SUI GIORNALI. Migranti, l’ira dell’Italia sul vertice Ue

Politica Interna

Legittima difesa. Sarà la nuova legge sulla legittima difesa, il cui testo è stato messo a punto per conto della Lega dal sottosegretario alllnterno Nicola Molteni, la nuova frontiera della campagna sulla sicurezza di Salvini. «Cancellare l’eccesso di legittima difesa», fa sapere dal salotto di Bruno Vespa. «Modificare quella legge non è una priorità, ma la nostra priorità. Ho già depositato una proposta di legge di cui sono primo firmatario». Il testo, che ricalca quello della scorsa legislatura, concede il diritto di sparare a chiunque entri in casa, in negozio, in ufficio purché il proprietario abbia un porto d’armi e un’arma regolarmente denunciata. La nuova legge punta infatti a far cadere uno dei cardini delle norme attuali: oggi è legittima difesa solo se si reagisce in modo proporzionale alla minaccia. La proposta di legge prevede anche una buona dose di carcere in più per chi commette un furto o un’intrusione, un aumento delle pene pecuniarie e un regime più sfavorevole al reo nel calcolo delle aggravanti e delle esimenti. La proposta leghista è un rovesciamento della legge approvata dalla maggioranza nella scorsa legislatura: quella che preveda una legittima difesa più “elastica” solo se il ladro entrava in casa nelle ore notturne. Rimetterci le mani dopo così poco tempo conferma l’intenzione del leader del Carroccio di puntare tutto su sicurezza e immigrazione, come temi di una campagna elettorale permanente fin qui premiata nei sondaggi. Anche se è presumibile aspettarsi dal Colle, a cui compete il giudizio di costituzionalità e di autorizzazione dei disegni di legge, qualche legittima riserva sulla campagna leghista e sul modo in cui potrebbe essere tradotta in leggi non motivate da un’effettiva escalation dei reati, e dagli effetti imprevedibili.

Ballottaggi amministrative. A Pisa, storicamente città di sindaci rossi, il Pd rischia molto. Al Nazareno nessuno lo dice ufficialmente ma in molti danno la città per persa. A Pisa, peraltro, è molto avvertito il tema dei migranti e dei rom. I due cavalli di battaglia di Salvini che, non a caso, li ha agitati prima del ballottaggio. Anche a Massa il candidato della Lega ha buone possibilità di vincere al ballottaggio. Certo, la roccaforte di Siena dovrebbe tenere, ma nel Pd che deve a tutti i costi dimostrare di essere ancora vivo, perdere a Pisa e a Massa sarebbe un brutto colpo. Già l’Umbria, con la caduta di Terni, è da considerarsi una ex regione rossa, ma se ora anche la Toscana comincia a vacillare, fatta eccezione per qualche enclave, significa che la situazione è veramente grave. A Imola, altra roccaforte rossa, questa volta nell’Emilia-Romagna, la battaglia del ballottaggio, invece, è con i grillini. Anche in quel caso l’esito è quanto mai incerto. Renzi si è fatto da parte, e il Pd, senza un leader carismatico, fatica a farsi strada. Le divisioni, i livori, le guerre per bande hanno lasciato morti e feriti sui territori.  Il partito di Luigi Di Maio, infine, domenica sarà per lo più spettatore. Ma anche laddove è in gara non parte favorito. Il Pd ovviamente è quello che rischia di pagare lo scotto maggiore quanto al bilancio tra conferme e bocciature in questo secondo turno. Ma politicamente ad accollarsi il prezzo più alto sarà invece proprio il M5s. Tra i pentastellati l’insofferenza monta. Di Maio ne è consapevole ma non riesce ad arginare l’alleato. E paradossalmente i 5Stelle sotto sotto potrebbero “tifare” per una tenuta del Pd in chiave anti-Salvini.

