Il Sud che si risveglia. Licola, una piccola impresa-scuola meridionale

E’ una scuola di “frontiera” in un territorio difficile. Chilometri di cementificazione selvaggia, senza piazze , senza cinema, senza posti dove incontrarsi. Un “non luogo”. Licola, periferia di Napoli. Da una parte la “terra dei fuochi”, quella dei rifiuti sepolti dalla camorra e dei roghi tossici. Dall’altra la costa di Castelvolturno, rovinata da abusivismo e inquinamento. Ma è proprio qui, sui lastroni di pietra dell’antica domitiana, che dalla Campania Felix portava alla capitale, che l’istituto superiore Falcone si è trasformato in una sorta di laboratorio dove scuola e lavoro parlano la stessa lingua e diventano comunità.

 

La scuola diventa un’azienda

Antonio Curzio, classe 1966, archeologo per passione e insegnante per vocazione, da qualche anno a questa parte ha cambiato ancora mestiere trasformandosi in dirigente-manager. Perché l’istituto non è solo fatto di aule e cattedre. Ma, al quo interno, c’è anche un’azienda agricola, sei ettari a Licola che fanno capo direttamente alla scuola e altri sei ettari dati in fitto agevolato dalla Regione. E’ il grande laboratorio degli studenti. E’ qui che mettono in pratica quello che hanno appreso dagli insegnanti. Imparano a misurarsi con il mercato e mettono in vendita i loro prodotti.

 

Il boom delle iscrizioni

Un modello che, per la verità, va avanti da tempo. Ma che, negli ultimi sei anni, da quando Curzio è diventato preside, si è trasformato, è diventato, per citare un film di successo, “una piccola impresa meridionale”. I risultati non si sono fatti attendere: in sei anni il numero degli studenti è triplicato, passando da 450 a oltre 1300. E il fiore all’occhiello sono le manifestazioni che ripropongono i sapori e i gusti delle cucina storica napoletana. La prossima è prevista fra qualche giorno, fra il 30 aprile e il 4 maggio, la Sagra delle Taverne Antiche. Un’esplosione di colori e profumi in una scenografia animata da oltre 300 figuranti in costume, dove alla cura del cibo si uniranno un’arte culinaria e un’ambientazione  direttamente mutuate dal Settecento. Scorci di antica vita quotidiana, di danze popolari, di venditori ambulanti, di musicanti che faranno ascoltare la propria voce nella tenue luce delle fiaccole e dei bracieri.

 

Le sagre sull’antica Domitiana

Le Manifestazioni sono partite in sordina, senza clamore e senza alcun contributo dello Stato. Ma, anno dopo anno, si sono affollate sempre di più. L’esatta percezione dell’exploit Curzio l’ha avuta l’anno scorso. E non solo perché, sull’antica Domitiana dove si svolge la Sagra, si sono presentati in ventimila. Ma anche perché, ad un certo punto, nel piazzale della scuola si sono presentati autobus turistici che venivano dalla Toscana e dall’Umbria.

 

I docenti rinunciano alle ferie

La cosa che più colpisce sono i docenti che partecipano all’iniziativa. Senza alcun compenso. Anzi, rimettendoci giorni di ferie, dal momento che lavorano nei week end e nelle festività come quella del Primo Maggio. O a Natale, quando si organizza un affollatissimo presepe vivente. “L’azienda si regge da sola, tutto quello che ricaviamo dalle vendite o dalle manifestazioni è reinvestito nella struttura, per la manutenzione delle macchine e gli attrezzi che servono per la produzione”. Ma la caratteristica della “piccola impresa” di Licola è che si coltivano prodotti seguendo le antiche tecniche. “Nasce così la conserva di pomodori essiccati che era utilizzata per il vero ragù napoletano, quasi nero. O la salsa forte, che si usava il giovedì Santo per la zuppa di cozze. O, ancora, la vecchia genovese, un ragù a base di cipolle”. Sapori riproposti nelle confezioni in vendita nel piccolo locale adiacente alla scuola o durante le sagre, cucinati direttamente dai ragazzi e dai docenti. “L’idea delle sagre è venuta a un genitore – racconta Curzio – Ad una riunione disse che eravamo uno dei pochi presidi sul territorio, un argine contro i modelli della camorra. Dovevamo dare un esempio, e credo che in qualche maniera ci siamo riusciti”.

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