Politica interna

Riparte la trattativa M5S-Lega. In corsia di sorpasso è tornato il treno giallo-verde: ripartito ieri e pronto ad approdare a Palazzo Chigi. Ricominciando dalla maggioranza e dal contratto «che già c’è». Due le opzioni in campo per la riapertura della trattativa. La riproposizione di Giuseppe Conte, rientrato ieri a Roma, come presidente del Consiglio; oppure un esecutivo a trazione leghista, guidato dal leader in persona o dal suo braccio destro Giorgetti.  La versione ufficiosa del Quirinale è che «Cottarelli ha bisogno di più tempo per approfondire alcuni nodi legati alla lista dei ministri» e per questo ha fatto dietrofront uscendo dallo studio di Mattarella con un nulla di fatto, senza sciogliere la riserva. Ma il caos è totale nelle istituzioni e fino a tarda sera girano le voci più disparate: come quella secondo cui il Quirinale si sarebbe acconciato a sciogliere le Camere, non avendo ancora deciso però chi porterà il Paese al voto a fine luglio, se Cottarelli – che potrebbe giurare domani – o lo stesso Gentiloni.  La situazione è fosca. Salvini e Di Maio, seppur con toni molto diversi, continuano a polemizzare con il Colle. «Spread? Chiedete a Mattarella» graffia il leader leghista. «Irresponsabile non far nascere il governo», attacca il grillino, insistendo sull’impeachment contro il capo dello Stato. Persino il Pd annuncia che non voterà la fiducia, ma si asterrà. Il governo Cottarelli nasce già morto. Preludio della tempesta perfetta che rischia di precipitare il Paese verso il default. In serata però i toni si fanno d’un colpo più cauti. «Mattarella ha sbagliato ma basta insulti», esorta in diretta Fb Salvini, che punta a tenere aperte le Camere intervenendo su Fornero e legge elettorale. Per poi frenare sulla corsa alle urne: «Prima si vota e meglio è, sperando che non sia a Ferragosto, non vorrei rompere le scatole agli italiani». A Di Maio non resta che accodarsi. Con una clamorosa retromarcia: «Per quanto riguarda l’impeachment non è più sul tavolo perché cuor di leone Salvini non lo vuol fare». Dicendosi addirittura pronto «a collaborare con Mattarella per risolvere la crisi di governo».

Fronte repubblicano. Succede raramente nel Pd, ma stavolta sono quasi tutti d’accordo: se si deve andare a votare, meglio farlo il più presto possibile, impugnando la bandiera dell’europeismo contro «gli sfascisti che ci vogliono portare fuori dall’euro in un weekend», come ha detto ieri Matteo Renzi. L’idea di fondo per evitare la disfatta è provare perlomeno a rinfrescare l’immagine troppo logora del Pd lanciando un «fronte repubblicano» a difesa della permanenza dell’Italia nell’euro contro chi vuole «bruciare i risparmi degli italiani». Certo, dietro la difesa a petto in fuori di Sergio Mattarella non manca qualche perplessità su alcuni passaggi della gestione della crisi («Forse se avesse dato l’incarico a Di Maio o Salvini, anziché a Conte…», sussurra un renziano doc) e anche l’idea di votare la fiducia a Cottarelli è via via stata scartata perché «certo non possiamo presentarci con questo biglietto da visita alle elezioni», dice un renziano. E alla guida del fronte? Il derby fratricida proprio no, giura Carlo Calenda. , promette che darà una mano a «Paolo». «Dobbiamo costruire un fronte repubblicano molto ampio, che abbia un unico obiettivo: tenere l’Italia in Occidente e in Europa. Ci vuole una mobilitazione civica sul territorio che, abbandonando ogni interesse di parte e agenda personale, vada in soccorso della Repubblica. Il mio appello è rivolto anche alle associazioni delle imprese, dell’artigianato, del commercio e ai sindacati. Abbiamo poco tempo per bloccare questa situazione. Mobilitatevi scendete insieme in piazza, fate sentire la vostra voce» dichiara l’ex-ministro in un’intervista. «Dobbiamo presentarci come Fronte repubblicano, un simbolo diverso e una lista unica, coinvolgendo tutte quelle forze della società civile e tutti quei movimenti politici che vogliono unirsi per salvare il Paese dal sovranismo anarcoide di Di Maio e Salvini. Questi non sono nazionalisti, non sanno cos’è il patriottismo. Quando Mattarella va al Parlamento europeo e Salvini dichiara “scambierei due Mattarella per mezzo Putin” si capisce che il senso dello Stato e la difesa della nazione non hanno niente a che fare con il loro pensiero».

