SUI GIORNALI. “Aprite i porti”, Fico spacca i Cinquestelle

Politica Interna

Fico difende le Ong: “I porti vanno aperti”.  A fine giornata il pensiero è sempre quello che lo ha accompagnato al risveglio: «Prima salvare le vite in mare poi accertare eventuali responsabilità», ragiona Fico con i suoi collaboratori, «non è buonismo ma umanità». Il presidente della Camera ha alle spalle una visita a sorpresa all’hotspot di Pozzallo, in provincia di Ragusa. La decisione del blitz è arrivata di prima mattina. Fico è scosso per la tragedia al largo della Libia e irritato per le parole di Matteo Salvini al Corriere sulle Ong. E decide di far sentire la sua presenza. «I porti non li chiuderei». E ancora: «L’Italia non può tirarsi indietro ed è qui che vanno aiutate le persone. Quando si parla di Ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario. L’inchiesta di Palermo archiviata, l’inchiesta di Catania da un anno non cava un ragno dal buco. Quindi bisogna capire bene di chi si parla e chi le finanzia, se non si fa cattiva informazione. Le Ong nel Mediterraneo hanno salvato i migranti. Bisogna essere solidali con chi emigra e ha storie drammatiche che toccano il cuore». Parole che fanno salire la tensione all’interno del governo. Non è dato sapere se Fico lo abbia fatto per dare voce ai malumori che ormai da settimane serpeggiano dentro ai Cinque Stelle. Di certo c’è che il ragionamento seguito dal presidente della Camera costringe Luigi Di Maio a porre rimedio. «Il governo – replica il vicepremier – è compatto sulla linea in tema di immigrazione. Nessuno ha mai chiuso i porti, abbiamo chiuso alle Ong che non rispettano le regole». Infine precisa: «Quelle di Fico sono dichiarazioni a titolo personale». Di lì a poco anche l’altro vicepremier Matteo Salvini liquida la questione usando le stesse parole di Di Maio: «Fico? Un suo punto di vista personale. E’ giusto che ognuno esprima le proprie idee. Poi i ministri fanno i ministri. E quindi le scelte sono quelle che gli italiani stanno toccando con mano da qualche mese».

La Lega invade Pontida. Ogni tanto, di questi ultimi tempi, Matteo Salvini dice che è sua intenzione andare alle elezioni tra un anno. La Lega risulta molto cresciuta negli ultimi sondaggi, che però non si riflettono nella sua presenza parlamentare. Ma l’idea di andare al voto non pare condivisa né dai Cinquestelle, né dagli alleati di centrodestra dei leghisti, Berlusconi e Meloni. Oggi Salvini è vicepresidente del Consiglio, ma deve dividere l’incarico con Di Maio; quanto alle competenze del ministro dell’Interno, sono assai limitate nella politica estera e in quella economica. Per di più Giuseppe Conte, sia pure con molta friabilità, si sta facendo strada e cerca di guadagnare una posizione politica che corrisponda alla sua qualifica di capo del governo, che attualmente sembra più una battuta da Arlecchino che una verità concreta. Conte non è affatto sciocco anche se politicamente poco preparato. Sta studiando la sua parte e lasciargli tempo è pericoloso per Salvini. Ecco perché vorrebbe le elezioni tra un anno. E così, dopo oltre 25 anni ecco la prima Pontida, con la Lega che i sondaggi sparano oltre quota 30%, grazie alla campagna da “sceriffo” del Mediterraneo del capo del Viminale. È l’unico capo del governo che qui il popolo leghista è disposto a riconoscere. “Salvini premier” era in campagna elettorale e “Salvini premier” è rimasto anche ora che un governo è nato e a guidarlo sarebbe Giuseppe Conte. II pratone di Pontida che fu “sacro” per Bossi è costellato di bandieroni e striscioni in blu “trumpiano” con quella scritta in bianco a titoli cubitali: Salvini premier. E’ la vigilia della prima adunata leghista dell’era di governo giallo-verde, la prima che accoglierà le carovane di pullman da Calabria, Sicilia e Puglia, con stand di quelle regioni un tempo ostili. E dunque, guerra alle Ong e porti chiusi, con buona pace di Roberto Fico «che parla a titolo personale».

