Sui Giornali. Allarme cortei – Espulso il candidato di Di Maio

Politica Interna

Voto e cortei, allarme scontri.  Da nord a sud, la parola d’ordine che inneggia alla «inagibilità politica per i fascisti» corre di messaggio in messaggio, di computer in telefonino, e rischia di diventare protagonista dell’ultima settimana di campagna elettorale. Grazie alle violenze che ha già innescato, o anche solo alla paura delle violenze. Ancora violenza, ancora scontri fra antagonisti e polizia. Ma anche un centro sociale – il «Magazzino 47» – devastato a Brescia da un incendio doloso. «Un attentato fascista» per il responsabile della struttura Michele Borra. A otto giorni dalle elezioni la tensione non si placa. Giovedì sera, per il comizio del leader di CasaPound Simone Di Stefano, tafferugli e cariche nel centro di Torino con bombe carta piene di chiodi, bulloni e schegge di legno contro gli agenti. Il leader di CasaPound contestato ha parlato tranquillamente per due ore nell’albergo dove aveva convocato i suoi simpatizzanti, mentre in strada i manifestanti si fronteggiavano con poliziotti e carabinieri: idranti contro bombe carta, in un’azione pianificata ed esaltata l’indomani via web. Secondo gli investigatori ad accendere i fuochi sono stati i «duri» del centro sociale Askatasuna, dal quale proviene uno dei fermati per il pestaggio del carabiniere avvenuto a Piacenza, il 10 febbraio a seguito di un presidio anti-CasaPound, già sotto processo per altri scontri del maggio 2012. Ieri scene analoghe a Pisa per l’arrivo del candidato premier leghista Matteo Salvini: 200 antagonisti con sassi e bottiglie contro il cordone di sicurezza che li separava dagli attivisti del Carroccio. Poi blocchi stradali in centro fino a sera. Bilancio: sette fermati, due feriti, alcuni contusi. «Quando saremo al governo – ha dichiarato Salvini – poliziotti e carabinieri non dovranno occuparsi di questi figli di papà, ma di garantire la sicurezza dei cittadini». Oggi è la giornata che preoccupa di più. II programma è denso di possibili scenari di scontro: triplo comizio per Di Stefano – Bologna, Milano, Bergamo -, Salvini in piazza Duomo a Milano, il leader di Forza Nuova Roberto Fiore a Palermo dopo l’aggressione al segretario provinciale del movimento di estrema destra. I centri sociali hanno organizzato ovunque presidi di protesta. Alta tensione a Roma: due cortei e tre sit-in impegneranno tremila uomini delle forze dell’ordine.

Espulso il candidato di Di Maio: “Vado avanti anche senza M5S”. Il tredicesimo caso piomba come un meteorite sul quartier generale di via Piemonte. Luigi Di Maio quasi non ci crede: «Ci aveva raccontato di aver detto no a Renzi per venire con noi, era il lucano dell’anno, il presidente del Potenza calcio. Come riciclaggio?», chiede mentre attorno si fa il vuoto. Salvatore Caiata – candidato del Movimento 5 stelle nel collegio uninominale di Potenza, per lui il capo politico aveva usato la definizione «il nostro bomber» – è il tredicesimo “inciampo” nelle liste elettorali. Dopo i casi di Emanuele Dessi a Frascati (cacciato per la casa del Comune a 7 euro), dei quattro massoni, dei parlamentari che truccavano i bonifici, anche lui viene espulso fuori tempo massimo. Ma twitta subito: «State tranquilli: non mi ritiro, sono più tosto di prima!». I vertici dei 5 stelle hanno scoperto ieri mattina che la procura di Siena ha aperto un’inchiesta su Caiata per passaggi di fondi illeciti nell’ambito dell’acquisto di bar e ristoranti. L’accusa è pesantissima: riciclaggio, la più grave tra quelle che hanno toccato l’universo degli eletti M55 in questi anni. Dal Comune arriva pure la richiesta di rendicontazione finaziaria dell’amministrazione dello stadio. Lui prova il contropiede sui social: «Un ciclone mediatico – scrive su Facebook – metto a disposizione tutta la documentazione per chiarire questo attacco e mi autosospendo dal Movimento». Neanche un’ora dopo, sempre su Facebook, arriva però la scomunica da Di Maio. Caiata è fuori dal Movimento. Il colpo è forte, ma lui non demorde.

