta qualche istante in silenzio davanti al medaglione di bronzo che ricorda l’assassinio perpetrato da Giuseppe Grigoli nel ’93, prima di entrare nell’appartamento di Puglisi e salutare i suoi familiari. È il momento più carico di significati della visita in Sicilia di Bergoglio (la seconda dopo Lampedusa, nel 2013), un’occasione per ribadire, 25 anni dopo il durissimo anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, la condanna della mafia da parte della Chiesa: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore», dice. E poi, a braccio, rivolgendosi durante l’omelia al Foro Italico direttamente ai mafiosi: «Convertitevi! Il sudario non ha tasche, non potrete portare niente con voi!». Perla prima volta un Papa parla esplicitamente delle «donne d’onore». Di loro non c’è bisogno, spiega Francesco. Piuttosto, servono donne (e uomini) «di servizio, non di sopraffazione». Intervistato da Repubblica don Luigi Ciotti palude alla parole del Papa e sostiene che «nella Chiesa, come nella società, qualcuno ha svuotato una parola importante come legalità, trasformandola in un lasciapassare. Puntavano a una legalità malleabile e sostenibile». Per il fondatore di Libera «bisogna avere il coraggio di dire che la parola antimafia non basta più. E, allora, è necessario continuare a chiamare le cose col proprio nome, ma poi ci si deve impegnare concretamente per dare alla nostra gente libertà, dignità e cambiamento».

Economia e Finanza

Manovra, partita su 5-7 miliardi, restyling per la cedolare secca. La prossima settimana sarà decisiva per la stesura della Nota di aggiornamento al Def e per la definizione delle linee guida della manovra autunnale. Già domani o martedì si dovrebbe tenere un vertice di governo per compiere le scelte decisive. A confermarlo è stato ieri Matteo Salvini: «Stiamo lavorando giorno e notte, la settimana prossima metteremo i numeri nelle tabelline», ha detto, aggiungendo che «prima viene la crescita e poi i vincoli». Il vero nodo da sciogliere resta quello delle risorse effettivamente utilizzabili. La partita nella maggioranza si gioca su un margine di 5-7 miliardi, che dipende dall’effettivo posizionamento dell’asticella del deficit 2019. Lega e MSS spingono per salire fino a quota 2,1%-2,2% di deficit nominale, owero almeno l’1,1-1,2% in più sul tendenziale da aggiornare allo 0,9-1% (0,8% il target indicato nel Def di aprile), aprendo così uno spazio di almeno 15-17 miliardi che consentirebbe di soddisfare i piani per la manovra preparati da due partiti dal valore di 16 miliardi: dall’avvio del reddito di cittadinanza fino all’introduzione di quota 100 per le pensioni con un’età minima di 62 anni. Tramontata l’ipotesi di un primo taglio Irpef finanziato dall’abolizione degli ottanta euro (o è significativo o si trasforma in un boomerang), la Lega ha deciso di concentrarsi su pensioni e partite Iva, i Cinque Stelle sull’allargamento del reddito di inclusione, quello che loro chiamano “di cittadinanza”. Ma far tornare i conti è comunque impossibile, anche perché nel frattempo il calo dell’occupazione ha fatto scattare l’allarme in casa Lega e spostato l’attenzione sulle imprese: ora si discute di una detassazione Ires per chi reinveste gli utili aziendali, della conferma degli incentivi per le imprese 4.0 e del bonus assunzioni per gli under 35.

Condono fiscale. Una pace fiscale «il più ampia possibile» che includa accertamenti, cartelle, sanzioni amministrative e contenzioso tributario. Al tavolo economico della Lega con il vicepremier Matteo Salvini, il sottosegretario al Mef Massimo Bitonci e il sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti prende forma il decreto fiscale collegato alla legge di bilancio, che includerà anche la completa attuazione del concordato con adesione, «oggi utilizzato in modo limitato». Il tetto sulle somme da condonare sarà di un milione di contenzioso a contribuente, spiega Bitonci. Un ridimensionamento rispetto alla cifra di cui si parlava fino a qualche giorno fa, cinque milioni. Anche così, le opposizioni non risparmiano le critiche: «Ora la Lega chiama pace fiscale un condono per fare felici gli evasori e punire i contribuenti onesti» scrive su Twitter il segretario del Pd, Maurizio Martina. «Nella confusione totale del governo sulla prossima legge di bilancio l’unica cosa certa è il ritorno dei condoni», osserva Roberto Speranza (LeU). Il provvedimento dovrebbe essere messo a punto in un vertice che potrebbe tenersi già domani con il premier Giuseppe Conte, i vicepremiere il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Dalle entrate della pace fiscale potrebbero arrivare, annuncia Bitonci, anche i fondi per ampliare i risarcimenti destinati alle vittime delle crisi bancarie. «Per i risparmiatori vittime delle crisi bancarie vogliamo stanziare una somma non inferiore a 5 volte quella che ha messo il Pd. Loro hanno messo 100 milioni, noi vogliamo metterci mezzo miliardo con soluzioni che accelerino il pagamento ai soggetti truffati», assicura il sottosegretario. Sempre Bitonci, intervistato dal Correre della Sera, assicura  che «gli uffici del ministero dell’Economia sono al lavoro e nelle prossime ore ci forniranno i numeri. Di certo c’è  che la misura riguarda piccoli e medi contenziosi avendo fissato un tetto non superiore al milione di euro. Il che significa che abbiamo lasciato all’amministrazione finanziaria l’accertamento, la discussione e il contenzioso relativo alla grande evasione. Ed è quest’ultima anche una cosa richiesta dal M5S».

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