Politica estera

Attacco terroristico a Liegi. Tre morti e quattro feriti. Il terrore torna in Belgio con una sparatoria mattutina nel centro di Liegi, la principale città della Vallonia francofona. Una scena da far west — avvenuta nel pieno centro della città intorno alle 10.30 di mattina — che ha lasciato sull’asfalto due poliziotte e uno studente (oltre al killer ucciso dalla polizia) ma che rischiato anche di coinvolgere gli alunni di una scuola vicina. Un video amatoriale ripreso da un residente affacciato al balcone e diffuso da media belgi immortala un uomo vestito di scuro e con scarpe sportive bianche. Nel sottofondo delle immagini si sente gridare «Allah Akbar» presumibilmente dopo gli spari contro le due poliziotte. Nella versione ricostruita dalla polizia l’uomo, armato di coltello, ha sferrato un primo attacco alle due agenti, 53 e 45 anni. Poi ha sparato a un’auto di passaggio, uccidendo uno studente 22enne ormai prossimo alla laurea. Poi ha preso in ostaggio una donna nella vicina scuola Leonie de Waha. Una volta uscito è stato ucciso dalla polizia in uno scontro a fuoco dove altri quattro agenti sono rimasti feriti. L’attentatore un  piccolo criminale, senza più rapporti con la famiglia, originario del paesino della birra trappista Rochefort in carcere dal 2003 per reati comuni legati a furti e droga che proprio in cella ha sposato la fede musulmana fino a radicalizzarsi. «Un emarginato, ma non un ragazzo cattivo anche se a volte aveva degli scatti di violenza», raccontavano i suoi ex compagni di detenzione. Con il passare delle ore emergono particolari sul ritratto di Benjamin Herman. Lunedì Herman aveva beneficiato del 14esimo congedo penitenziario, uscite utili al suo reinserimento nella società in vista della scarcerazione nel 2020. Scattate le indagini, gli inquirenti trovano una copia del Corano e un tappeto per pregare nella sua cella. I compagni di carcere raccontano di essersi accorti della radicalizzazione, anche se tendeva a non parlarne con nessuno.

Elezioni in Libia. «Ci impegniamo a lavorare in maniera costruttiva con l’Onu per oganizzare elezioni». Nei saloni dell’Eliseo, circondato dai fratelli nemici della Libia, tra i rappresentanti dei paesi vicini e dei governi che appoggiano le varie fazioni, Emmanuel Macron fa leggere in arabo una dichiarazione comune. Alla fine niente firma ufficiale, la road map auspicata da Parigi non viene sottoscritta dalle parti ma soltanto approvata a voce dai vari leader presenti. Tra gli ospiti i due storici rivali, il premier Fayez Serraj e il generale Khalif Haftar, affiancati dal presidente del Parlamento, Aguila Salah, e da quello del Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri. «Incontro storico», lo definisce il presidente francese.  «Un possibile passo avanti» verso il percorso di riconciliazione del Paese: è la più prudente valutazione di fonti diplomatiche italiane. I quattro principali protagonisti della crisi politica libica, perla prima volta presenti a Parigi assieme al negoziatore dell’Onu Ghassan Salamé e ai rappresentanti dei Paesi interessati (per l’Italia l’ambasciatore a Parigi, Teresa Castaldo), si sono trovati d’accordo nel tenere elezioni nazionali il 10 dicembre di quest’anno. A fine incontro Macron ha dichiarato: «Non c’è stata una firma formale del documento per due motivi fondamentali. Primo: alcuni partecipanti hanno chiesto di poter prima condividere la dichiarazione congiunta con i loro referenti sul suolo libico. Il secondo motivo ancora più importante è che qui oggi hanno partecipato esponenti di istituzioni che non si riconoscono reciprocamente». Nonostante i toni solenni, pesano ancora molte incognite, a cominciare dall’assenza dei rappresentanti di Misurata che hanno scelto di disertare l’incontro. Il vertice internazionale, al quale erano rappresentati una ventina di paesi della regione e membri del consiglio di sicurezza dell’Onu, segna comunque un punto a favore nell’accreditare Macron come mediatore in Libia dove la Francia ha giocato un ruolo cruciale, conducendo sette anni fa la guerra contro il regime di Gheddafi.

