Una studiosa rivela l’enigma di Capodimonte: ecco come ho decifrato il Codice di Leonardo Da Vinci

cartiglioHDdi Carla Glori

Un interno buio entro cui si staglia la figura imponente di un uomo col saio e un copricapo scuro che gli avvolge in una serpentina la metà destra del volto. Disegna un triangolo in una circonferenza e scruta fissamente il poliedro archimedeo di dimensione smisurata e per metà pieno d’acqua davanti a lui,  sospeso ad un invisibile filo. Al suo fianco, un giovane dal portamento altero e lo sguardo obliquo, vestito alla moda milanese della metà del 1490 e con un vistoso guanto verde alla mano sinistra, seminascosta dietro la schiena del matematico.

Enigmatico e fuori dal tempo, quel quadro del Rinascimento sconfina in un futuro indefinito e mi ricorda vagamente gli interni sotterranei di “Quintet” (il capolavoro di Robert Altman), ove ricorrono  misteriose figure geometriche frammiste a numeri simbolici.

Quel quadro, che prelude alla stesura del “De Divina Proportione”, è impregnato di scienza e cultura matematica rinascimentale, e al tempo stesso è immerso in un’aura senza tempo. Riflette il sapere dell’epoca e il richiamo ai grandi classici della matematica. Ma le sapienti citazioni (l’incunabolo “Elementa in artem geometriae et Campani commentationes” edito da Erhard Ratdolt aperto su due proposizioni del XIII libro e il fronteggiarsi del dodecadro platonico e del rombicubottaedro archimedeo) sono anche portatrici di una cifra simbolica, che trascende la sfera matematica.

Sul tavolo, tra libri e strumenti del matematico, è posato un cartiglio con su scritto IACO.BAR. VIGEN/NIS.P.1495, e, accanto alla data, una mosca repellente, la cui ala sinistra sfiora il numero 5 deformato.

 IL CARTIGLIO  CUORE OSCURO DELL’ENIGMA

L’intuito proprio dei conoscitori della storia dell’arte ha colto l’enigma che permea il dipinto e ha individuato nel piccolo cartiglio con la scritta IACO.BAR.VIGEN/NIS.P.1495 la chiave per decifrare il mistero.

Alla prima ipotesi, che attribuiva il quadro a Piero della Francesca (che però era morto un triennio prima del 1495), ha fatto seguito l’attribuzione a Iacopo de Barbari, facendo riferimento giusto all’iscrizione sul cartiglio, che suonava simile al suo nome: ma il de Barbari si firmava Jac. de barbari. P più la data,  apponendo sempre il caduceo (che costituiva di per sé la sua firma). La composizione alfabetica dell’iscrizione del cartiglio di Capodimonte è  diversa rispetto alla firma del de Barbari, il suo stampatello nero calcato è macroscopicamente difforme dalla scrittura in elegante corsivo del pittore/incisore  veneto e l’onnipresente caduceo è sostituito dalla mosca.

Nonostante vari studi, l’ “aberrante mosca”, seppure fatta oggetto di suggestive interpretazioni, non ha trovato finora una spiegazione logica né una convincente interpretazione simbolica.

cartiglio pacioli LA PISTA DELLA CORTE DI MILANO DURANTE IL PRIMO SOGGIORNO DI LEONARDO

Dopo una preliminare ricostruzione storico-biografica, veniva in chiaro che, diversamente da come a lungo si era ritenuto, l’allievo non poteva essere Guidubaldo da Montefeltro (ritratto con un volto del tutto diverso da Raffaello), e che non esisteva prova alcuna che il de Barbari avesse avuto modo di dipingere il Pacioli, tantomeno insieme con Guidubaldo.

Anziché sciogliersi, l’enigma si infittiva. Esistevano tuttavia alcune tracce certe: la data 1495 del cartiglio e il fatto che Luca Pacioli il 9 febbraio 1496 già iniziava il “De Divina Proportione” nel quale sarebbero comparsi i medesimi poliedri del ritratto disegnati da Leonardo, e inoltre il fatto che frate Luca a quella data risultava sul libro paga del Moro, essendo ospite di Galeazzo Sanseverino nel suo palazzo di Porta Vercellina in Milano.  Si trattava di dati storicamente e biograficamente certi, unitamente agli studi in fase avanzata del Pacioli, corrispondenti alle tematiche filosofiche e alle forme geometriche rappresentate nel quadro .

Degno di nota era poi il fatto che nel 1993 il rombicubottaedro era stato attribuito a Leonardo dal matematico Nick MacKinnon , in un suo studio pubblicato su una rivista specializzata.

