Politica interna

Voto, la sfida più incerta. Con l’incognita dell’astensione.  Domani si vota e l’incognita che di più agita i partiti è quella di un possibile astensionismo montante. Tutti i leader si sono sgolati per incitare la corsa alle urne ma molti sondaggisti evidenziano un’equazione: bassa affluenza vantaggio per il M5S che ha «un voto più strutturato». Nel 2013 votò il 75,2% ma ora la curva dell’affluenza è più bassa: «Non di molto — conferma Roberto Weber di Ixè —, a novembre eravamo al 50% e poi siamo saliti al 64%. Alla fine ci potrebbero essere pochi punti di scarto rispetto a 5 anni fa». E ieri è stata la giornata dei leader nelle piazze italiane. «Voi siete la violenza dell’insulto e  la paura, noi la speranza. Noi ci vergogniamo del vostro linguaggio». Attacca i grillini come mai prima, Matteo Renzi. Lo snodo è epocale, il passaggio elettorale destinato a segnare i nuovi rapporti di forza tra Pd e Movimento 5 stelle. E il segretario si butta a capofitto nello scontro all’ultimo voto. «La vostra piazza era vuota perché una piazza non si falsifica come un sondaggio, come un bonifico – provoca rivolgendosi allo stato maggiore della Casaleggio associati – Finirà come nel 2014, caro Grillo». Il M5S ha chiuso la sua campagna elettorale in piazza del Popolo. «Siamo a un passo dalla maggioranza assoluta», incalza Luigi Di Maio, che confida di «vincere in tutti i collegi uninominali del Sud e in molti del Nord». E il nuovo Movimento 5 Stelle, che decreta «la fine dell’opposizione» e del movimentismo di Beppe Grillo e indossa la marsina ministeriale di Di Maio per entrare in una nuova era: «quella del governo».  Pietro Grasso ieri era a Palermo a chiudere la campagna di Leu e ha ribadito che la scommessa è riconquistare quelli che il Pd non vogliono più votarlo. Il rush finale di Leu è stato un percorso minato, perché la nuova sinistra è stretta tra il pressing del Pd per il voto utile e i 5Stelle che raccolgono e interpretano la rabbia dell’elettorato. In più ha la spina nel fianco sinistro di Potere al popolo. A tal punto ne sono consapevoli che lo stesso Bersani, che ha chiuso la campagna elettorale ieri a Bologna con Il presidente del Senato: “Mai con M5S e mai con Berlusconi”. Il candidato in pectore del centrodestra Antonio Tajani ieri era a Fiuggi. Cercando di non scivolare nella trappola del “premier virtuale”, dell’uomo lanciato verso Palazzo Chigi che il portone del della sede del governo potrebbe poi non varcarlo mai. Dipenderà dai numeri. Per questo Tajani nelle ore della vigilia cerca di tenere i piedi per terra. «Ho abbastanza anni ed esperienza per affrontare il momento con il giusto distacco», confida agli amici che in queste ore lo cercano al telefono. Continua a vivere da presidente del Parlamento europeo, anche se non sempre è facile. La parola d’ordine dunque è tenersi ancora fuori dai giochi romani, restare con la testa a Bruxelles dove lo scranno da presidente dell’Europarlamento lo soddisfa e lo potrebbe proiettare, tra un anno, sulla poltrona più ambita: quella del capo della Commissione europea.

