SUI GIORNALI. Il contratto M5s-Lega punto per punto

Politica Interna

Contratto Lega-M5s. Chiuso il contratto tra Movimento Cinque Stelle e Lega. Quaranta pagine, 29 punti, compresi fiat tax, reddito di cittadinanza (a ieri notte non si sapeva se con un limite di due anni o no), fine delle sanzioni alla Russia, superamento della legge Fornero, ma anche – a sorpresa – revisione della Tav, contrasto alla legge sull’obbligo dei vaccini, possibilità di fare manovre in deficit, norme dure contro i migranti, misure ad hoc per Roma Capitale e perfino l’introduzione del vincolo di mandato in Costituzione e l’abolizione del Cnel. Questo week end sarà votato dai gazebo del Carroccio e dagli attivisti M5S (che preparano banchetti informativi in tutt’Italia) sulla piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. «Ora indietro non ci si può tirare. Ora questo governo s’ha da fare. Ora l’Italia deve cambiare davvero», scrive Luigi Di Maio, sul blog lanciando il voto online. La possibilità di uscire dall’euro attraverso un referendum, prevista nella bozza di lunedì scorso, non c’è più. La flat tax “a due aliquote” (uno dei punti sub iudice fino alla fine) e il reddito di cittadinanza, che non partirà prima del 2019 perché prima bisogna riformare i centri per l’impiego, saranno quindi finanziati anche «attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato ricorso al deficit». È uno dei punti su cui ha vinto la Lega, che ha però concesso al M5S di inserire misure bandiera come l’acqua pubblica, la riconversione dell’Ilva e il rilancio di Alitalia.

Scelta del premier. Ormai Sergio Mattarella non sa più come dirlo o farlo capire. Da Lega e 5stelle non vuole le bozze del programma ma il nome di chi lo deve rappresentare e mettere in pratica nell’azione di governo. Rimane il padre di tutti i punti interrogativi: chi sarà il presidente del Consiglio. Ieri sera Luigi Di Maio e Matteo Salvini ne hanno discusso ancora nell’incontro che hanno avuto per superare anche alcune differenze non da poco sul contratto di governo. Nomi ne sono circolati ancora e i più gettonati sono quelli di Alfonso Bonafede, Emilio Carelli o Riccardo Fraccaro. La sensazione è che però si continuerà a stare ancora a lungo sulle montagne russe. Anche perché il nome del possibile premier, oltre a dover superare i reciproci veti, deve passare il vaglio del Presidente della Repubblica. I problemi potrebbero nascere proprio al Quirinale. Lunedì scorso il capo dello Stato ha liquidato così Luigi Di Maio e Matteo Salvini: avete ancora un po’ di tempo, tornate appena avete chiuso. Obbligatoriamente con il nome del premier. Ora il Quirinale si aspetta che a un governo politico corrisponda un profilo politico, non un nome terzo. Mattarella comunque considererebbe inutile un passaggio intermedio con Di Maio e Salvini che salgono al Colle oggi o domani per presentare il programma definitivo. Sui tempi dell’incarico c’è ancora prudenza. Lunedì? Il rinvio di qualche ora, in presenza di passi avanti, sarà concesso. Il tema ministri va invece affrontato dopo la scelta del premier.

Politica Estera

Politica estera Usa. Gaza insanguinata da una strage, Israele ai ferri corti con la Turchia, Kim Jong Un che gioca a fare Doctor Jekyll e Mr Hyde, rispolvera la sua cattiveria di una volta e minaccia di far saltare il summit della pace. È il bilancio di una folle settimana della politica estera trumpiana. La tragedia di Gaza, nata per la volontà di Hamas di creare lo scontro e poi il martirio di massa, lascia serenamente indifferente questa Casa Bianca. Intanto alcuni paesi europei si apprestano a spostare le loro ambasciate da Tel Aviv. C’è molto più imbarazzo però di fronte al voltafaccia di Kim Jong Un, che sconvolge i preparativi per il summit del 12 giugno a Singapore. II Maresciallo sta mettendo sul tavolo le sue condizioni minime per il negoziato: ha chiarito che non è disposto a rinunciare a tutte le sue armi nucleari e ha copiato la tattica del presidente Usa che si era detto pronto ad «alzarsi e lasciare i colloqui» nel caso si dimostrassero poco utili. Il primo segnale da Pyongyang è arrivato martedì notte, quando ha cancellato un incontro con i sudcoreani accusando Washington e Seul di preparare un attacco preventivo. Ieri mattina lungo comunicato nordcoreano diretto a Washington. Il documento affronta il dossier atomico: Kim ha escluso che sul tavolo del summit ci possa essere il «disarmo nucleare unilaterale» del paese. Alla luce delle minacce di martedì sera, l’incontro stesso si trasforma in un “favore” fatto a Trump, che può essergli negato se quello pretende troppo o non concede abbastanza.