Politica Estera

Merkel: “Ho accordi con 16 Stati per i respingimenti”. Ma da Est la smentiscono. Un’Angela Merkel sempre più camaleontica. Chiusa un’emergenza, quella europea, la Merkel è tornata a Berlino per risolvere quella più insidiosa, la sua crisi interna con Horst Seehofer. Ma nella fretta di presentare al suo ministro dell’Interno un risultato che disinnescasse la minaccia di respingere i profughi ai confini, la cancelliera sembra aver commesso un errore. Venerdì sera, Merkel ha chiamato al telefono i capi del suo partito e ha rivelato di aver sottoscritto un accordo con 14 Paesi europei, pronti a riprendersi profughi già registrati nei loro confini. Un risultato che sembra effettivamente ottimo, perché si aggiunge all’intesa già annunciata nel corso della giornata attraverso un comunicato ufficiale, con la Spagna e la Grecia, più o meno con lo stesso obiettivo. E che dimostra la capacità di Merkel di serrare i ranghi, in Europa, di riunire ancora più della metà dei Paesi dietro di sé con una promessa difficile, quella di riprendersi i profughi. L’aiuto sarebbe arrivato da Belgio, Francia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, oltre che da Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca (insieme alla Slovacchia nel Gruppo di Visegrád, compatto nel rifiuto del sistema di ripartizione dei profughi). Ieri pomeriggio, però, Budapest e Praga hanno smentito: «Smentiamo totalmente, niente di tutto ciò è stato negoziato». Poco dopo, dall’Ungheria, arriva qualcosa che somiglia a una puntualizzazione: «Non abbiamo raggiunto intese», precisa Zoltan Kovacz, storico portavoce di Orban. Distensione con il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer e il premier bavarese Markus Söder, che promuove l’accordo di massima: «Va nella giusta direzione».

Ombre sulle elezioni presidenziali in Messico. Il volto di Lopez Obrador si affaccia sorridente da un manifesto elettorale, che promette a tutti i messicani la svolta: «Juntos Haremos Historia», uniti faremo la storia. Sta appeso all’ingresso del mercato di Iztapalapa, la più grande e più povera municipalità del Distretto federale di Città del Messico. Quasi due milioni di persone ammassate in casupole che coprono di cemento il 96% del territorio, spesso senza avere neppure l’acqua potabile nei rubinetti. È anche il luogo che detiene il triste primato nazionale di stupri, abusi contro le donne e violenze domestiche, e da dieci anni registra la media di un omicidio ogni due giorni. Per conquistarlo, Obrador ha scelto come candidata sindaco del suo Movimento Morena, Clara Brugada, che innanzitutto è una donna, e poi è una ex leader del Partido de la Revolucion Democratica, cioè la formazione rivale a cui lui spera di soffiare il governo di Iztapalapa. Dunque dentro a questa storia ci sono già tutti i tratti della sua strategia: sfida ai drammi del Messico e al suo passato immobile, furbizia e spregiudicatezza nelle alleanze, pragmatismo ma anche sensibilità per i temi che irritano e mobilitano la gente. Ma sorgono ombre e dubbi sulla regolarità delle elezioni. Può Andrés Manuel López Obrador, il candidato che dal principio stacca gli avversari di almeno dieci punti, se non trenta, perdere oggi le elezioni presidenziali in Messico? «Razionalmente no – afferma Daniela Pastrana giornalista di lungo corso Pastrana – ma siamo un Paese irrazionale. Nessuno ritiene possibile che in Messico non ci sia una qualche forma di frode elettorale, abbiamo una solida tradizione di questo tipo».