Politica Estera

Trump ci ripensa. L’indignazione degli americani, le proteste mondiali, compresa quella di Papa Francesco, costringono Donald Trump a un passo indietro. Ieri pomeriggio ha firmato un ordine esecutivo per bloccare la separazione dei bambini dai loro genitori. Trump ha enunciato il suo «dilemma»: «Se siamo deboli ai confini, il nostro Paese sarà sommerso non da migliaia, ma da milioni migranti che arriveranno anche dal Medio Oriente; se manteniamo una linea dura, rischiamo di apparire senza cuore. È una scelta complicata». Nelle ultime ore anche Papa Francesco aveva unito la sua voce al coro di critiche dai quattro angoli del globo sulla tolleranza zero del tycoon. In un’intervista a Reuters, Bergoglio ha criticato Washington dicendo di essere dalla parte dei vescovi americani, che hanno definito la separazione dei bambini dai genitori «contraria ai valori cattolici» e «immorale». E in occasione della Giornata mondiale del rifugiato ha ribadito di «non lasciare che la paura ci impedisca di accogliere il prossimo bisognoso». Negli ultimi giorni è scesa anche in campo la Silicon Valley, da Apple a Google, da Facebook ad Airbnb. Donald stesso ha poi ammesso che la figlia Ivanka gli aveva chiesto di rinunciare a separare i figli degli immigrati illegali dai loro genitori, mentre la Cnn rivela che la moglie Melania si è adoperata molto dietro le quinte per convincerlo a cambiare idea. Le foto dei bimbi in lacrime nei centri di detenzione rischiavano di diventare un boomerang per Donald. E così Trump, forse il capo della Casa Bianca più sensibile alle leggi della moderna società dell’immagine dominata dai social media, ha deciso di fare marcia indietro per limitare i danni.

I migranti e l’Italia. La reazione dell’Italia è condensata nella clamorosa minaccia di Matteo Salvini. Se l’Europa va avanti così, annuncia il vicepremier in un vertice d’emergenza a Palazzo Chigi, dopo i porti chiuderemo anche le frontiere terrestri. Significa stringere le maglie soprattutto verso il confine francese, in modo da evitare quei rimpatri forzosi dei richiedenti asilo – registrati in Italia e transitati verso altri Paesi – che adesso Emmanuel Macron e Angela Merkel vogliono rimandare indietro per accontentare le destre interne. Una bomba, quella brandita da Salvini, che rischia di minare Schengen, al pari del veto italiano che Giuseppe Conte agita in vista del Consiglio Ue di fine mese. Il presidente del Consiglio non esclude nulla, ma quasi certamente volerà in Belgio perché dovrebbe presentare domenica a Bruxelles ai partner Ue la sua proposta per frenare gli arrivi di migranti: il condizionale è d’obbligo, vista l’escalation della tensione sulla bozza del vertice. È il frutto del lavoro congiunto di Palazzo Chigi, Viminale e Farnesina e, in buona sostanza, prevede di applicare il regolamento di Dublino solo alle frontiere terrestri. In sostanza se un migrante attraverserà il confine tra Slovenia e Italia sarà il nostro Paese ad esaminare la sua posizione ed eventualmente la domanda di asilo. Ma per quanto riguarda i salvataggi in mare nelle aree di competenza Sar (Search and Rescue) effettuati sulla base del diritto internazionale o dietro un esplicito mandato europeo, dovrà scattare una responsabilità congiunta di tutta l’Unione, quindi nessun automatismo per sbarchi solo sulle coste italiane come avveniva fino ad oggi.  Nella Giornata mondiale del rifugiato, ha poi fatto sentire la sua voce il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, che ha fatto la seguente dichiarazione: «La tragedia dei rifugiati — uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare le proprie case in cerca di un luogo dove poter vivere — è oggi sempre e più drammaticamente attuale… E da tempo l’Italia contribuisce al dovere di solidarietà, assistenza e accoglienza». Però, non ha dimenticato di dire il capo dello Stato, «l’Unione Europea non deve delegare solo ai Paesi di primo ingresso l’onere di affrontare le emergenze».

