Sbaglia chi pensa che il professor Isaia Sales, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università Suor Orsola Benincasa, sia esperto solo della complessa fenomenologia che riguarda mafia, camorra e ndrangheta. Chi lo conosce da tempo sa che è uno studioso attento della realtà meridionale in vari suoi aspetti, in particolare quelli connessi al divario che fa del nostro Paese un’anatra zoppa, se si vuole usare un idiomatismo attribuito a chi marcia al di sotto delle sue possibilità. E l’Italia lo è, perché in un terzo del suo territorio, vivono 20 milioni di abitanti con un Pil al di sotto della media europea fin dall’Unificazione.

Sales viene da una lunga esperienza politica che lo vide dirigente del Pci di Berlinguer, poi sottosegretario al Bilancio del primo governo Prodi, quindi consigliere economico di Antonio Bassolino, all’epoca in cui era presidente della Regione Campania. Oggi è un apprezzato saggista ed editorialista, ultimamente attivo sulle pagine di Repubblica. Ed è lì che giovedì 29 marzo è atterrato un concentrato del suo pensiero meridionalista, già espresso nel libro “Napoli non è Berlino” (Baldini Castoldi Dalai, 2012). Lavori in cui emerge che la Germania è riuscita a recuperare, in un ventennio, tutte i ritardi che all’indomani della caduta del Muro ha ereditato dalla ex DDR, la vecchia Repubblica Democratica Tedesca. A Berlino per quindici anni, a partire dal 2005, il cancelliere Angela Merkel  ha messo in campo politiche volte a ridurre il divide con il Mezzogiorno tedesco, ossi la Germania Est. Una lezione e uno sprone per l’Italia che oggi, col governo Draghi, ha la possibilità di spingere lo sviluppo del Sud e la crescita nazionale con una massiccia dotazione di risorse messa a disposizione dall’Europa con il Next Generation Eu.

Il sudonline lo ha intervistato.

Ci sono al mondo diverse nazioni che hanno investito risorse per il recupero dei loro territori arretrati. Ma nessuna di esse si è dovuta impegnare in territori così ampi, così geograficamente compatti, con un tale numero di abitanti quanto il Mezzogiorno in Italia e l’ex Ddr in Germania. Però la Germania è riuscita a fare in venti anni circa ciò che all’Italia non è riuscito da 160. Che ne pensa?

Ad essere precisi i tentativi hanno interessato una consistente fetta di popolazione, ossia 16 milioni e mezzo di abitanti nell’Est, vale a dire un quinto dell’intera popolazione tedesca, e 20 milioni nel Mezzogiorno, ossia un terzo di quella italiana. Molto estesa anche la superficie territoriale coinvolta: il 30% in Germania, il 41% in Italia. I risultati di queste due straordinarie esperienze sono in genere valutati dagli studiosi e dai commentatori politici con giudizi radicalmente opposti: si passa dall’uso disinvolto della parola“fallimento” a quella enfatica di “miracolo”.

Qual è il motivo di giudizio così discordanti?

Per alcuni si tratta del più vasto spreco di denaro pubblico mentre per altri del più efficace intervento statale nella storia dei rispettivi Paesi. Formulare, dunque, un giudizio basato sui dati economici e finanziari non è facile…

E perché? Che cosa manca per ottenere un quadro preciso?

Mentre conosciamo le cifre investite per l’Italia meridionale, non ci sono ancora cifre del tutto condivise su quanto effettivamente si è finora speso nella Germania dell’Est.

Siamo in grado di riassumere i dati disponibili?

Per il Sud d’Italia le cifre sono queste: in cinquantotto anni, cioè dall’avvio della Cassa del Mezzogiorno nel 1950, al 2008- inizio della crisi economica globale che ha chiuso definitivamente qualsiasi politica pubblica per il Sud lasciandola solo all’utilizzo dei fondi europei di coesione- sono stati investiti 342,5 miliardi di euro. In Germania Est si è investito in 30 anni quasi 5 volte in più di quello che si è speso in circa 60anni nel Sud d’Italia, cioè tra i 1500 e i 2000 miliardi di euro.

Quindi, facendo i calcoli, nelle regioni orientali tedesche 70 miliardi di euro in media all’anno, nel Mezzogiorno 6 miliardi l’anno?