Economia e Finanza

Di Maio: interinale e voucher fuori dal “decreto dignità”. Taglio delle pensioni d’oro, lotta al lavoro nero, rilancio dei centri per l’impiego, equo compenso. Intervenendo al Festival del lavoro, Luigi Di Maio, ha anticipato una serie di iniziative che intende prendere, con l’obiettivo di favorire la semplificazione, la lotta alle irregolarità e la dignità del lavoro, a partire dal decreto legge di prossima emanazione, sul quale non c’è problema di copertura ma solo di tempi tecnici per ricevere i nullaosta necessari. Dal provvedimento, comunque, escono le modifiche alla somministrazione che, «seppur si presti a disfunzioni, demandiamo al Parlamento, come i voucher e il lavoro occasionale». Tra le priorità c’è la semplificazione del Codice degli appalti, ritenuto troppo complesso da Di Maio, tanto che «gli amministratori non utilizzano i soldi perché hanno paura di firmare le delibere» e l’intervento sulle politiche attive dove, preso atto che l’Anpal è partita «con una ruota sgonfia» quale conseguenza della bocciatura del referendum costituzionale con conseguente conferma delle competenze alle Regioni, «ce la metterò tutta per mettere intorno a un tavolo gli assessori e ristrutturare i centri per l’impiego anche lavorando con l’Anpal, avendo come primo obiettivo quello di capire quante siano le risorse da investire. Ma mi aspetto massima collaborazione e non voglio che ci si metta a difendere il proprio orticello». Tuttavia, dal palco del Festival del lavoro di Milano, era stato invece Salvini, a sostenere che l’abolizione dei buoni lavoro era stato «un errore» e per tanto andavano ripristinati. Addirittura il ministro si era spinto ancora più avanti annunciando che il suo dicastero era pronto a reintrodurre i voucher nel comparto agricolo per evitare il dilagare del lavoro nero. Ancora una volta le due anime del governo, quella gialla e quella verde, imboccano insomma due strade differenti: da una parte i 5 Stelle più sensibili alle istanze dei giovani precari, a partire dai riders, e delle loro rappresentanze e dall’altra la Lega certamente più attenta alle istanze delle imprese a cominciare dalle più piccole.

La frenata di Tria sul fisco: “A rischio i conti pubblici”. «Prudenza», è la parola chiave che circola in queste ore al ministero del Tesoro. Il ministro Tria è al lavoro mentre si susseguono le riunioni tecniche in attesa del decreto della prossima settimana e mentre dalle varie tribune i due vicepremier Salvini e Di Maio giocano al rialzo. Al Tesoro invece prevale la realpolitik di Tria e l’invito alla prudenza. Sulla base di due considerazioni: la prima riguarda il debito e i mercati finanziari; l’altra l’Europa. Sul tavolo del ministro c’è al momento un quadro macro tendenziale che indica per il 2019 una discesa del rapporto deficit-Pil allo 0,8 per cento. Con questa cifra il debito pubblico inizierebbe un percorso discendente e sarebbe bene non mettere a “repentaglio” questo trend perché il consolidamento di bilancio serve anche per mantenere la fiducia nei mercati. L’Italia nel 2007, l’anno precedente all’esplosione della crisi finanziaria mondiale, aveva un debito pubblico di 1605 miliardi, pari al 99,8% del Pil. Dieci anni prima il debito aveva un rapporto con la ricchezza prodotta del 113,8%. Alla fine dello scorso anno il debito pubblico italiano è arrivato a 2.286 miliardi, cioè il 131,8% del Pil. In dieci anni l’incremento è stato del 42,4%. Attualmente siamo a 2.311 miliardi e faticherà a raggiungere il previsto rapporto con il Pil del 130,8%, cioè un punto percentuale in meno dell’anno scorso, per il semplice motivo che la stima di una crescita economica di un punto e mezzo si rivelerà ottimistica perché, secondo quanto ci dice Confindustria, non andrà oltre l’1,3% avendo subito una frenata nel primo trimestre e avendo tutta l’aria di rallentare la crescita anche nella seconda parte dell’anno.

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