Il complesso dei dati storico-biografici e le  informazioni raccolte su quel quadro convergevano sulla corte milanese durante il primo soggiorno di Leonardo e sulla collaborazione del frate matematico col Maestro. Tutto questo però non costituiva ancora prova e pertanto l’enigma dipinto avrebbe continuato a restare inviolato al pari dell’identità del Pittore.

 720px-PacioliUNA FRASE  CIFRATA CHE GENERA CENTINAIA DI DECIFRAZIONI

La chiave dell’enigma stava nell’iscrizione del cartiglio.

Già nel 2010 avevo scoperto che era cifrata, decrittandola tramite la parola-chiave “musca” (la mosca dipinta  sul cartiglio). Infatti avevo decrittato la prima frase “Rogas abacum sine VINCI P.1495” dall’iscrizione, usando lo stesso metodo adottato quello stesso anno per decifrare il cartiglio posto sul verso del “Ritratto di Ginevra Benci”, di mano di Leonardo (laddove la parola chiave era “iuniperus”, ovvero il ginepro dipinto su quel cartiglio). Entrambe le frasi decifrate nei due quadri rivelavano decisive analogie, inclusa la presenza della parola VINCI, e ciò faceva fondatamente ipotizzare che si trattasse della firma del medesimo autore.

La prima decifrazione del 2010 “Chiedi la soluzione all’abaco senza VINCI”, pur riconducibile a una gamma di significati, nella sua immediatezza conteneva un invito a continuare- pur nell’assenza del pittore che si firmava VINCI – quel “gioco”, che avevo battezzato “abaco vinciano”. Una dopo l’altra, attraverso l’inserimento della parola-chiave “musca” e operando decomposizione e ricomposizione delle stesse lettere dell’iscrizione, dal 2010 a data odierna sono state decifrate circa quattrocento frasi latine, portatrici di significato compiuto e tutte firmate VINCI.

 L’ INTRECCIO DI STORIE RAMIFICATE AD ALBERO

Le frasi decifrate, pur telegrafiche e ovviamente contratte, avevano senso compiuto e risultavano tra loro indipendenti.

Via via che aumentavano quantitativamente tuttavia rivelavano caratteristiche tali da connettersi e ramificarsi  in sottoinsiemi coerenti, in grado ciascuno di formare delle storie. Queste storie riguardavano le private vicende della famiglia Sforza, la biografia del Pacioli e di Galeazzo Sanseverino (l’allievo) al suo fianco, e corrispondevano a testimonianze, documenti e atti d’archivio.

Com’era possibile che quella formula bizzarra potesse generare non solo centinaia di frasi sensate, ma addirittura storie documentate e testimoniate da illustri cronisti dell’epoca alla data del 1495?

Come se non bastasse, il complesso degli episodi riferiti ai membri della famiglia Sforza trovava  nella morte misteriosa di Gian Galeazzo Sforza un punto di convergenza, e rispetto a quel giallo insoluto offriva risposte, peraltro coerenti con quelle della maggioranza degli storici dell’epoca.

Era come se l’autore del cartiglio avesse voluto consegnarci il suo diario cifrato dell’anno 1495, contenente la testimonianza sull’evento cruciale che sconvolse la corte e il popolo milanese: la morte del giovane duca.

La realtà in questo caso superava l’immaginazione.

Il Pittore che si firmava VINCI, come il naufrago nel classico messaggio dentro la bottiglia, aveva abbandonato il suo cartiglio cifrato all’oceano del tempo affinché qualcuno nel futuro lo raccogliesse e lo decifrasse. Nel fare questo, non poteva avere la certezza che il diario in codice di cui era portatore  sarebbe stato decifrato e compreso, e il suo stesso gesto a ben vedere resta di per sé  indecifrabile.

Sapremo comprenderne la complessità vertiginosa?

 UNA MACCHINA ALFABETICA DAL FUTURO/PASSATO

L’iscrizione IACO.BAR .VIGEN/NIS.P.1495 si era rivelata una matrice che generava storie vere datate 1495 e firmate VINCI.

Leonardo – programmando la serie  alfabetica delle lettere e apponendo la simbolica “mosca” chiave della decrittazione –  aveva “ cifrato” nel cartiglio il suo “diario segreto”, svelando anche l’avvelenamento del ventiquattrenne duca Gian Galeazzo Sforza da parte dello zio il Moro.

Il destino dell’”immacolato agnello” (come lo definì il Corio), richiamava il tema sacro  che il Maestro si accingeva a rappresentare nel Cenacolo, commissionatogli quell’anno.

