La storia ritrovata. Quando Garibaldi e Crispi misero le mani nelle banche del Sud

frase giorno Crispi, 27 ottonre

Ecco i patti del novello armistizio (fra il generale borbonico Lanza e Garibaldi, n.d.r.))  firmato da Crispi come segretario di Stato del Dittatore:

art. 1° Consegna del Banco di Palermo con tutti i danari (bravo Crispi);

art. 2° Prolungamento della tregua per tre giorni;

art. 3° libero passaggio de’ viveri dall’una e l’altra parte;

art. 4° Imbarcarsi i feriti regi con le famiglie;

art. 5° Scambio di prigionieri d’ogni garibaldino con due regi.

Avete mai letto nelle storie delle guerre che, nella conchiusione di una tregua solo profittevole al vinto, si consegnassero a questo i danari dello Stato? Io non l’ho mai inteso dire nè letto, e suppongo che una simile cosa non sia mai stata al mondo. I duci napoletani, ignoranti, inetti, e, com’è in voce presso tutti, traditori, non contenti di accordare al nemico tutti i vantaggi possibili per distruggere quell’armata ch’essi medesimi comandavano, consegnarono allo stesso nemico il danaro dello Stato e de’ privati per metterlo nella posizione più comoda e sicura di far la guerra ad oltranza, come possessore di quell’attraente metallo che tutto può e vince.

Il Crispi, creato allora ministro delle Finanze, trovò nel Banco (attento Crispi), cinque milioni di ducati, moneta sonante già s’intende, perchè il Regno delle Due Sicilie non era Regno di carta che spesse volte diventa stomachevolmente sudice.

Si vuole che il vero scopo dell’armistizio fosse stato la cessione di quel Banco a Garibaldi, dapoichè vi era da far contenti e quelli che davano, e quelli che riceveano. Fu detto e stampato che Lanza, di que’ cinque milioni rosicchiò per parte sua ducati sessantamila. Io me ne lavo le mani, vi racconto, lettori miei, quello che solamente si disse e si stampò in que’ tempi: e trattandosi di danari, è un affar serio; quid non mortalia pectoria cogit auri sacra fames?

(Giuseppe Buttà, cappellano militare esercito Borbonico, 1875)

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