Economia e Finanza

Pace fiscale. È il vice premier Matteo Salvini a rilanciare con forza la “pace fiscale”, secondo cui con la nuova sanatoria si possono «liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tonare a lavorare, sorridere e pagare le tasse». Su chi potrà essere interessato è lo stesso Salvini a segnare la strada fissando l’asticella dei debiti sanabili a 100mila euro. In linea con Salvini sulla necessità di «un approccio fondato sulla semplificazione fiscale, sulla buona fede e sulla cooperazione tra le parti» è il Comandante generale della Guardia di Finanza, Giorgio Toschi, che ha rimarcato l’impegno della Gdf nel «sostenere convintamente il cambiamento nei rapporti tra amministrazione finanziaria e contribuente». In sostanza occorre intervenire per «favorire l’adeguamento spontaneo e ridurre al minimo, dove possibile, l’invasività dei controlli».  Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, è molto più cauto, al punto da evocare «continuità con il passato per gestire al meglio il presente, verificare le strategie e pianificare con lungimiranza il futuro». Tria ammette che le tasse sono troppo elevate e l’evasione troppo alta, però non parla di sanatorie o condoni. Quanto dell’impegno del «governo a promuovere iniziative più efficaci a contrastare l’evasione e le frodi, nella consapevolezza che solo da un contrasto efficace dell’illegalità possono derivare maggiori risorse per ridurre la pressione fiscale». Un approccio che non contraddice nella sostanza i disegni politici della Lega, ma che tranquillizza decisamente la Commissione di Bruxelles e gli altri ministri delle finanze europei, che Tria incontrerà oggi per la prima volta in Lussemburgo. I primi contatti bilaterali con i commissari sono stati fin qui positivi.  L’incontro servirà a saggiare la disponibilità della Ue a concedere nuova flessibilità di bilancio per il 2019, per rendere possibile l’avvio del programma di governo con la flat tax, il reddito di cittadinanza e il superamento della Fornero. Resta in piedi anche l’ipotesi di un decreto fiscale estivo, che potrebbe essere coperto, appunto, da una nuova rottamazione delle cartelle.

Lavoro domenicale. Luigi Di Maio apre un nuovo fronte, quello dei negozi aperti la domenica. «Certo» risponde il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico a chi gli chiede se il governo sia pronto ad aprire un tavolo per rivedere le regole che nel 2012 hanno liberalizzato le aperture nei giorni festivi. Dietro quella semplice parola, però, c’è un piano già definito, anche perché il tema è da sempre una bandiera del Movimento 5 Stelle. L’idea è tornare alla situazione che c’era prima del 2012 e cioè con i negozi chiusi la domenica e nei festivi salvo deroghe, anche numerose, decise a livello locale. Un meccanismo spazzato via sei anni fa dal governo Monti, che ha fatto dell’Italia l’unico Paese europeo senza limiti di apertura. Il tema potrebbe anche entrare nel cosiddetto «decreto dignità», quello che contiene la stretta sui contratti a termine, e dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri ai primi di luglio. Ma è più probabile che il governo proceda per gradi, ascoltando aziende e lavoratori. Dai sindacati lo stop alla liberalizzazione raccoglierebbe solo consensi.  Il no arriva dai consumatori: «Con tutti i problemi che abbiamo — dice l’Unione dei consumatori — è incredibile che si voglia togliere una norma che consente al commerciante di aprire quando vuole». E anche da Federdistribuzione: «Siamo favorevoli alle aperture domenicali perché sono un vero servizio per i cittadini». Per Confcommercio «la proposta di legge ferma al Senato che prevede almeno sei chiusure su 12 festività individuate (Natale, Capodanno ecc) sarebbe un primo passo contro l’eccesso di liberalizzazione». Anche per la leader della Cisl, Annamaria Furlan, è «giusto rivedere le norme sulla liberalizzazione selvaggia del commercio, va salvaguardata la volontarietà del lavoro domenicale e festivo». Al di là delle polemiche, comunque, non c’è null’altro che una disponibilità espressa dal ministro ad occuparsi del tema.

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