L’Italia al voto. Le analisi. Per Paolo Pombeni, sulle colonne del Sole 24 Ore “uno dei vari spettri che si aggirano fra chi si interroga sui possibili esiti delle elezioni di domenica prossima riguarda l’ampiezza degli indecisi e l’effetto che una sulla distribuzione dei consensi alle varie forze politiche. Sappiamo che tutti i partiti hanno fatto appello a questo fantomatico esercito di riserva, ciascuno convinto di poter far leva sul suo risveglio vuoi per consolidare un risultato già raggiunto, vuoi per ribaltare previsioni sfavorevoli, vuoi per raccogliere quel consenso aggiuntivo che consentirebbe una vittoria. Tuttavia si tratta di strategie che si fondano sulla presunzione che una parte almeno degli astenuti siano appunto indecisi, cioè appartengano ad una categoria di delusi dalla politica che aspettano solo di poter contare su una “politica più bella” per tornare alle urne. E davvero così?  Va valutato che poco meno della metà di coloro che si dichiarano indecisi afferma di non aver votato alle precedenti elezioni e neppure al referendum costituzionale”. Mario Calabresi scrive su Repubblica  che “siamo di fronte a un voto visto come occasione definitiva per dare sfogo allo scontento, un voto che rischia di restituirci un Paese e un Parlamento polarizzati e divisi come i dibattiti sui social network e nei talk show televisivi. Molti, troppi, credono che qualunque cosa sia meglio dell’esistente, che rovesciare il tavolo sia la soluzione. Si auspicano cambi radicali. Lunedì ci renderemo conto di quanto sia stata dannosa la scissione del Pd, di quanti seggi si siano persi presentandosi alle elezioni divisi. Tornare oggi a separare torti e ragioni è un esercizio inutile, il tema dell’unità non stava a cuore a Renzi ma nemmeno a Bersani e D’Alema. Però sentir dire in questo finale di campagna elettorale che il segretario del Pd è stato peggio di Berlusconi fa accapponare la pelle, perché a sinistra si dimentica ogni volta che cos’è la destra e cosa è stata. Le risse in famiglia offuscano la nostra memoria”. Francesco Verderami sottolinea sul Corriere dell Sera che quello che abbiamo di fronte è “un mondo alla rovescia: i partiti tradizionalmente di governo rimarcano l’ipotesi di fare opposizione, mentre le forze considerate anti-sistema preannunciano senza remore il loro avvento a Palazzo Chigi. C’è un motivo se il Palazzo appare sotto-sopra e se le forze storicamente di governo tendono a estremizzare le loro posizioni: cercano in qualche modo di entrare in sintonia con quel pezzo di Paese descritto in uno studio riservato di Swg che va avanti da 15 anni. Rispetto al 2002 è un’altra Italia, che non solo in larga maggioranza è diventata antieuropeista e si sente esclusa, ma che soprattutto torna a spingere verso la radicalizzazione”.

Politica estera 

Brexit, tutti i no di Theresa May. Poche concessioni a Bruxelles, nessun ripensamento su Brexit e nessuna possibilità di un secondo referendum: nel suo atteso discorso di ieri sui rapporti futuri tra Gran Bretagna e Unione Europea, Theresa May ha affermato che la strada verso l’uscita dalla Ue è una via senza ritorno. Nel discorso dal titolo “La nuova partnership futura”, la premier britannica ha espresso la volontà della Gran Bretagna a continuare ad avere rapporti stretti e cordiali con Bruxelles anche dopo l’uscita dalla Ue, ma senza scendere troppo a compromessi. La priorità per la May è garantire agli elettori quella «indipendenza», per la quale avevano votato nel referendum del giugno 2016. Londra vuole siglare con la Ue «l’accordo commerciale più ampio e più profondo possibile, che copra più settori e con una cooperazione più stretta di qualsiasi altra intesa esistente al mondo», ma deve essereunaccordo su misura. «Nessuna delle intese esistenti potrebbe funzionare», ha detto la premier, escludendo quindi le ipotesi Canada o Norvegia. Un’intesa ad hoc per la Gran Bretagna è raggiungibile «perché è nell’interesse sia nostro che della Ue e perché partiamo dalle stesse leggi e dalle stesse regole». La May ha ribadito che dopo il periodo di transizione la Gran Bretagna uscirà dal mercato unico e dall’unione doganale, perché continuare a farne parte sarebbe incompatibile con la ritrovata indipendenza .L’alternativa proposta dalla premier è quella di una partnership doganale e di una serie di intese settoriali da negoziare per evitare l’imposizione di dazi o blocchi alle frontiere. Intervistata da Repubblica la premier britannica spiega: «Non ho cambiato posizione. Ho sempre detto che dobbiamo lasciare l’attuale unione doganale con la Ue. Qualcuno pensa che quella fra Ue e Turchia potrebbe essere un modello anche per noi. Ma non sarebbe compatibile con una politica commerciale indipendente e con la possibilità di fare accordi commerciali autonomi con altre nazioni. Nel mio discorso ho indicato due alternative: un’ampia partnership commerciale con la Ue o un sistema che riduca al minimo i dazi sull’import-export». «Durante la campagna per il referendum, questioni come la nostra permanenza nel mercato comune sono state ampiamente discusse. Restare nel mercato comune significherebbe accettare libertà di movimento. E restare nell’unione doganale comporterebbe la rinuncia ad accordi commerciali autonomi con altri paesi».