Economia e finanza

Aumento spread e crollo della Borsa. A due giorni dalla crisi istituzionale deflagrata con lo scontro tra Quirinale e l’alleanza LegaMovimento 5 stelle sulla nomina di Paolo Savona al ministero dell’economia le tensioni di mercato si intensificano. Il termometro del rischio Paese, cioè lo spread tra i BTp italiani e i Bund tedeschi, ieri ha toccato un picco massimo di 320 punti base come non succedeva da agosto 2013 per poi chiudere gli scambi a 291. Il rendimento dei BTp a 10 anni ieri ha toccato un massimo di giornata al 3,4% come non accadeva da marzo 2014. La Borsa di Milano lascia sul terreno un altro 2,6%. La consapevolezza di un nuovo vuoto governativo dopo la decisione dei pentaleghisti di gettare la spugna a causa della bocciatura di Paolo Savona avevano già provocato fm dalle prime ore una massiccia vendita di Btp. Sul successivo pressing dei partiti per votare subito a luglio deve avere pesato anche la paura che proprio la schiacciante offensiva dei mercati vista in mattinata potesse diventare un bombardamento ininterrotto di qui a ottobre e oltre. Esattamente come avvenne nel 2011, sotto il governo Berlusconi, quando l’Italia rischiò la bancarotta. Per la prima volta dalla crisi del debito sovrano di sette anni fa, lo spread sui Btp a due anni ha superato quello sui dieci. Le tensioni che hanno colpito i titoli di Stato e la Borsa hanno finito per contagiare gli altri Paesi periferici.  I livelli toccati ieri dal rendimento a due anni italiano non si vedevano da agosto 2012 quando il presidente della Bce Mario Draghi fece il suo famoso “Whatever it takes” dichiarando che avrebbe fatto «tutto il necessario per salvare l’euro». Parole che segnarono uno spartiacque nella storia della crisi come la più potente affermazione mai fatta prima sull’irreversibilità della moneta unica Un tabù, quello della moneta unica, che la politica è tornata a mettere in discussione. Anche se Matteo Salvini e Luigi Di Maio in questi giorni hanno dichiarato che nel loro piano non c’era l’uscita dall’euro, ma solo una ridiscussione delle regole europee, i mercati hanno recepito esattamente questo messaggio.

Le Considerazioni di Ignazio Visco. L’economia italiana si sta rafforzando e sono state eliminate le «fonti di rischio sistemico» nel settore bancario. Ora bisogna consolidare i risultati raggiunti con le riforme avviate, innalzare II potenziale di crescita e la produttività del sistema. E bisogna proseguire con la riduzione del debito pubblico avendo ben chiare due cose: 1) non ci sono scorciatoie poiché «gran parte del risparmio degli italiani trova corrispondenzanei 2.300 miliardi del nostro debito» e se venisse messo a repentaglio il valore della loro ricchezza «reagirebbero fuggendo» e gli investitori stranieri «sarebbero più rapidi»; 2) «non sono le regole europee II nostro vincolo, è la logica economica». Eccoli i messaggi più forti arrivati dalle Considerazioni finali che il governatore della Banca d’Italia ha letto ieri mattina all’assemblea dei partecipanti. «Le norme entro cui operiamo possono essere discusse, criticate. Vanno migliorate. Ma non possiamo prescindere dai vincoli costituzionali: la tutela del risparmio, l’equilibrio dei conti, il rispetto dei Trattati». In un’altra giornata drammatica, con i mercati in subbuglio e il governo “neutrale” che fatica a nascere, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, mette giù i suoi paletti. «E evidente la delicatezza e la straordinarietà del momento che stiamo vivendo» dice il Governatore nelle sue «Considerazioni» annuali. «Non ci sono giustificazioni, se non emotive, per quello che sta succedendo oggi sui mercati», aggiunge. Anche di queste, però, bisogna tener conto. «Se è auspicabile che siano definiti con chiarezza e lungimiranza gli obiettivi e li progetti delle diverse forze politiche, non sarebbe saggio — sottolinea il Governatore — ignorare le compatibilità finanziarie». Visco non cita mai direttamente il programma gialloverde, ma premette che il «destino dell’Italia è in Europa» e non fa tanti giri di parole. «Le riforme del passato rendono gestibile la dinamica della spesa pensionistica. Sarebbe rischioso — dice — fare passi indietro».