Sui giornali. Junker: rischio Italia – Usa, strage nei licei

Politica interna

Per Juncker c’è un rischio Italia.  «C’è un inizio di marzo molto importante per l’Ue. C’è il referendum Spd in Germania e le elezioni italiane, e sono più preoccupato per l’esito delle elezioni italiane che per il risultato del referendum dell’Spd. Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un governo non operativo in Italia». Assieme all’incertezza in Spagna, «è possibile una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo». Le parole di Jean Claude Juncker causano in breve tempo la reazione negativa di quasi tutti i mercati europei, in particolare ovviamente della Borsa italiana (a fine giornata Milano chiuderà con meno 0,8%, mentre lo spread raggiungerà 147 punti rispetto ai 134 dell’avvio), le critiche di molti partiti, la necessità di una difesa d’ufficio anche da parte del presidente del Consiglio: «Lo tranquillizzerò, il voto non è un salto nel buio e io non ho paura del baratro, ci sarà comunque un governo operativo», è la risposta di Paolo Gentiloni, che proprio oggi sarà a Bruxelles.  Dal centrodestra strali contro il numero uno della Commissione Ue. Le linee telefoniche tra Roma e Bruxelles si fanno roventi. Da Palazzo Chigi contattano lo staff del presidente, raggiunto anche dagli ambasciatori forzisti in Europa. Il Colle preferisce non entrare nel botta e risposta, ma la frase del lussemburghese viene accolta con sorpresa. Lo stesso Juncker poche ore dopo posta un messaggio che sa di retromarcia: «Qualunque sarà l’esito elettorale, sono fiducioso che avremo un governo che assicurerà che l’Italia rimanga un attore centrale in Europa». Tuttavia ai piani alti della Commissione ritengono che in fondo il presidente abbia detto una banale verità: Bruxelles si augura un governo forte e stabile, possibilmente di coalizione con gli estremi tagliati fuori. Ma lavorerebbe anche con un esecutivo di centrodestra, purché a trazione moderata. Per Massimo Franco, sul Corriere della Sera Juncker “ha capito che le sue parole erano uno spot involontario a favore di Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Per questo ha detto tutto e il suo contrario sulle elezioni in Italia. Evidentemente, qualcuno gli ha fatto notare la gaffe e soprattutto il rischio che le sue parole potessero produrre un effetto boomerang. E come se ai vertici delle istituzioni dell’Unione non avessero ancora capito che certe frasi non solo danno una pessima impressione: sono a doppio taglio. Generano nell’opinione pubblica una gran voglia di rispondere a colpi di voto; magari proprio per M5S, Lega e FdI”.

M5S: “Squadra pronta, subito da Mattarella” Fino a due giorni fa, la risposta era: «Siamo ancora lontani, ci sono persone che non vorrebbero esporsi prima del voto, stiamo aspettando». Ma ieri, Luigi Di Maio ha fatto sapere che la squadra di governo è pronta, che a rimanere scoperta sarebbe solo una casella, che nei ministeri chiave ci sarebbero delle donne e che i ministri «sono stati designati come se Sergio Mattarella fosse al tavolo». L’attenzione per il Quirinale è massima. Tanto che il capo politico del Movimento ha chiesto di essere ricevuto al Colle per presentare la sua idea di governo. Nei prossimi giorni, se non oggi stesso, il capo dello Stato potrebbe accordargli udienza. Per un incontro che, ovviamente, per il Quirinale deve avere il senso di un colloquio con il leader di una forza politica sui temi sul tappeto, senza alcuna sponda rispetto alle scelte di una squadra di governo targata M55. Su alcune caselle chiave, Interni, Esteri, Economia, il Movimento ha fatto sapere di puntare su nomi non divisivi e potenzialmente condivisibili, provando a raccogliere autonomamente il “sentiment” del presidente. Ma se prima si era parlato di un esecutivo fatto soprattutto di personalità esterne, i pochi indizi che trapelano finora dal comitato elettorale M55 guardano per lo più all’interno. L’unico nome certo è quello di Alfonso Bonafede, probabilmente alla Giustizia. Ancora vuota, tra le altre. la casella del dicastero dello Sport . «Ho ancora tante cose da fare nel mondo del calcio». Dopo l’eroe del Mundial ’82 Claudio Gentile, Luigi Di Maio incassa un altro rifiuto da un calciatore contattato per ricoprire il ruolo di ministro dello Sport Damiano Tommasi ha detto no ai grillini. L’ex centrocampista della Roma, oggi presidente dell’Associazione nazionale calciatori, racconta di un corteggiamento durato settimane. A questo punto la casella dello Sport potrebbe essere riempita dal campione olimpionico di nuoto Domenico Fioravanti, già candidato alla Camera. Assieme a quella, però, mancano i nomi per altri ministeri. «Solo due o tre» ha detto ieri Di Maio, annunciando una radicale svolta rosa. Il leader grillino promette «donne nei posti chiave», un modo per prendere tempo e attendere che le personalità prescelte e titubanti sciolgano le riserve. Anche per questo il «fantastico team», come già lo chiama Di Maio, potrebbe essere svelato a puntate.