La jihad allarga il fronte assalto in Burkina Faso agli obiettivi francesi. Tre attacchi congiunti degli integralisti islamici, uno contro lo Stato maggiore delle Forze armate del Burkina Faso, gli altri due contro l’ambasciata di Francia e l’Institut Français: sono il segnale inequivocabile che il fronte della guerra al jihadismo si è spostato nel Sahel. Gli obiettivi francesi, il cui valore “strategico” è palesemente modesto, hanno invece un evidente significato simbolico. Lo scontro più duro è stato quello più diretto, che doveva essere una prova di capacità militare: secondo fonti d’agenzia, almeno 28 persone sono rimaste uccise davanti allo Stato maggiore, compresi diversi militari e tutti gli assalitori, i feriti sono 85. Davanti alla sede diplomatica quattro jihadisti sono stati “neutralizzati”. I servizi di sicurezza di Ouagadogou hanno parlato di «uomini armati pesantemente e non identificati», che secondo alcune testimonianze hanno gridato “Allahu Akbar” prima di aprire il fuoco. Ma anche senza rivendicazioni, proprio la scelta degli obiettivi equivale a una dichiarazione d’intenti: la volontà di contrastare la presenza occidentale nel Sahel. Non è la prima volta che negli ultimi anni il Burkina Faso viene colpito dagli attacchi degli jihadisti, soprattutto nelle regioni settentrionali al confine con il Mali. Nella capitale Ouagadougou, nell’agosto 2017 due uomini hanno sparato contro il ristorante Aziz Istanbul facendo 19 morti, mentre nel gennaio 2016 trenta persone, tra le quali 6 canadesi e cinque europei, furono uccise nell’attentato contro l’hotel Splendid e il ristorante italiano Cappuccino. Il presidente francese Emmanuel Macron ha tenuto a riaffermare «il pieno impegno della Francia nel Sahel» e la «determinazione a combattere il terrorismo».

Economia e Finanza

La guerra dei dazi scuote i mercati. A Wall Street la guerra commerciale avviata da Donald Trump ha assunto subito i contorni di un boomerang. Per difendere i settori dell’acciaio e dell’alluminio e per tirare un calcio alla Cina il presidente degli Stati Uniti ha in realtà tirato uno schiaffo a molti settori industriali statunitensi. Ai loro lavoratori. E forse alla sua stessa base elettorale. Per difendere insomma un settore residuale nell’economia americana, che impiega appena 86mila lavoratori pari allo 0,7% dell’occupazione manifatturiera, Trump ha colpito potenzialmente molti altri comparti industriali. Che hanno molti più lavoratori. Non solo negli Usa. Non è un caso che sulla Borsa di Wall Street la turbolenza negli ultimi due giorni sia stata elevata: dopo aver perso l’1,33% giovedì, ieri è scesa fmo a-1,13% per poi risalire un po’ in serata. Non è un caso che a ruota siano scivolate verso il basso tutte le altre Borse, che maggiormente subiscono le misure di Trump: da quella di Francoforte (-2,27% ieri) a quella di Milano (-2,39%). E non è un caso neppure che a perdere siano stati i settori più penalizzati dalla guerra commerciale di Trump, a partire da quello automobilistico che in due giorni ha bruciato il oltre il 3% a Wall Street e il 4,03% in Europa. La risposta delle Borse a Donald Trump è insomma inequivocabile: il protezionismo è nemico degli affari. Da Amburgo, Mina Andreeva, portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, già annuncia la rappresaglia: «Non resteremo pigramente seduti mentre l’industria e i posti di lavoro europei sono minacciati. L’Ue sta preparando dazi sulle importazioni di prodotti americani che includono le HarleyDavidson, il Bourbon e i jeans Levi’s». Più in generale, l’idea è colpire le importazioni dagli Usa per 3,5 miliardi di dollari, con una tariffa del 25%. Le misure saranno discusse mercoledì 7 nella riunione della Commissione a Bruxelles. Tra i leader dei Paesi Ue si è fatto sentire, con un’intervista al Tg1, anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: «Noi tuteliamo il lavoro. E se ci saranno guerre commerciali risponderà l’Italia e risponderà l’Europa. Ma attenzione perché abbiamo un’economia che vive e lavora di esportazioni. Un italiano che propone i dazi lavora per lo straniero». La protesta è corale. Per il Fondo monetario internazionale da decisione di Trump potrebbe danneggiare l’economia degli Stati Uniti». Il premier canadese, Justin Trudeau, la considera «assolutamente inaccettabile».