Politica Estera

«Minacce dalla Marina turca». La nave Eni abbandona Cipro. Ad anticipare il possibile destino della Saipem 12000, la nave noleggiata da Eni per avviare le attività di perforazione nella zona economica esclusiva di Cipro e bloccata da due settimane al largo della costa sudorientale dell’isola dalla marina militare turca, era stato, due giorni fa, l’amministratore delegato del gruppo, Claudio Descalzi. Intervenendo a margine di un evento societario, il ceo aveva infatti ventilato la possibilità di trasferire il mezzo su un altro pozzo, come da tabella di marcia della stessa Saipem 12000, «in attesa che la diplomazia internazionale trovi una soluzione». Così ieri è spettato al governo di Nicosia annunciare il cambio di programma, almeno per il momenta la nave è quindi in procinto di lasciare le acque del Mediterraneo orientale, diretta in Marocco per altre attività, dopo esser stata nuovamente bloccata da cinque mezzi navali di Ankara «che hanno minacciato di usare la forza»,come ha ricostruito ieri, ai microfoni di una tv locale, il ministro dell’Energia cipriota, Giorgos Lakkotrypis.Il passo indietro sarebbe avvenuto, secondo quanto ha spiegato Lakkotrypis, dopo un ultimo tentativo di aggirare il blocco turco, concordato da Nicosia con il gruppo italiano. Per evitare guai peggiori o incidenti alla Saipem 12000 non sarebbe restato altro che invertire la rotta e, appunto, rifornirsi a terra per poi dirigersi altrove. Così, a poche centinaia di chilometri della guerra siriana, lo scenario mediorientale aggiunge un altro elemento di tensione, che isola Ankara. Difficile, a questo punto, che si possa tenere l’incontro tra l’Unione Europea e la Turchia previsto a Varna, in Bulgaria, il 26 marzo. Il presidente cipriota Nikos Anastasiadis ieri era a Bruxelles per la riunione informale dei leader dei 27: ne ha parlato con il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, con il greco Alexis Tsipras, con altri colleghi. Perora però i leader europei rimangono fermi.

Offensiva di Trump: embargo petrolifero per assediare Kim. Gli Stati Uniti aumentano ancora la pressione sulla Corea del Nord, «con le sanzioni più pesanti mai applicate», come ha annunciato ieri Donald Trump chiudendo l’intervento alla «Conservative political action conference». Il ministro del Tesoro, Steven Mnuchin, ha poi spiegato nel concreto le misure che escludono da ogni rapporto commerciale con gli Usa 27 imprese di trasporto marittimo per una flotta complessiva di 28 navi, più un armatore di Taiwan. L’obiettivo è stroncare le forniture di petrolio e carburante alla Corea del Nord. Le società sono registrate nella stessa Corea del Nord e poi in Cina, Singapore, Taiwan, Hong Kong, Isole Marshall, Tanzania, Panama e Isole Comore. Tutte queste compagnie sono accusate dagli americani di aver fatto da sponda ad altri Paesi per aggirare il blocco delle esportazioni di greggio e benzina deciso il 22 dicembre scorso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Mnuchin ha mostrato immagini che riprendono il trasbordo delle materie prime da un cargo all’altro, in rotta verso i porti nord-coreani. Un trucco, ha detto il Segretario del Tesoro, che «ha un impatto molto forte» sull’efficacia della stretta voluta dall’Onu: taglio del 90% delle forniture di benzina e tetto di 4 milioni barili all’anno, a fronte di un fabbisogno del Paese pari a 5,4 milioni (una quantità che la Corea del Sud consuma in due giorni). Trump ha commentato in modo sibillino: «Speriamo che possa succedere qualcosa di positivo, vedremo». L’interpretazione è che attraverso queste misure gli Usa stanno cercando di imporre un embargo petrolifero di fatto contro il regime di Kim, anche se le misure adottate finora in sede Onu non lo prevedono, e la Cina non è favorevole ad applicarlo. Le nuove sanzioni quindi servono a complicare questi contatti, provocando il Nord, per spingerlo a prendere iniziative che li facciano deragliare.