La Germania ha investito nel suo “Mezzogiorno” tra il 4 e il 5% dell’intero suo Pil, una cifra enorme, fatta di ingentissime risorse statali, procurate con emissione di titoli di Stato e attraverso la fiscalità generale con una tassazione ad hoc di tutti i redditi dei tedeschi e da investimenti esteri per1.257 miliardi di euro.

Nel nostro Sud invece?

Per tutto il periodo del cosiddetto “Intervento straordinario” non si è mai superato la soglia dell’1% del Pil.Chiusa la Cassa per il Mezzogiorno, vale a dire la struttura speciale che guidò l’intervento pubblico nei territori meridionali) la percentuale è scesa ulteriormente.

E i risultati in termini di reddito pro capite?

Nel 1989 il Pil per abitante della Germania Est era la metà di quello della Germania Ovest (addirittura un terzo, secondo altre fonti), nel 2009 era salito a due terzi, nel 2018 al 75,1%. Certo, non l’eliminazione del divario come aveva promesso Helmut Kohl, ma comunque un balzo in avanti di almeno 25 punti.

Se proviamo a fare un confronto con il Sud d’Italia, che cosa viene fuori?

Prima della pandemia, cioè nel 2019, il prodotto per abitante nel Mezzogiorno italiano è stato pari al 55,1% rispetto a quello del Centro-Nord, quasi 20 punti in meno della differenza che intercorre oggi tra le due aree tedesche. Il tasso di disoccupazione, sempre nel 2019, è stato del 17,6% nel Sud e del 6,9% nell’Est tedesco; la disoccupazione giovanile (cioè quella tra i 15 e i 24 anni) è stata del 45,5% nel Sud, e solo dell’8,6% negli ex Lander dell’Est.

Quali insegnamenti se ne possono trarre per il dibattito politico ed economico in Italia?

Primo:ogni divario tra diverse parti di uno stesso Paese è superabile, e lo si può fare (se lo si vuole) in pochi decenni anche partendo da situazioni peggiori di quelle che ci sono in Italia tra Nord e Sud. Avvicinare due territori diversamente sviluppati (in un lasso di tempo ragionevole) è un obiettivo assolutamente alla portata di qualsiasi nazione ben motivata. E’ una strategia che appartiene alla politica e non all’utopia. In economia e in politica non esistono situazioni irrecuperabili.

E poi?

In secondo luogo il ritardo economico non è un fatto antropologico, non appartiene alla razza, all’indole, al carattere, al clima, non è uno stigma morale.

Eppure quanti stereotipi sono sempre vivi a proposito dei meridionali. Quante volte abbiamo letto che i ritardi del Sud si devono a un diffuso familismo amorale che è duro da estirpare…

Sembra assurdo doverlo ripetere, ma la Germania dimostra come il vantaggio di un’area non si possa spiegare e giustificare con l’arretratezza antropologica dell’altra. Infatti fino al 1949, cioè all’atto formale della divisione della Germania in due entità statali distinte, quella occupata dai sovietici e quella occupata dalle truppe alleate, i Lander orientali erano la parte più sviluppata, facevano parte nel passato della “grande Prussia”, una delle realtà industriali più avanzate d’Europa. Nel 1937 i territori che poi diventeranno la Germania dell’Est avevano il reddito per abitante più alto in Europa, superiore del 27% rispetto ai territori della Germania dell’Ovest, con la presenza di imprese modernissime nel campo della meccanica di precisione, dell’ottica, della chimica e della produzione aereonautica.

Dunque accadimenti politici e scelte strategiche possono modificare radicalmente l’economia e la vita di un territorio?

I popoli non sono immobili, né tantomeno i territori.

Che cosa si può dire sull’accusa rivolta al Sud di sprecare e sperperare le risorse ad esso destinate?

Non è vero che i soldi spesi nelle aree più arretrate sono uno spreco, una perdita secca per lo Stato e per i territori più ricchi. Colmare i divari economici è una operazione che si ripaga ampiamente, è un affare per tutti e non un sacrificio. D’altra parte ciò si è dimostrato vero anche in Italia: il periodo in cui il nostro Paese è cresciuto a tassi elevatissimi (1950/1980) corrisponde al periodo in cui decollava anche il Sud grazie agli investimenti della Cassa del Mezzogiorno. Recuperando una parte meno sviluppata, la ricchezza investita si trasforma in ricchezza generale. La Germania di oggi è di gran lunga la nazione europea economicamente più ricca di quanto lo fosse nel 1989, prima della riunificazione e prima dei grandi investimenti nell’Est. Anzi nel 1989 l’economia tedesca stava attraversando un periodo di stagnazione e di difficoltà. E i benefici generali sono stati nettamente superiori ai costi investiti.