Russia e Turchia contro Israele. E’ guerra delle ambasciate fra Israele e Turchia. Con effetti quasi comici, puerili persino, per la piega insolita che sta prendendo la crisi diplomatica per la tragedia delle oltre sessanta persone morte nella Striscia di Gaza.  Ieri mattina, dopo l’espulsione di ambasciatore e console israeliano da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan e l’uguale misura presa verso i turchi, un nuovo capitolo: invitato a lasciare Ankara, l’ambasciatore israeliano è stato perquisito all’aeroporto davanti alle tv turche chiamate per l’occasione. La stessa sorte è toccata poi per ripicca all’incaricato d’affari turco aTelAviv, convocato al ministero degli Esteri israeliano. Il ministro degli Esteri russo Lavrov, invece, da un lato ha condannato gli «estremisti» che «cercano di usare i civili per proteste che possono provocare scontri e vittime», e dall’altro ha puntato il dito contro Israele: «Sono inaccettabili – ha detto – le dichiarazioni secondo cui i civili uccisi sarebbero tutti quanti terroristi, bambini compresi». Al telefono col presidente turco Erdogan – che per domani ha convocato a Istanbul un summit dei Paesi islamici – Putin ha esortato a evitare le violenze e a rilanciare il dialogo.

Economia e Finanza

Reazioni mercati al programma Lega-M5s. L’idea della maggioranza degli investitori era che l’impasse politica e la formazione di un Governo anti-sistema non avrebbero creato eccessiva discontinuità con il passato. Ieri quest’ultima convinzione è stata messa in discussione dalla bozza di programma (seppur “vecchia”) uscita martedì sera dalle trattative tra Lega e 5 Stelle. Così molti investitori – presi in contropiede – sono corsi ai ripari, riducendo l’esposizione sull’Italia. E per questo che Piazza Affari ha perso II 2,32% (arrivando a cedere il 2,79%),sui titoli di Stato lo spread è salito di 21 punti base nei confronti della Germania. La bufera, insomma, è stata tutta italiana. Ma la giornata di ieri ha dato un assaggio a milioni di famiglie con il mutuo, a milioni di imprese esposte in banca, a milioni di statali e pensionati che per il loro mensile dipendono dalla capacità del Tesoro di vendere bond, di cosa significhi instillare il dubbio sul futuro dell’Italia nell’euro. L’uscita dei creditori e degli investitori è iniziata immediatamente. Ma il modo in cui il mercato si è mosso rivela ancora di più. Per la parte breve delle scadenze dei titoli di Stato italiani, il crollo dei prezzi è stato il più violento da cinque anni: neanche il rischio di uscita della Grecia nel 2015 pesò tanto. Così anche solo la vaga percezione che un Paese possa uscire da una moneta stabile come l’euro, per convertire tutto in una moneta instabile, si dimostra intenibile: gli investitori si cautelano subito vendendo i titoli e dunque facendo salire i tassi d’interesse di quel Paese.

Tagli al debito. L’idea di cancellare 250 miliardi di debito è solo l’ultima di una serie di deliranti fantasie che hanno da sempre flagellato la Bce. I Trattati le vietano il finanziamento degli Stati: il taglio del debito lo è. Chiedere cortesemente il “congelamento” e la “cancellazione” dei BTp “in pancia alla Bce” per 250 miliardi, è un atto unilaterale del debitore, lo Stato italiano, verso ilcreditore, ed equivale in soldoni a una dichiarazione di default sul debito pubblico. L’interlocutore di questa fantasiosa operazione non è la Bce ma la Banca d’Italia. A Bankitalia verrebbe dunque detto che quei titoli del debito dello Stato italiano, acquistati sul mercato, equivalgono a carta straccia, perché non verranno né rimborsati né le loro cedole verranno più pagate. Quella che forse è stata presa in considerazione dal M5S e dalla Lega come una scorciatoia per ridurre in un solo colpo (contabile o non) il 10% dello stock del debito pubblico, ha in verità la portata di un”disorderly default”, un default disordinato. «La gente è rimasta scioccata, incredula», ammette un esponente comunitario vicino al vertice della Commissione europea. «C’è da chiedersi come sia possibile che idee così radicali possano essere state seriamente prese in considerazione». L’establishment comunitario spera in un atteggiamento più realista e pragmatico.

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