Economia e Finanza

Vertici della Bce e dollaro debole, Weidmann in campo. Le questioni istituzionali appaiono, ai più, noiose e formali. In Europa, assumono un peso particolare, tanto che ieri sono state oggetto di un vertice a Ventisette. Sul fronte finanziario, la prima discussione sul bilancio comunitario 2021-2027 ha rivelato che una maggioranza di paesi è favorevole a un aumento dei loro contributi, pur di far quadrare i conti. «I leader si sono trovati d’accordo per mettere l’accento su una serie di priorità: l’immigrazione, la sicurezza, il programma Erasmus Plus», ha spiegato in una conferenza stampa a fine a Bruxelles il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. «Agli occhi dei paesi membri, importanti restano comunque i programmi relativi alla coesione, all’agricoltura, la ricerca e le infrastrutture». La partita negoziale è resa particolarmente difficile per via dell’uscita del Regno Unito dall’Unione, che provoca un buco di 12-13 miliardi di euro all’anno. Quadrare il cerchio non sarà facile. Sul tavolo c’è l’idea, proposta da Berlino, di condizionare l’uso di fondi europei all’accoglienza di migranti e all’adozione di riforme. «Ho sentito solo reazioni positive intorno al tavolo», ha detto il presidente Tusk. Nel contempo, in vista del voto del 2019, i governi hanno deciso di mantenere il controllo sulla nomina del presidente della Commissione europea. Tutti i banchieri centrali hanno l’ambizione di dare forma al futuro dell’Europa e alla sua politica monetaria. Facile immaginare che sia così anche per Jens Weidmann, 49 anni, presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca, ora che appare tra i candidati favoriti a succedere alla presidenza della Banca centrale europea, quando a fine ottobre 2019 scadrà il mandato di Mario Draghi. La scelta, appoggiata da Germania e Francia, del ministro delle finanze spagnole Luis De Guindos, è stata interpretata come il via libera a Berlino per imporre il suo candidato. Se così fosse, molti scommettono su un’accelerazione della normalizzazione della politica ultra espansiva della Bce, che mantiene i tassi di interesse a zero e ogni mese continua a comprare 30 miliardi di titoli sul mercato in base al suo programma di Quantitative Easing in scadenza a settembre.

In Europa Francia e Germania al fianco dell’Italia. Piazza Affari rimbalza (+0,93%), archiviando le parole di Juncker sul prossimo voto in Italia che giovedì avevano pesato sul listino. Ieri del presidente della Commissione Ue ha ribadito: «Sono stato frainteso, non sono preoccupato» per l’Italia. Per Gentiloni incidente chiuso: «Juncker ha chiarito con la realtà e le sue posizioni. Ora bisogna lasciare gli italiani liberi di decidere. Sono convinto che si daranno un governo stabile» ha detto il premier a Bruxelles a margine del prevertice dei Socialisti europei. «Ho necessità di tornare in Italia, dove ferve l’attività». I tre – Italia, Francia e Germania – si presentano insieme alla fine di un vertice sul Sahel, e il il tema-chiave è sempre quello: «L’Europa lavora insieme ed è il modo migliore per battere le posizioni populiste ed anti europee», ha affermato il premier. Messaggio verso l’elettorato e quelle formazioni che soffiano sul fuoco dell’estremismo. Specie sul fronte delle migrazioni: Italia, Francia e Germania stanno condividendo una «leadership europea sui temi migratori e giocano un ruolo di traino in questa fase delicata di transizione per l’Unione europea», ha ricordato Gentiloni. II presidente di Confindustria Boccia ha affermato: «Dobbiamo evitare di generare ultoriori ansietà rispetto ad una campagna elettorale che spesso cavalza questa dimensione. Non temiamo una situazione di stallo, mi sembra un eccesso di premura avere questa idea di instabilità. In Austria, in Spagna e in Belgio ci sono dimensioni di instabilità politica e l’economia va comunque avanti. Certo, sarebbe meglio avere una politica forte che faccia da acceleratore all’economia ed perché ci sono importanti questioni europee che, nell’interesse dell’Italia, vanno affrontate un attimo dopo il 5 marzo». L’Italia ha grandi potenzialità: «se rimuovessimo gli handicap, potremmo essere tra i primi paesi industriali al mondo».

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