Vuol provare a riassumerli?

Se negli anni 1980/1989 la crescita complessiva della Germania Ovest era stata in media dell’1,8%, negli anni successivi alla riunificazione si sfiorarono tassi di crescita molto alti, un più 4,5% nel solo 1990 e un più 3,2 per cento nel 1991. L’economia tedesca ricevette dall’unificazione e dai massicci investimenti all’Est uno straordinario stimolo di crescita che le permise di proiettarsi tra le prime potenze industriali e commerciali del mondo, assurgendo a un ruolo geopolitico inimmaginabile a pochi decenni dalla sconfitta della seconda guerra mondiale.

Ma la Germania non è l’Italia, il Sud non è l’Est tedesco. E – soprattutto – Napoli non è Berlino…

In Italia il divario territoriale dura da 160 anni. Ma il Mezzogiorno ha conosciuto anch’esso un suo periodo d’oro. Si è verificato tra il 1950 e il 1973. In quel ventennio il Pil meridionale registrò il più alto tasso di crescita dal 1861 in poi. Nel 1973 il Pil pro capite del Sud arrivò al 60,5 di quello del Centro-Nord  (quasi otto punti in più rispetto al 1950, quando era fermo al 52,9) un risultato mai più raggiunto negli anni successivi. I progetti di investimenti nella prima fase erano rigorosi, i tecnici di alto livello. Poi ci fu una degenerazione clientelare, e dalla crisi petrolifera del 1973l’Italia decise progressivamente di lasciar perdere. Il trentennio d’oro dell’Italia, quello culminato con il boom economico, si realizzò principalmente perché il Sud fu parte integrante delle strategie di sviluppo della nazione, con la sua manodopera emigrata che rese possibile il balzo industriale del Nord (ben 2 milioni e mezzo di meridionali emigrarono tra il 1955 e il 1975).

Con la costruzione di infrastrutture che fecero uscire il Mezzogiorno dal Medioevo…

E con l’allargamento della sua base industriale e agricola, con la piena partecipazione alla società dei consumi di una parte consistente della sua popolazione, con la scolarizzazione di massa che permise a diverse generazioni di cambiare radicalmente il mestiere dei padri. Il Sud fu tra gli anni cinquanta e la prima metà degli anni settanta del Novecento parte attiva della ricostruzione nazionale. Senza gli investimenti nel Sud, l’Italia sarebbe rimasta una piccola nazione, ininfluente sullo scenario internazionale, come tutto sommato lo era stato nel corso della sua storia precedente, dal 1861 in poi. Fu in quel periodo, cioè nella ricostruzione del secondo dopoguerra, che il Sud divenne fino in fondo parte dell’Italia, quando nei fatti concorse al suo sviluppo economico e se ne avvantaggiò.

Un’altra obiezione che si frappone agli intendimenti di investire sul Mezzogiorno: non ci sono le risorse e le condizioni politiche e finanziarie per fare quello che si è fatto in Germania. Che cosa ne pensa?

Dico che cospicue risorse pubbliche arriveranno dall’Europa come arrivarono nel secondo dopoguerra dai prestiti americani e internazionali. Fu grazie a quei prestiti che si avviò una politica straordinaria per il Mezzogiorno e fu quella politica che diede una svolta all’economia italiana.

Si ha una idea di quanti soldi investiti nel Sud ritornano all’economia del Nord?

La Svimez ha calcolato che per ogni euro investito nel Sud 40 centesimi tornano all’economia del Centro- Nord in termini di beni e servizi per le imprese settentrionali; al contrario, per ogni euro investito nel settentrione solo 6 centesimi ritornano nel meridione.

Mario Draghi ha quindi davanti a sé la possibilità di ripetere un nuovo miracolo economico?

Non si potrà certo replicare il modello della Cassa per il Mezzogiorno, ma la nazione ha bisogno di una strategia che inglobi il suo Sud. D’altra parte le risorse europee sono tante proprio perché assegnate sulla base delle difficoltà economiche delle regioni meridionali. L’Italia non ce la farà a riprendersi riattivando un solo motore produttivo, ha la possibilità di accenderne un secondo che renderà più veloce ed efficiente il primo.

Far crescere il Sud è dunque un affare per l’economia italiana?

Sì e l’occasione si ripresenta. Come nel secondo dopoguerra, come in Germania.

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