Politica estera

Stragi nei licei, America divisa Trump pensa di armare i prof. Donald Trump insiste nello scetticismo generale: bisogna dare le armi ai professori per difendere le scuole. Ieri, con una serie di tweet è tornato sull’idea tirata fuori il giorno prima, durante l’incontro con le delegazioni di studenti e insegnanti alla Casa Bianca. C’è anche una precisazione: «Non ho mai detto che bisogna “dare i fucili agli insegnanti”. Ho detto, invece, di esplorare la possibilità di dare “armi da nascondere a insegnanti con un’esperienza militare o di addestramento particolare”. Stiamo parlando del 20%». Trump ha anche aggiunto che i docenti potrebbero essere incentivati con dei «bonus». C’è una certa confusione tra la Casa Bianca e i repubblicani che stanno mettendo a punto una risposta per fare fronte alla protesta degli studenti, appoggiata da una larga parte dell’opinione pubblica. Si sta lavorando su un pacchetto di tre provvedimenti: il bando del «bump stock», il moltiplicatore di colpi usato nella strage di Las Vegas lo scorso primo ottobre; l’aumento dell’età minima, da 18 a 21 anni, per acquistare un fucile d’assalto; il controllo più intenso sulla salute mentale o i precedenti penali degli acquirenti di armi. E una mini-manovra, del tutto insufficiente per placare le proteste. Il punto chiave è la libera vendita degli Ar15, la mitraglietta letale usata nelle stragi più sanguinose, compresa l’ultima, nel liceo di Parkland, il giorno di San Valentino.  «Come si può pensare che quegli stessi insegnanti che a Parkland hanno protetto i loro pupilli dalle pallottole si trasformino in giustizieri?» si è chiesto Sam Zeff, uno dei sopravvissuti della strage che sta emergendo come una delle voci più robuste della protesta. I giovani chiedono invece il ripristino del bando di quelle che chiamano «armi da guerra», le automatiche capaci di vomitare 100 colpi in pochi secondi, e che sono associate quasi sempre all’esecuzione di una strage. Usciranno dalle classi per un’ora e marceranno in tutti gli Usa il 14 di marzo per dare forza alla protesta.

Putin difende la Siria all’Onu ma rischia di irritare Erdogan. Nessun accordo sul cessate-il-fuoco in Siria. Era stata proprio Mosca a chiedere di convocare con urgenza una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma alla fine ha respinto la bozza di risoluzione negoziata da Svezia e Kuwait con l’appoggio degli Stati Uniti. Il documento prevedeva un mese di tregua per consentire l’invio di aiuti umanitari e l’evacuazione dei feriti a Ghouta Est e nelle altre regioni sotto assedio. Per accogliere le obiezioni di Mosca, i mediatori avevano acconsentito ad escludere dal cessate-il-fuoco i combattimenti contro Isis e Al Qaeda. Ma non è stato abbastanza. Come sottolineato dal ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, la Russia avrebbe votato la bozza solo se l’esclusione fosse stata estesa anche ai «gruppi alleati» dei terroristi, ossia Al Nusra che è presente a Ghouta. Lo stesso cavillo che finora ha fatto fallire le “zone di de-escalation” giustificando l’assedio dell’enclave e i bombardamenti. Dopo aver giocato un ruolo decisivo nel salvare Bashar al-Assad intervenendo in Siria nel 2015, la Russia continua a difendere il suo alleato. II rais di Damasco non è solo e vuole dimostralo pubblicando su Facebook le immagini del suo incontro con l’inviato di Putin Alexander Lavrentyev. I fronti, come sempre, sono molti. Tre i principali: quello a Nord, confine turco con l’operazione «Ramoscello d’ulivo» dell’esercito di Erdogan contro i curdi; quello intorno alla capitale con l’assedio di Assad ai ribelli del Goutha, il più sanguinoso per i civili. Ieri le bombe, stavolta americane, sono cadute anche nelle zone a Est della Siria, poco popolate dove circolano ancora gruppi legati allo Stato islamico che fu. La situazione più drammatica è sicuramente quella della Goutha, una delle ultime roccaforti della ribellione contro il governo, con un bilancio che ha raggiunto la cifra di 400 morti, frutto di un martellamento russo e siriano che dura da sei giorni. L’osservatorio siriano dei diritti umani fa un quadro spaventoso: «Il regime e i suoi alleati russi hanno ucciso 403 civili, tra cui 95 bambini», dice il direttore della Ong Rami Abdel Rahman. 
Economia e Finanza