Guerra dei dazi. Effetti lievi in Italia ma Ilva, Piombino e Alcoa temono una nuova frenata. «Un Paese incapace di produrre acciaio e alluminio non è un vero Paese». Chissà in quanti, dalle parti di Taranto, Piombino e Portovesme, sarebbero orgogliosi di queste parole di Donald Trump. Paradossalmente, invece, la guerra commerciale scatenata dal presidente americano sta diffondendo un sottile filo di angoscia proprio nelle capitali dell’acciaio italiano. Perché la congiuntura astrale ha fatto piombare la notizia dei dazi statunitensi mentre in Italia tre fabbriche storiche stanno provando a rialzare la testa e, come ha spiegato il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, in visita alle Acciaierie Pittini di Verona, si sta dimostrando che «anche nel nostro Paese si può fare in modo innovativo una cosa che è parte della nostra storia ma anche del nostro futuro». Il passaggio dell’Ilva al gruppo indoeuropeo ArcelorMittal, della ex-Lucchini di Piombino all’altro colosso indiano, Jindal, e la ripresa della produzione di alluminio all’Alcoa di Portovesme, ora nelle mani degli svizzeri di Sider Alloys, sono i segnali di un rilancio che fino a qualche mese fa sembrava irrealizzabile: tornano a sperare, innanzitutto, dodicimila lavoratori Ilva, oltre duemila a Piombino e un migliaio in Sardegna, e se la proprietà non è più italiana vale comunque il “teorema di Wimbedon” («Non importa chi lo vince, ma che il torneo di tennis più prestigioso della terra lo facciamo a casa nostra»). «L’impatto dei dazi americani per i nostri produttori sarà tutto sommato limitato — prova a rassicurare Carlo Mapelli, docente di Metallurgia al Politecnico di Milano — ma certo lo sarebbe stato ancora di meno se fosse stato più selettivo, visto che la siderurgia europea non riceve sussidi». Intervistato dal Sole 24 Ore Antonio Gozzi di Federacciai, spiega che “L’atteggiamento di Trump fa temere il peggio, soprattutto per uno scenario di chiusura protezionistica di lungo periodo. Per quanto riguarda invece le aziende che producono acciaio, non è possibile un’analisi corretta senza conoscere i dettagli della decisione di Trump. Sappiamo che sono tre le alternative sul tavolo dopo le indagini condotte sotto la Section 23x dazi al 25% per tutti i paesi importatori, dazi solo per determinati paesi, quote e restrizioni all’import. Trump è probabilmente condizionato da fazioni coninteressi diversi, viste le diverse implicazioni legate a ciascuna decisione. La giustificazione legata alla sicurezza nazionale è pretestuosa, visto che solo una minima percentuale dell’acciaio importato negli Stati Uniti è destinato alla Difesa”.