Alla base della decifrazione delle trecento frasi è il “codice storico” ovvero la conoscenza condivisa della storia privata della famiglia Sforza, che ha consentito la comprensione dei messaggi e le verifiche degli stessi attraverso il confronto con testimonianze, documenti e atti d’archivio. Nell’inedita “matrice alfabetica” del cartiglio Leonardo  – genio divergente e mente matematica – ha racchiuso insieme  la moda del “gioco divinatorio” (col sorteggio delle lettere per predire il futuro) in uso presso le corti del Rinascimento e la pratica del problem solving, l’uso creativo e flessibile della lingua e il vincolo dell’esattezza matematica, il più stretto rigore razionale ed aperture alla dimensione irrazionale…

La potente “macchina alfabetica” firmata VINCI, per le sue caratteristiche e potenzialità resta sconosciuta ancora oggi, nell’epoca delle ultratecnologie e dell’intelligenza artificiale. 

L’ ABERRANTE MOSCA SUL CARTIGLIO AL POSTO DEL CADUCEO

Infine, alla luce delle decifrazioni, anche l’enigma della  mosca trova la sua  spiegazione logica.

La mosca del cartiglio, con la simbologia funerea e infera di cui è portatrice fin dall’antichità egizia, in base alle frasi decifrate perviene a coincidere con la figura di Ludovico il Moro (indicato dagli storici e da unanime opinione popolare come mandante dell’avvelenamento del nipote Gian Galeazzo Sforza).

Tale identificazione si evince dal testo delle decifrazioni ma trova anche una conferma di fatto. La mosca sostituisce il  caduceo che era la firma del de Barbari; ma il caduceo era pure l”impresa”  personale e identificativa del Moro. Quindi la mosca sta al posto del caduceo identificativo del Moro ovvero del Moro stesso.

L’evocazione del nome del de Barbari, attraverso la sua firma macroscopicamente falsificata, era probabilmente servita  al Pittore per depistare ogni sospetto da quel cartiglio cifrato: Leonardo era ideatore di scenografie teatrali, effetti illusionistici, feste e giochi presso la corte milanese e, nascondendo il suo diario segreto sotto forma di “imitazione scherzosa” per divertire il Duca committente e i cortigiani, era riuscito a consegnare ai posteri il suo codice ermetico,che svelava i retroscena di un delitto “eccellente” di cui il Moro era il mandante.

Se il Pittore che nelle frasi decifrate si firma VINCI fosse stato scoperto, sarebbe stato probabilmente condannato a morte (una fine che toccò nemmeno un secolo dopo a Maria Stuarda proprio per un messaggio cifrato scoperto in sue mani).

 L’ULTIMA PARABOLA DEL CARTIGLIO DI CAPODIMONTE

Le frasi decifrate ci consegnano il volto nascosto di Leonardo: un uomo solo, in un contesto cortigiano gravido di pericoli, nel quale abitualmente nascondeva ogni suo pensiero scrivendo “a specchio” e a volte cifrando i suoi scritti. Un uomo diverso, che riempiva compulsivamente fogli con disegni di macchine, prototipi e progetti, che erano ricordi del futuro da cui veniva.

La “macchina alfabetica” di Capodimonte attesta della sua abilità nello sfuggire non solo al controllo dei crittografi più tecnicamente dotati, ma anche delle macchine intelligenti della nostra era ultratecnologica.

C’è un che di eroico nel suo comportamento, congiunto ad una eccezionale abilità  di eludere i controlli e le logiche del potere in modi tali che rivelano la sua profonda conoscenza critica di quelle stesse logiche.

Se per un verso la “mosca” incarna il Moro (tiranno non esente da tratti umani, che Leonardo ben conosceva) a maggior ragione si può dire che, col suo corpo nero e repellente, incarna il potere stesso, come dimostrano molte frasi dedicate alla mosca.

Ad esempio: “Musca ibas a regno-VINCI” //O mosca arrivavi dal Ducato (ma anche dal potere); Ena musca ab rogis – VINCI //Vola o mosca dalle spoglie mortali (di Gian Galeazzo), o anche dalle pire funebri (delle vittime immolate); Obeas musca nigra – VINCI //Che tu possa scomparire o mosca nera (come incarnazione del tiranno-Moro ma anche come tirannia del potere)…

Concludo con una frase, tra le molte non pubblicate, rivelatrice dell’atteggiamento di Leonardo rispetto alle “mosche”: Abigo muscas nare-VINCI ovvero Scaccio le mosche con sagacia -Vinci.

P.S. Un campione di frasi decifrate è posto on line al linkwww.carlaglori.com/cartiglio, alle voci “decifrazioni 2013” e “148 soluzioni”

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