L’industria ai livelli del 2008. L’industria italiana ritrova i ricavi del 2008, non distante dal picco pre-crisi. Nel 2017, dicono gli ultimi dati su fatturato e ordinativi dell’Istat, II progresso è superiore ai 5 punti percentuali. E secondo il CsC l’economia sta andando oltre le attese nel primo trimestre. Anche gli azionisti dei big globali sono stati ben remunerati: la Borsa, nel 2017, ha premiato i soci con di dividendi per 1252 miliardi di dollari. In Italia le cedole sono cresciute a quota 13 miliardi. La corsa dei ricavi è l’esito naturale di un momento quasi magico, che vede da un lato l’export crescere oltre ogni previsione ( +7,4% nel 2017), permettendo al made in Italy di conquistare nuove quote di mercato a scapito dei partner europei, andando persino a sopravanzare la Francia (mai accaduto in precedenza) nel ricco mercato Usa. Anche se la novità assoluta per le imprese è il risveglio della domanda interna, “cilindro” a lungo mancante al motore dell’economia e ora finalmente riavviato grazie in particolare alla ripresa degli investimenti.  Il fatturato dell’industria tricolore è cresciuto lo scorso anno del 5,1%, l’incremento più alto dal 2011. Corrono le imprese tessili ( +6,9%), lavorano a pieno ritmo le miniere e le attività d’estrazione ( +34,7%) volano metallurgia ( +13,9%) come computer ed elettronica ( +17,6%). Risultato: il giro d’affari delle aziende del Belpaese è risalito ai livelli record dell’ottobre di dieci anni fa. E il futuro — a giudicare dal boom degli ordini in portafoglio, saliti del 6,5% — è ancora rosa. «I dati sono buoni e la tendenza è positiva — conferma Paolo Mameli, senior economistdella direzione studi e ricerche IntesaSanPaolo — . Fino a qualche tempo fa a correre erano soprattutto auto e farmaceutica. La ripresa si è estesa in modo uniforme a tutti i settori e a tirare è soprattutto il mercato interno». Il boom in effetti è trasversale e viaggia dalle grandi imprese fino ai piccoli.

L’Olanda: per Ema paghiamo noi. Sarà lo Stato olandese a pagare tutte le spese extra dell’Ema. Anche se ufficialmente il problema dell’aumento dei costi del doppio trasloco della sede dell’Agenzia europea del farmaco da Londra ad Amsterdam non è stato affrontato ieri con la delegazione della commissione Ambiente (Envi) del Parlamento europeo, è chiaro che la soluzione per tenere in casa la sede è stata già trovata. Saranno i contribuenti olandesi a farsene carico perché l’extracosto – che pure ci sarà – non graverà sul bilancio dell’Unione europea. Anzi, secondo alcuni calcoli che ieri circolavano nella delegazione europea, nell’arco dei 20 anni- tanto durerà il contratto di leasing del Vivaldi Building, sede definitiva dell’Ema – il risparmio non sarà inferiore a 77 milioni di euro. Questo, finora, l’unico risultato del pressing che il Parlamento europeo ha esercitato sulle autorità olandesi, compatte nel dare assicurazioni sul rispetto dei tempie sulla continuità del servizio reso dall’Agenzia del farmaco. E ora che il Consiglio Ue, nella sua memoria resa nota ieri, ha definito il ricorso di Milano « irricevibile», l’unica partita che resta aperta, a questo punto, è quella dello scontro politico e istituzionale tra Consiglio europeo e Parlamento. E su questo fronte che potrà essere coagulata una maggioranza nei gruppi parlamentari, desiderosi di far valere il proprio ruolo di co-legislatori. Per il resto, appare sempre più improbabile che venga riaperta la partita sulla sede dell’Agenzia.«La partita è ancora aperta», non si rassegna Beppe Sala, sindaco di Milano, dopo che il Consiglio Ue ha definito «irricevibile» il ricorso di Palazzo Marino. Certamente il Parlamento Ue dovrà votare regolamento, ma a questo punto pare difficile che l’Eurocamera decida di aprire uno scontro istituzionale con Commissione e Consiglio. Il presidente lombardo, Roberto Maroni, se la prende quindi con il governo: «Serve un’azione più incisiva». Ma riceve solo un invito dal premier Paolo Gentiloni che riporta tutti alla realtà: «Basta battute elettorali».

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